Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

1862, il clero di Manduria per Roma capitale

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Nell’anno 1861, finalmente, si compiva l’unità d’Italia.

La precedente capitale sabauda, Torino, diventava la capitale del neocostituito Regno italiano, comprendente il Meridione d’Italia (annesso dopo la spedizione dei Mille del 1860), parte dell’Italia centrale (Marche ed Umbria annesse nel Settembre 1860) e tutte le regioni del Nord-Ovest.

Restavano fuori il Veneto, il Friuli, la Venezia Giulia, il Trentino,  rimasti sotto la dominazione austriaca, ed il Lazio, ultimo lembo di quello Stato Pontificio sul quale regnava ancora il Papa Re.

Ma la questione, irrisolta, che dominava la scena politica di quegli anni era, soprattutto, quella di fare di Roma la capitale del nuovo Stato italiano.

In un discorso, rimasto celebre, del 25 marzo 1861, tenuto dinanzi al primo parlamento del Regno, il conte di Cavour così individuava i termini della questione:

“In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali: tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città, la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato” (1).

 

Ma, a parte i proclami ufficiali, la posizione di Cavour era quella di trovare una soluzione che garantisse l’indipendenza del Romano Pontefice, in ossequio al principio “libera Chiesa in libero Stato”, e che comportasse un’azione diplomatica presso gli altri Stati europei (la Francia soprattutto) diretta ad evitare conflitti.

In questo contesto, una parte dell’opinione pubblica cattolica, con a capo alcuni preti liberali, non mancò di far sentire la propria voce presso la corte pontificia, con petizioni ed indirizzi di supplica nei quali si invitava il regnante Papa Pio IX a rivedere la sua posizione, nettamente contraria alla elezione della Città Eterna a capitale politica del Regno d’Italia.

Questo accadeva anche a Manduria, così come attesta un singolare documento dell’8 Marzo 1862, da me rinvenuto (2).

Si tratta di una supplica,  pubblicata sul numero 1 del 1862 del giornale “Il Cittadino Leccese”,  ed indirizzata “A Sua Santità Pio IX”.

“Beatissimo Padre,” recita in apertura “Con quella riverenza, che si deve al vicario di Cristo, e coll’amore di figli verso il padre comune, noi sacerdoti del basso clero di questa estrema provincia d’Italia, a Voi, Beatissimo Padre, rivolgiamo una parola franca e veritiera, qual s’addice a’ Ministri di Dio. Non tocchi da mondane ambizioni, né vinti da abitudini di comando, noi poveri preti delle città, dei villaggi, delle campagne, i quali vivendo in mezzo al popolo, ne sappiamo le generose aspirazioni; noi più chè altri, possiamo misurare la grave rovina che minaccia la Chiesa in Italia.”.

La supplica poi così prosegue:

“Beatissimo Padre ché una Religione Divina destinata a conquistar l’Universo non colle armi e col sangue, ma colla carità fraterna e colla luce dell’evangelica parola; ché una Religione Divina, la quale in mezzo alle vicissitudini del tempo intende sempre lo sguardo verso una vita oltramondana; ché la Chiesa di Cristo abbisogni di un lembo di terra per sorreggersi, e si cinga di baionette e di sgherri per difendersi, ché la Chiesa di Cristo a perdurar libera e potente abbia a distruggere l’Unità e l’Indipendenza della Patria; non vi è cristiano che creda, né italiano che accetti senza tradir la sua fede, il suo diritto, il suo onore.”.

Segue nell’appello il richiamo al ruolo che, circa quindici anni prima, lo stesso Pio IX aveva assunto come catalizzatore delle istanze unitarie italiane, quando aveva attirato a sé le simpatie di liberali di estrazione cattolica, come il Gioberti, e non solo:

“La Vostra voce, or volgono tre lustri, tutta scosse l’Italia, e un grido concorde, unanime si levò a benedirvi, e la Chiesa parve rianimata da quella voce. Ora un turbine novello, e più terribile la involge, e noi, noi ministri del Santuario sentiamo i lamenti, i pianti dei figli suoi, senza poterli racconsolare; anzi essi ci maledicono, maledicono a Voi, e forse alla Madre loro, e la disertano frementi.

 A Voi dunque, cui ella è affidata principalmente, la raccomandiamo: che una vostra parola terga le sue lagrime, sani le sue ferite: che la Vostra benedizione compia la Unità e Indipendenza d’Italia, e coroni in Campidoglio il Galantuomo dei Re, Vittorio Emmanuele; e il nome vostro tornerà benedetto, e la Chiesa rifiorente di gloria, e i dolcissimi giorni della pace splenderanno sopra questa Italia, che pure è Patria Vostra. Che se non regnerete più sopra un Trono della terra, avrete un Trono più bello, più glorioso, più degno del Capo Supremo della Chiesa, un Trono di amore nel cuore di tutti i Figli Vostri.”.

