Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Lucrezia D'Alagno: la dominatrice

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Alfonso V d'Aragona, detto il Magnanimo, la sera del 23 giugno 1448 apriva  il solenne corteo in onore della festa di San Giovanni che si teneva a Torre del Greco. La tradizione prevedeva che le giovani “da marito” in quell'occasione regalassero al proprio spasimante una piantina d'orzo.

Se sia stata sfacciataggine o abnorme autostima o ancora, disegno premeditato e concordato, a spingere una nobile e bellissima diciottenne ad avvicinarsi al sovrano e porgergli la sua piantina non sappiamo, fatto è che il re ordinò che le regalassero una borsa piena di “ alfonsine” le monete d'oro in corso. La ragazza ne prese una e nel restituire il sacchetto mormorò:

“ Di Alfonso me ne basta uno solo!” Da quel momento furono inseparabili!

Lei era Lucrezia D'Alagno figlia  di Nicolò D'Alagno nobile napoletano, signore di Roccarainola, feudatario di Torre dell'Annunciata nonchè Capitano di giustizia di Torre del Greco e sua madre anch'essa nobile, era Covella Toraldo.

Il Magnanimo, allora cinquantaquattrenne, da oltre trent'anni viveva separato dalla legittima moglie, Maria di Castiglia che risiedeva in Spagna e dalla quale non aveva avuto figli e... Lucrezia, la giovanissima, bellissima e intraprendente ragazza gli aveva regalato la piantina d'orzo, simbolo di matrimonio.

 

Ben presto divenne la favorita del re, ma la sua posizione non fu mai marginale, essa si comportò da vera “donna di stato” partecipava agli incontri con le delegazioni straniere, riceveva e intratteneva ospiti regali e illustri e il re, che pur di starle vicino aveva spostato la sua corte  da Napoli a Torre  del Greco, aveva in grande considerazione le sue opinioni e i suoi giudizi. Sembrava che tutti l'amassero e da tutti riceveva onori e benemerenze;  per un decennio fu il fulcro della corte aragonese.

Le feste date in suo onore a Castelnuovo e  a Castel dell'Ovo si distinguevano per eleganza e raffinatezza ed erano imitate in tutte le corti. Riuscì ad intessere rapporti di amicizia con uomini potenti ed essa stessa, divenne potentissima. Feudataria di Roccamonfina, San Marzano, Caiazzo, Somma, Ischia esercitava il potere con equilibrio e lungimiranza.

A Somma fece costruire  un castello di cui curò personalmente l'architettura e l'arredamento.  Intanto, però, Lucrezia, desiderava ben altro, aspirava cioè al matrimonio. Era quello l'obiettivo dell'ambiziosa, colta e intelligente giovane: sposare il re e diventare regina. Per perseguirlo si recò a Roma con una folta delegazione, da vera sovrana, ma Papa Callisto III pur avendo con lei rapporti di parentela, rifiutò di prendere in considerazione un divorzio fra i legittimi regnanti:

"Non andrò all'inferno per lei!"  pare abbia confidato.

Forse Alfonso se l'aspettava perché al suo ritorno da Roma le andò incontro partendo da Capua e la colmò di  ulteriori regali, cariche e feudi anche per i suoi familiari. Giusto un anno dopo però, il 24 giugno 1458, il re morì.

La situazione per Lucrezia cambiò bruscamente: i vecchi amici le voltarono le spalle e lo stesso Ferrante, che da figlio illegittimo di Alfonso era sempre stato gentile e premuroso con lei ora, diventato re, le chiese di consegnare i feudi assegnandole un vitalizio che, però, la donna sdegnosamente rifiutò. Si trincerò nel castello di Somma che fu assediato dalle forze armate spagnole e dal quale riuscì a fuggire, recandosi prima in Puglia e poi in Dalmazia.

La buona stella di Lucrezia era tramontata. La  musa dagli occhi viola e dalla loquace parlantina che aveva ammaliato il re Alfonso il Magnanimo e tutta la corte aragonese, che era stata celebrata nei versi di poeti italiani e spagnoli, l'unica donna che, pare, fosse stata ritratta nel bassorilievo dell'arco trionfale di Alfonso in Castelnuovo, visse gli ultimi anni della sua vita a Roma nel quartiere Monti, dove morì il 23 settembre 1479  proprio lì dove si trova una delle sei statue parlanti rese famose  dalle “ Pasquinate”.

La statua di cui parlo, di epoca romana è alta tre metri, si trova su di un basamento posto tra la chiesa di San Marco e Palazzetto Venezia e ritrae un busto di donna che i Romani chiamano, guarda caso, Madama Lucrezia.

 

 

 

                                                                           

Bibliografia

B. Croce, Storie e leggende napoletane.

Capaccio, Elogia mulierum illustrium.

                

 

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