Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

I giustiziati di Napoli, dai Vicerè ai Borbone

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Il ‘nessuno tocchi Caino’ è una legge divina che non è mai stata contemplata dalla legge dei potenti. La condanna capitale è una pratica antica come il mondo ed ancora oggi 58 Paesi, tra cui di Stati Uniti ed il Giappone, continuano ad applicarla nei loro ordinamenti, uccidendo in nome della umana giustizia.

La pena di morte in Italia è stata usata in vari modi e in varie epoche, dai tempi dell'antica Roma fino al 1948. Il primo Stato al mondo ad abolirla legalmente fu il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786 con l'emanazione del nuovo Codice Penale Toscano firmato dal granduca Pietro Leopoldo, influenzato dalle idee di pensatori come Cesare Beccaria, che nel suo trattato  Dei delitti e delle Pene, in particolare nel capitolo XXVII,  si era espresso contro di essa, argomentando che con questa pena lo Stato, per punire un delitto, ne commetteva uno a sua volta.

L'Italia Unita, per opera del ministro liberale Giuseppe Zanardelli, l'abolì nel 1889, tranne per i crimini di guerra e il regicidio. La pena fu reintrodotta dal regime fascista con il codice Rocco nel 1930, poi abolita nel 1944 e ripristinata l'anno seguente; con l'avvento della Repubblica nel 1946 è stata espressamente vietata.

Il rapporto dell’uomo con la propria sentenza di morte  rappresenta uno studio da cui molto spesso si rifugge, specialmente quando si tratta di considerare persone che non hanno fatto la storia, ma che l’hanno subita nei suoi aspetti più crudeli e controversi.

Dai registri della Compagnia Napoletana dei Bianchi della Giustizia è stato possibile identificare  oltre 4000 anime che furono condannate alla pena capitale nel regno di Napoli tra l’epoca vicereale e quella borbonica, una cifra  che comunque va presa come un dato statistico, perché tantissimi giustiziati non beneficiarono nemmeno del conforto religioso.

 

Il sodalizio della Compagnia Napoletana dei Bianchi della Giustizia, così chiamati dal colore del saio dei confratelli, risale probabilmente agli inizi del XVI sec. Nella tradizione napoletana, le confraternite erano delle istituzioni impegnate in diverse attività che andavano dal semplice culto ad iniziative rivolte al sociale.

Quella dei Bianchi fu particolarmente impegnata soprattutto per la missione verso i condannati a morte.

I registri della Compagnia in cui venivano annotate le notizie relative ai giustiziati, furono redatti, anno per anno, da 226 confratelli scrivani che si sono succeduti dal 1556 al 1862, anno in cui, con la caduta dei Borbone e l’unificazione dell’Italia sotto l’egida dei Savoia, le esecuzioni, che comunque proseguirono con più discrezione, non furono più spettacolarizzate nelle pubbliche piazze, onde evitare di dare un’immagine negativa del nuovo Stato unitario e, di conseguenza, anche ai Bianchi fu chiesto di concludere la loro secolare missione. Era il 20 dicembre del 1862 quando alle sette e un quarto nel fortino di Vigliena, fu fucilato  un ragazzo di venti anni, Salvatore Gravagno, soldato del II Granatieri de’ Piemontesi. Fu l’ultimo condannato confortato dai Bianchi.

Custodita fin dagli inizi del XVI sec. presso l’ospedale napoletano di ‘S. Maria del popolo degli Incurabili’,  negli archivi della cappella intitolata a S. Maria Succurrere Miseris, la documentazione prodotta dai confratelli, dal 1996, ha trovato una più adeguata collocazione presso l’Archivio Storico Diocesano di Napoli, dove il direttore, Antonio Illibato, lui stesso confratello dei Bianchi, ha provveduto ad inventariarla eccellentemente ed a metterla a disposizione di tutti gli studiosi.

I ‘notamenti’ dei giustiziati iniziano a comparire nei registri degli scrivani  dal terzo volume datato 1556, e proseguono fino al duecento settantottesimo. Fu lo scrivano Prospero Vitaliano nel 1556 ad affidare alla storia il nome del primo giustiziato, Marco Giovanni Francesco del Balzo un gentiluomo del quale i Bianchi non ci forniscono ulteriori notizie, ma dal cognome non è poi così peregrina l’ipotesi che possa trattarsi di un reo di lesa maestà, di famiglia nobile, appartenente al lignaggio di quei Del Balzo che alla fine del XV secolo avevano partecipato ad un noto movimento rivoluzionario, meglio conosciuto come ‘la congiura dei Baroni’, sorto in reazione agli Aragonesi che si erano insediati sul trono di Napoli, attuando una riforma organica dello Stato che andava contro il potere delle grandi dinastie baronali che controllavano più terre del Re.

I Del Balzo, condannati a morte a seguito della congiura dei Baroni, erano stati duchi di Andria ed avevano abitato nello stesso palazzo che sarebbe poi appartenuto ai Carafa duchi di Andria.

E’ curioso notare come a volte il destino possa accomunare persone vissute anche a secoli di distanza: nello stesso palazzo appartenuto ai Del Balzo, nel 1767 vi nacque Ettore Carafa, il conte di Ruvo, uno dei più famosi protagonisti della Repubblica Napoletana del 1799, che finì anch’egli decapitato in piazza Mercato il 4 settembre del 1799. Ovviamente l’accusa fu la medesima: lesa maestà.