Seguono le firme di una parte del clero di Manduria (24 esponenti per l’esattezza) che, con quelle di parte di quello di Francavilla, sono le sole raccolte tra gli ecclesiastici della Diocesi di Oria.

Apre la lista, quella dell’arciprete Marco Gatti, fervente ed indomita anima di liberale e patriota, e seguono le altre: can. Pellegrino Tarentini, can.  Serafino Filotico, can. Vincenzo de Sanctis, Saverio Polverino, can. Vicario foraneo Federico Prudenzano, can. Michele Cagnazzi, can. Benedetto Ricciuti, can. Michele Lacaita, sac. Pietro di Stratis,  Domenico Piccinni, Giacinto Pezzarossa, Giuseppe Prudenzano, Gregorio Stano, Salvadore Erario, Giuseppe di Cursi, Michele Gatti, Francesco Cervellera, Felice Nicola Scialpi, Giuseppe Delos-Rejes, Giovanni Dalemmo, Egidio Delos-Rejes, Luigi Sbavaglia e Leonardo Schiavoni.  

Come segno dell’effetto lacerante che la questione romana, in quegli anni, produceva nella coscienza dei cattolici italiani e del clero in particolar modo, vi é, nella nota del giornale dedicata alla presentazione della supplica,  la considerazione che:

“La questione del potere temporale è politica e non religiosa; tanto ciò è vero che voi non osereste di fare, del potere temporale del Papa, un dogma di fede. Ora la contrarietà delle opinioni, in fatto di questioni politiche, è naturalissima. Noi dunque non restiamo sorpresi, se ci troviamo nemici in questo campo; anzi aggiungiamo, non temete nulla da noi – non odi, non ire, non subdole insinuazioni.”.

Il potere temporale del papato era così individuato come l’oggetto di una disputa politica e non teologica, e come tale, sull’argomento la corrente più evoluta del pensiero cattolico riteneva che dovesse darsi libertà alle coscienze.

Ma, se ciò era facile a dirsi, non lo era, altrettanto, a farsi.

Ad esempio, nelle pagine dello storico locale sac. Leonardo Tarentini (il quale scrive a distanza di circa mezzo secolo) riecheggiano i contrasti che insorsero nel clero mandurino, fortemente diviso al suo interno sulla cennata questione.

Sulla Diocesi di Oria, in quell’epoca, regnava il Vescovo Luigi Margarita, ed aspri furono i conflitti tra le due opposte fazioni.

Quella che potremmo definire clericale (cioè, favorevole alla conservazione del potere temporale) capeggiata dall’alto prelato oritano, di spiccate tendenze filoborboniche, fu addirittura esclusa per qualche tempo dal governo della diocesi, a tutto vantaggio di quella laica, dalla cui parte sembra che si fosse schierata la Curia Arcivescovile di Taranto.

Il racconto del Tarentini, come al solito allusivo e reticente, stanti la quasi contemporaneità delle vicende storiche narrate e la sua difficile posizione di sacerdote diocesano, che gli consigliavano di evitare riferimenti più precisi, è il seguente:

“In tempi di libertà tutto si fa lecito e lecito fu allora invadere il Santuario con fiero e violento scisma. Molti reverendi liberali pur di coscienza e coronati dal martirio di qualche sospensione giustamente inflitta da vescovo Margarita, tiranno alla sua volta, colsero il palio dei compensi. Strappato alla sua residenza il Margarita; lasciava la sede già provveduta legalmente di un provicario generale. Non potè questi soddisfare all’esigenze degli ambiziosi e fu chiamato in residenza a Lecce ove fece la sua formale rinunzia al superiore. Prevedendo il vescovo tutte le difficoltà dei tempi burrascosi comunicò ogni facoltà necessaria ai parroci di ciascuna chiesa; frattanto i maneggi di consorteria crearono un vicario capitolare che presto si ritirò compreso dal rimorso, Il vescovo nominò altro vicario che prese pure la via dell’esilio, ed il Fozio che presiedeva alla curia di Taranto mandò in questa diocesi un altro Fozio che governò due anni.” (3).

Colpiscono, soprattutto, nel linguaggio sibillino dell’autore, la descrizione dei fatti in termini di scisma e l’attribuzione al presule tarantino dell’appellativo di Fozio, ossia del Patriarca di Costantinopoli che fu causa dello scisma dell’863-867 d.C. fra le Chiese di Occidente e di Oriente.

