La Grande Guerra e gli internati politici del Trentino

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Categoria: Storia Contemporanea
Creato Giovedì, 01 Settembre 2016 15:40
Ultima modifica il Venerdì, 02 Settembre 2016 16:50
Pubblicato Giovedì, 01 Settembre 2016 15:40
Scritto da Mario Eichta
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Allo scoppio della guerra tra il Regno d’Italia e le Potenze Centrali anche il Trentino, come altre Province dell’Impero di lingua italiana, provò l’inusitato rigore da parte delle autorità imperiali. Il Parlamento era chiuso da un anno.

In qualche caso vennero sciolte le Diete Provinciali ed i Consigli Comunali, vennero istituiti dei Commissari, venne decisa la sospensione dei diritti costituzionali dei cittadini, della libertà individuale e di dimora.

Venne ordinata la soppressione o il condizionamento del diritto di riunione e di associazione e la stampa venne imbavagliata.

Si arrivò quasi alla paralisi della vita sociale e politica.

Per allontanare dalla zona di guerra e dalla città-fortezza i cittadini sospetti, possibile pericolo per lo Stato, si applicò il paragrafo 6 dell’art. LXIII della legge ungherese del 1912, entrata in vigore nel 1913 con la relativa pubblicazione sul Bollettino Ufficiale ed utilizzato automaticamente dall’intero apparato militare austro-ungarico.

Con essa vennero accordati, in caso di guerra, al Ministero della Guerra poteri eccezionali, con il diritto di emanare particolari e drastiche disposizioni.

Così venne automaticamente e legalmente autorizzato il progetto degli internamenti e delle evacuazioni.

L’intera amministrazione della giustizia venne affidata a specifici tribunali militari.

Spie e delatori e confidenti di polizia contribuirono anche con denunce anonime e vendette personali ad arresti, ad impietose perquisizioni domiciliari, ottenendo processi spesso motivati da assurde e false imputazioni.

 

In breve le liste di proscrizione divennero sempre più lunghe.

Il valersi di detta legge eccezionale di guerra comportò tra l’altro il radicale mutamento della situazione sociale all’interno dell’Impero e per molti sudditi significò il soffocamento della vita civile.

Lo Stato instaurò praticamente il potere dittatoriale dei militari. Gli stessi Luogotenenti Provinciali dovettero sottostare in zona di guerra alle disposizioni impartite dal Comandante Supremo dell’Esercito.

Anche tutti i funzionari di polizia dovettero obbedire alle direttive dei militari.

L’amministrazione militare, pur avendo sufficientemente infierito, sopprimendo i diritti politici, le garanzie costituzionali, le autonomie provinciali e comunali, i diritti di opinione, di critica, di movimento e di associazione, diede inizio anche alle deportazioni dei sospetti: si iniziò la caccia ai dissidenti e ai politicamente sospetti, perché considerati potenzialmente antiregime.

Specie nelle terre irredente, dal maggio del 1915, si dovettero assicurare all’esercito le spalle sicure. I controlli furono quindi ancora maggiori.

Anche la Comunità trentina, al disagio dell’assenza della propria gioventù militarizzata, al disagio delle evacuazioni dei propri profughi, dovette aggiungere anche quello dei propri internati politici e dei confinati.

I timori di tradimento ed i sospetti di spionaggio che il feldmaresciallo von Hötzendorf nutriva nei confronti anche dei “Tirolesi italiani”, ossia dei Trentini, sia che fossero impiegati statali, parlamentari a Vienna o alla Dieta di Innsbruck, o sacerdoti, religiosi, suore, insegnanti e studenti, e della possibile attività irredentistica ed antistatale delle varie e numerose associazioni sportive, culturali o sociali, l’avevano da tempo indotto ad una energica azione di polizia.

I timori di von Hötzendorf ed il clima di sospetto da parte delle autorità centrali anche verso i “sudditi italiani dell’Impero” avevano già da qualche anno provocato il condizionamento o l’accantonamento spesso immotivato di alti funzionari, anche di origine trentina, che servivano l’Impero. Esempio per tutti il trentino Beniamino Dorna che nel 1911 era stato nominato addirittura Vicepresidente della Luogotenenza del Tirolo, alto incarico, a cui nel 1913 con suo grande disappunto dovette rinunziare, in quanto venne improvvisamente e d’autorità collocato a riposo!

