Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Petrarca e la corte di Giovanna I d’Angiò

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Bella, ardente, generosa e senza freni morali, Giovanna I d'Angiò (Napoli, 1327 circa – Muro Lucano, 12 maggio 1382), regina di Napoli, non poteva non suscitare l'attenzione dei due sommi scrittori del tempo, Boccaccio e Petrarca.

Il contrasto tra le loro divergenti opinioni, è risultato essere particolarmente interessante per  Gino Doria che pose un limite alle esagerazioni riportate da varie fonti sulla di decadenza della corte e riguardo alle perversioni  della  stessa regina e del  precettore del  di lei marito, il calabrese Fra’  Roberto, definito da Petrarca " horrendum tripes animal".

Mentre Giovanni Boccaccio rimaneva ammirato dalla bellezza e dall’eleganza di quella vita di corte “gaia e  leggiadra” e vi si immergeva  godendosi i piaceri di quella “ Napoli, lieta, pacifica, abbondevole e magnifica”, l’austero Giovanni Petrarca si mostrava spaventato, inorridito dagli sfarzi della corte della regina, emblema di totale decadenza morale e di perversione, palesando  il suo sdegno in una delle epistole delle Familiares.

Il racconto del Petrarca era incentrato sul contrasto tra la corte di Roberto D’Angiò, visitata anni prima e  definita “virtù del nostro tempo” e la spaventosa e sconcertante esperienza del suo secondo viaggio a Napoli, nel corso della reggenza di Giovanna I, considerato dal poeta e scrittore toscano una realtà infernale.

Petrarca si era recato per la seconda volta a Napoli nel 1343, investito di una duplice missione diplomatica per conto del papa Clemente VI e per conto del cardinale Giovanni Colonna. Con la prima presentava alla corte della regina le rimostranze del pontefice perché, in seguito alla morte di re Roberto, nel gennaio del 1343, era stato nominato un consiglio di Reggenza senza il consenso del papa  che, essendo feudatario del Regno, aveva diritto ad essere consultato.

 

La seconda missione si mostrava più delicata, in quanto riguardava la richiesta di scarcerazione dei fratelli Giovanni, Pietro e Ludovico Pipino, rinchiusi nelle segrete di Castelcapuano.

Nel libro V delle Familiares Giovanni Petrarca  scriveva  di “aver creduto soltanto a Menfi, a Babilonia, alla Mecca esser disprezzato Cristo, mentre doveva  dolersi, ora, Napoli gentile esser fatta simile a quelle: senza pietà, senza verità, senza fede”. Secondo il Petrarca, la  corte era un vero e proprio “monstrum”, dove dettava legge un «un orrendo animale a tre piedi, scalzo, col capo scoperto, superbo della sua povertà, flaccido per lussuria ; un omuncolo calvo e rubicondo, con le gambe gonfie, appena coperto da un povero mantello che a bella posta lasciava nuda buona parte del corpo”.

Alla stregua del  corpo sfigurato e corrotto,  altrettanto  si mostravano degradati  i segni stessi del potere, che “incarnava”:  

“costui, con un nuovo e strano genere di tirannide, non porta il diadema, non la porpora, non le armi, ma uno squallido mantellaccio nel quale [...] non tutto, ma solo una parte si avvolge ; e curvo non per vecchiaia ma per ipocrisia, forte non della sua facondia, ma del suo silenzio e del suo cipiglio, si aggira per le sale delle regine e, appoggiandosi al bastone, calpesta gli umili, conculca la giustizia, profana ogni diritto umano e divino”.

Il giudizio del Petrarca fu avvalorato anche secoli dopo da Benedetto Croce, secondo il quale la decadenza della corte di Giovanni I D’Angiò rappresentò non solo “l’età peggiore della storia del Mezzogiorno d’Italia”, ma anche “ l’età peggiore, per disordini e ferocia, in tutta l’Europa”.

 

Bibliografia:

Francesco Petrarca, Familiares, Libro V, in Gino Doria, Storia di una capitale. Napoli dalle origini al 1860, Grimaldi & C. Editori, 1963

Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, a cura di Giuseppe Galasso,  Adelphi, 1992

 

 

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