In sostanza era accaduto che, a causa dei contrasti politici, il vescovo regnante, Luigi Margarita, si era ritirato a Napoli, nominando provicario generale, con il compito di governo della diocesi, il tesoriere D. Pasquale Maggio il quale, essendo dello stesso orientamento politico del vescovo, a sua volta si dimise nel Settembre 1860, ed il suo posto fu ceduto a tale D. Cosimo Lombardi, meno inviso al clero liberale.

Nel frattempo la fazione liberale del clero diocesano aveva convinto il Capitolo a dichiarare la Diocesi sede vacante, atteso che il vescovo era assente e se ne ignorava il domicilio.

Anche il Lombardi si dimise nel 1861 e, non provvedendosi alla nomina di un successore, intervenne la Curia Metropolitana di Taranto, anch’essa retta da un vicario tale D. Agostino Baffi, stante l’assenza dell’arcivescovo titolare, per motivi politici. Questa, esercitando i poteri sostitutivi previsti dal diritto canonico, nominò come vicario per la diocesi oritana tale D. Ciro Pignatelli di Grottaglie.

A questo punto intervenne da Roma la S. Congregazione dei Vescovi e dei Regolari che, con un provvedimento del 23 novembre 1861, destituì il Pignatelli e nominò al suo posto il canonico D. Vincenzo De Angelis.

Ma poiché il vicario nominato dalla Curia tarantina non accettò di dimettersi, si ebbe un vero e proprio scisma all’interno della diocesi, con il clero di simpatie liberali schierato dalla parte del Pignatelli e quello lealista e filoborbonico, schierato con il De Angelis (4).

Vi fu quindi un periodo di grande confusione con parroci, sacerdoti e religiosi che riconoscevano l’autorità dell’uno o dell’altro reggente, a seconda del proprio credo politico, e massimo disorientamento tra i fedeli i quali erano costretti, per ricevere i sacramenti (battesimi, matrimoni, ecc.) o anche solo per assistere ad una celebrazione liturgica, ad optare fra la chiesa in cui officiava il parroco nominato da una fazione e quella in cui officiava il parroco dell’altra.

In tale contesto, quindi, veniva esattamente a collocarsi il dibattito del clero mandurino riguardante la conservazione, o meno, del potere temporale dei Papi ed il passaggio di Roma all’Italia.

Senonché, la questione romana e del potere temporale del Papa, per diversi anni, anche dopo i fatti militari dell’Aspromonte e, poi, di Mentana, con l’ennesima impresa garibaldina, non trovò ancora vie d’uscita.

Solo i rovesci militari subiti da Napoleone III durante la Guerra Franco-Prussiana ed il ritiro da Roma della guarnigione francese, avviarono il problema verso la soluzione.

Come noto, il 20 Settembre 1870 la Città fu finalmente liberata dal corpo di spedizione del generale Raffaele Cadorna, ma la questione era destinata a trovare la sua soluzione definitiva solo con i Patti lateranensi dell’11 Febbraio 1929, che sancirono la chiusura del conflitto tra laici e cattolici italiani.

Manduria, nel frattempo, aveva dato un piccolo, ma evidente contributo, con quella parte del clero cittadino che, già prima con il canonico Filotico, e dopo con l’arciprete Marco Gatti, aveva sposato, sin dall’origine ed in tempi non sospetti, la causa liberale ed unitaria.

Mentre i volontari affluivano intorno a Garibaldi al canto “O Roma o morte!” e mentre crescevano in tutta Italia le istanze dirette alla liberazione della città, questi coraggiosi esponenti della chiesa cittadina, avevano osato sfidare i loro superiori locali e l’autorità ecclesiastica romana, reclamando sull’argomento assoluta libertà di coscienza.

Significativa testimonianza di questi loro meriti è la nota di saluto, rivolta, per tutti, dalla redazione del giornale leccese all’arciprete Marco Gatti e riportata in calce alla supplica:

“Accolga questo vecchio, illustre ed intemerato patriota, un libero saluto da suoi lontani amici lieti, che presso a compiere un secolo di vita speso a prò della religione e della patria, serba freschezza di mente, e vigoria di cuore non comune.”

 

 

 

Note

1)  Camillo Benso di Cavour, Roma capitale d’Italia, Discorso al Parlamento del 25 Marzo 1861.

 

2) Il cittadino leccese : giornale della provincia politico letterario, n.1 dell’8 marzo 1862 Biblioteca provinciale Nicola Bernardini – Lecce. Fonte:  ICCU Internetculturale.

 

 

3)Tarentini sac. Leonardo, “Cenni storici di Manduria antica, Casalnuovo e Manduria restituita”, Tip. Spagnolo – Taranto, 1901

4) Carmelo Turrisi, “La Diocesi di Oria nell’Ottocento”, Roma 1978, pag. 21 e ss..

 

 

 

 

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