La stessa censura provocò un particolare controllo della stampa e della corrispondenza. Ogni lettera dovette essere spedita aperta.

La censura postale attivata dalla Polizia di Stato, specie all’inizio, fu particolarmente severa.

La censura nel Tirolo, quindi anche nei paesi del Trentino, era iniziata già nel 1914.

La corrispondenza epistolare veniva censurata inizialmente con la scritta “Sorveglianza di Polizia Statale”.

Dall’ottobre del 1914 la censura della corrispondenza destinata all’estero divenne militare.

La corrispondenza proveniente dall’estero rimaneva competenza della imperial regia Polizia di Stato.

All’inizio della guerra tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico venne istituito ad Innsbruck uno specifico ufficio militare con lo scopo di controllare la posta interna.

A Trento la corrispondenza delle persone sospette iniziò ad essere segretamente censurata dalla Polizia già dal 7 agosto del 1914.

Il responsabile di tale servizio era il Barone Hausmann, l’allora Commissario di Polizia.

I militari dal canto loro avevano iniziato, anche in base alle informazioni desunte dalla corrispondenza, massicci arresti in tutte le province dell’Impero, anche in base a sospetti risibili, vedendo ovunque potenziali nuovi nemici della Monarchia Danubiana.

Per comprendere, maggiormente, quale clima particolarmente sospetto e repressivo si fosse creato, è interessante notare come sia dovuto intervenire lo stesso Imperatore d’Austria e d’Ungheria Francesco Giuseppe. Già in data 17 settembre 1914 aveva inviato un suo scritto al Comando Supremo dell’Esercito ed al Ministro della Guerra, ordinando che tutte le autorità militari dovevano essere obbligate ad eseguire arresti “solamente in caso di gravi sospetti”.

A seguito di tale ordinanza imperiale, lo stesso Ministro degli Interni, su sollecitazione a sua volta del Presidente del Consiglio dei Ministri, in data 22 settembre 1914 dava segretamente disposizioni alle i. r. Luogotenenze, raccomandando di far eseguire arresti “di persone politicamente sospettate o inaffidabili solo a seguito di pesanti sospetti”. Queste direttive “centrali” valsero ben poco e furono volutamente anche ignorate dalle autorità militari, specie in zona di guerra e soprattutto dopo l’entrata in guerra del Regno d’Italia, per quanto riguarda le persone sospette di lingua italiana.

Anche nel Tirolo italiano, specie dal maggio del 1915, molti furono i sudditi trentini schedati ed internati o confinati ad esempio nel Campo di internamento di Katzenau, nella periferia di Linz, nei pressi del Danubio, dove precedentemente erano stati portati i prigionieri di guerra russi. Sospetti di altre Province vennero deportati anche a Hainburg an der Donau, Enzendorf im Thale, Mittergraben, a Weyerburg, a Sitzendorf an der Schmieda, a Raschalaa ed a Göllersdorf.

Alcuni trentini, sospettati ed accusati di irredentismo, vennero condotti sotto scorta armata a Katzenau già alcuni giorni prima del 24 maggio 1915! Il Ministro della Giustizia Klein nel suo discorso-programma esposto il 4 novembre del 1916, riferendosi agli internati, ebbe a dire:

“Noi dobbiamo vigilare, affinché il diritto rimanga diritto e che ad ognuno, anche in tempo di guerra, venga resa giustizia”.

Purtroppo l’autorità civile dimostrò ancora tutta la sua debolezza davanti al reale potere delle autorità militari. A Katzenau vennero internati 1754 Trentini; ve ne morirono 353! Il responsabile di quel Campo era tirolese, il barone Joseph von Reicher, alto funzionario della Luogotenenza a Linz. Oggi anche di quel Campo non vi è più traccia.

Su proposta dell’Autore, il Comune di Linz nel 1996 pose presso il Centro Culturale Posthof una lapide marmorea commemorativa con la scritta: “A ricordo di quei Trentini che durante la Grande Guerra furono internati nel Campo di internamento di Katzenau”.

I Trentini che lo vorranno, Autorità Regionali, Provinciali, Comunali, scuole, associazioni di ex combattenti e culturali potranno finalmente, come molti già fanno a Braunau ed a Mitterndorf e in alcune località della Boemia e della Moravia, raggiungere anche Katzenau e mentre verranno deposti dei fiori, si potrà dedicare un pensiero ed una preghiera a coloro che là soffersero ed a coloro che non tornarono.

Tra gli internati politici, o ritenuti tali, vi era una nutrita rappresentanza della classe dirigente trentina, con illustri esponenti del mondo economico, della cooperazione, della cultura, della nobiltà, sacerdoti, religiosi, parlamentari, magistrati, funzionari, insegnanti e studenti, artigiani e commercianti.

Anche la Superiora Provinciale delle “Suore del Noviziato” di Trento, suor Antonietta Sterni, decorata di medaglia d’argento, vi venne internata, perché “regnicola”, insieme alle consorelle suor Cristina Bassi e suor Giuditta de Capitani.

Tra i vari personaggi i deputati Antonio Tambosi di Trento, Gustavo Chiesa di Rovereto, il sindaco di Trento Vittorio Zippel, il Conte Alberti di Rovereto, il sindaco di Rovereto Barone Valeriano Malfatti, la Baronessa Altenburgher di Trento, i Conti Martini di Mezzocorona ed anche Luigi Eichta, mio padre, successivamente confinato ad Oberhollabrunn. Aveva fondato a Merano la Società Operaia Cattolica  seguendo i dettami della Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

Anche mons. Guido de Gentili, deputato della Dieta di Innsbruck, venne arrestato. L’azione più clamorosa ed impopolare fu il provvedimento di confino del Vescovo di Trento mons. Celestino Endrici che così condivise il triste destino di molti dei suoi conterranei. Mons. Endrici era nato nel 1866 a Don in Val di Non. A soli 38 anni venne nominato Vescovo ed occupò la cattedra di S. Vigilio a Trento. Egli venne arrestato il 1° marzo del 1916 e condotto dai gendarmi il 19 giugno nell’Abbazia cistercense di Heiligenkreuz nei pressi di Mayerling! Vi rimase rinchiuso e sorvegliato fino al novembre 1918.

Praticamente si volle colpire tutta la classe dirigente della società trentina, fino nelle valli più remote. Secondo le i.r. autorità militari molti sudditi trentini erano colpevoli di aver sostenuto tra l’altro il distacco territoriale della “parte italiana” e le istanze di autonomia del Trentino da Innsbruck, espresse con tenacia e convinzione fin dal 1848, sia al Parlamento di Vienna che a Francoforte. In fondo Trieste aveva già quanto richiesto dai Trentini. La Luogotenenza nel porto dell’Impero era retta allora dal Barone Fries-Skene.

A Katzenau furono internati anche tre abitanti di Lavarone: il farmacista dott. Ciro Giongo, il segretario comunale Luigi Giongo ed il fabbro Antenore Chiesa.

Il 21 novembre 1916 morì l’ottantaseienne Imperatore Francesco Giuseppe. Gli successe il pronipote, l’arciduca Carlo, allora ventinovenne.

Anche gli internati di Katzenau beneficiarono dell’amnistia per i reati politici concessa dal nuovo imperatore Carlo d’Asburgo-Lorena il 2 luglio del 1917.

I motivi di tale concessione furono vari. Vi fu anche il personale intervento della stessa Imperatrice Zita di Borbone-Parma. Lo stesso Nunzio Apostolico a Vienna mons. Valfrè pare si fosse particolarmente attivato, sostenendo quanto richiesto dal Vaticano.

Non può essere dimenticata la stesura dei memoriali di molti internati, specie di Triestini, che riuscì ad essere consegnata a Vienna anche alle massime autorità ed allo stesso Parlamento, che era stato riaperto il 3 maggio del 1917.

Molti furono così “liberati” e poterono sopravvivere cercando lavoro e sistemandosi fino alla fine del conflitto in varie località dell’Austria. Molti furono trasferiti in altri Campi o sistemati in Campi preesistenti come a Oberhollabrunn o nel Castello di Göllersdorf, da tempo trasformato in penitenziario, a Gross-Siegharts, ad Haslach ed a Mistelbach. Queste sistemazioni furono un po’ meno disagevoli che in precedenza, anche se rimaneva il costante e soffocante controllo della Polizia.

L’8 marzo del 1917 era stata inviata dal Governo austro-ungarico una circolare riservata n. 97717 che venne fatta recapitare a tutte le Luogotenenze Provinciali, a tutti i Capitanati Distrettuali, alle Direzioni di Polizia ed ai Municipi. Si fissavano le norme per la liberazione totale o parziale dei deportati o dei confinati. Numerosi furono coloro a cui, ufficialmente, fu consegnata l’attestazione di “del tutto insospettabile”!

L’Ufficio Sorveglianza di Guerra di Vienna e delle Luogotenenze furono costretti a cancellare sulle schede dei deportati quella P. U. scritta con inchiostro rosso (Politisch Unzuverlässig politicamente malfidi).

A fine guerra, ad Oberhollabrunn, proprio nello stesso Campo di internamento, furono portati i bambini denutriti della città di Vienna, particolarmente bisognosi di assistenza. Tutta la popolazione delle città, soprattutto di Vienna, ebbe a soffrire indicibili disagi di varia natura durante la guerra che ne esasperarono l’intera popolazione.

 

Tratto da “Un episodio di confino, carcere ed internamento” scritto da Don Federico Sauda, Parroco di Zoreri (Terragnolo) in provincia di Trento:

" Trovandomi fra i miei profughi a Pottendorf, un giorno del dicembre 1915, mi rivolsi al direttore dell’accampamento per avere un “lascia passare” per l’accampamento di Mitterndorf, onde visitare una mia profuga colà. Mi fu risposto: “Ritorni nella sua baracca, prepari la sua valigia, giacché da Vienna è pervenuto l’ordine del suo confinamento in Hoberhollabrunn”. Assai meravigliato per simile inattesa notizia, non mi riuscì di conoscerne il motivo. Fatto in fretta il bagaglio, colla scorta di una guardia di polizia di Vienna andai alla stazione. Qui mi si fece montare su un carrozzone, e sempre con quella compagnia, partii per Vienna. Arrivati alla Nordbahn si doveva procedere verso Oberhollabrunn in ferrovia, ma vi erano tre ore di aspettativa. Che fa quella guardia di polizia? Gli premeva di andar a trovare qualche suo conoscente, ma non voleva che io l’accompagnassi: decise così di affidarmi ai camerieri del ristorante alla stazione con la severa ingiunzione di sorvegliarmi, di non permettermi d’allontanarmi di là, di impedire la mia fuga. Finalmente dopo tre ore quel poliziotto ritornò alla stazione e mi fece montare nel treno in partenza per Oberhollabrunn.

Giunto colà mi affidò all’ufficio dei confinati, dove mi si prelessero tutte le ordinanze riguardanti i profughi, mi si indicò un’osteria ove poter mangiare, bere e dormire... a mie spese. Tranne la sorveglianza della polizia, ed il dover presentarmi ogni giorno ad ore stabilite a quell’ufficio di sorveglianza, fui in massima contento, perché colà non solo trovai molti dei nostri trentini amici, ma anche non avevo più l’incubo della persecuzione del capo ufficio di Pottendorf, un accampamento per i triestini, istriani e goriziani e solo provvisoriamente per trentini, trattati perciò assai duramente.

In Oberhollabrunn presi in affitto assieme al signor Eichta Luigi di Trento un quartiere a piano terra di una villa abbandonata. Non era immobiliata, sicché dovemmo farci letti, tavola, panche tutto alla buona. Quel quartiere divenne il ritrovo di alcuni amici trentini e colà passavamo delle ore al giuoco delle carte, sempre però sorvegliati da guardie di polizia.

Eravi in quella città un ospedale per poveri profughi trentini, coi quali però noi mai potevamo trattare. Guai! Se ci avessero scorto ad avvicinare qualcuno di essi! Un giorno passammo sotto le finestre di una ospitale militare, mi sentii chiamare da un amico di Spormaggiore, ferito, che desiderava parlarmi: mentre stavo per entrare, venni respinto, perché confinato."