 

Talvolta gli scrivani dei Bianchi si adoperavano in vere e proprie cronache delle esecuzioni, quando queste si erano svolte con un rituale molto più macabro dell’ordinario. Non sono rare alcune dettagliate descrizioni di elevata crudeltà da parte del boia, le reazioni del popolo, particolari momenti vissuti dal ‘paziente’ nell’ ‘anticamera della morte’, e soprattutto annotamenti di giustizia, ‘ingiusta’ a carico di persone innocenti.

Rassegnati ed impotenti di fronte ad una condanna ordinata dal sovrano di turno, i confratelli non potevano far altro che esprimere in sordina la loro desolazione, consolandosi  con l’aver almeno aiutato ‘quell’infelice a ben morire’.

Purtroppo è risaputo che le corti di giustizia di quei tempi giudicavano spesso sulla base di false testimonianze, supposizioni e confessioni ottenute con varie forme di tortura. Tra queste la ‘corda’ era considerata la regina, e consisteva nel legare il presunto colpevole con le braccia dietro la schiena e sollevarlo poi con una fune fissata ai polsi che scorreva in una carrucola posta in alto. In questo modo il peso del corpo gravava sulla giuntura della spalla, provocando un dolore insopportabile, a seguito del quale si estorcevano le confessioni, il più delle volte false.

Nei registri dei Bianchi si fa menzione della pratica della tortura fino alla meta del Settecento. Il Seicento fu un secolo di disordine e di instabilità, di guerre e di rivoluzioni, di assolutismo e di eversione. Nei primi anni del XVI secolo, a causa delle Guerre d'Italia (1494-1557), il Regno di Napoli aveva perso la sua indipendenza e fu sottoposto, fino al 1734, a diverse potenze straniere che ne affidavano il governo ad un viceré.

Considerate le migliaia di condanne capitali inferte durante l’epoca vicereale  risulta difficile stabilire quale dei viceré abbia esercitato maggiormente il suo potere di morte sui sudditi. A tal proposito il giudizio pronunciato da Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli sull’operato del viceré Don Pedro da Toledo, si rivela molto significativo: “Il viceré tenne ad essere non già amato, ma temuto, facendo sentire il suo pugno pesante sui patrizi, la città e il popolo”.

Non da meno furono i successori Don Pedro da Toledo che,  ben consapevoli di non essere amati, sia per il governo avido e corrotto, sia perché stranieri, allo scopo di esercitare un massiccio controllo sulla popolazione, cercarono di rendere la capitale sempre più asserragliata nelle mura perimetrali, per cui, durante il secolo XVII, molti edifici crebbero in altezza,  seppellendo  i resti archeologici della Napoli greco-romana. Nel corso dei Seicento malattiee carestie impedirono una crescita del trend demografico generale. A falcidiare le popolazioni non erano solo le epidemie, sintomo peraltro di alimentazione insufficiente e igiene precaria, ma le guerre su vari fronti e le rivolte interne seguite dalle giustizie.

Durante il periodo vicereale durato fino al 1734, la condanna a morte veniva dispensata con una facilità impressionante ed i reati per i quali era prevista erano l’omicidio, il tentato omicidio, il furto, la pedofilia e l’omosessualità,  le dichiarazioni diffamatorie, la falsificazione di monete e di titoli bancari, il proferimento di bestemmie contro immagini sacre, il possesso di armi, ed ovviamente il tradimento alla fede giurata, le nuove ribellioni, la congiura  e la lesa maestà. Per i soldati era prevista, anche per la  diserzione, ed inoltre, quando tra loro si era verificato un episodio ritenuto delittuoso e non si riusciva a trovare il colpevole, tra gli indiziati si procedeva per sorteggio. La macabra usanza fece decine di vittime soprattutto durante la reggenza di Carlo di Borbone.

Durante quell’epoca si giustiziava talvolta nei luoghi dove era stato commesso il reato, questo a maggior soddisfazione per le famiglie delle vittime, ma la piazza della morte più tristemente famosa era quella del Mercato che  nei secoli ha visto migliaia di esecuzioni, tra cui la più ricordata fu quella di giovanissimo Corradino di Svevia il 29 ottobre 1268.

Il popolo accorreva sempre numeroso, mosso da curiosità, talvolta impietosito, altre ancora per schernirsi del morente. Quando si eseguivano le giustizie ‘repentine’,  diremmo oggi, ‘per direttissima’, i confratelli dei Bianchi non avevano nemmeno il tempo di annotare qualche notizia e di esercitare il loro rituale conforto, che i condannati erano già stati appiccati sulla facciata principale del Castel Capuano e lì lasciati esposti al pubblico lubridio per giorni.

Questa forma di macabra spettacolarizzazione è costantemente citata nei registri per tutta l’epoca vicereale ed anche per quella borbonica.

Dal decennio francese in poi (1805-1815) con l’introduzione della ghigliottina, le esecuzioni, pur continuando ad essere pubbliche, avvenivano con rituali meno aberranti.

Sia i viceré che successivamente i  Borbone applicavano i gradi di pubblico esempio, secondo i quali, più efferato era stato il delitto, più dolorosa doveva essere la tortura ed il monito per il popolo. Quando la giustizia usciva dal tribunale della Vicaria il condannato era circondato da una processione di guardie e sacerdoti. Molto spesso veniva ‘strascinato’  per tutta la città, un’immagine che rimanda alla mitologia greca, quando nell’Iliade Achille uccise Ettore trascinandone per nove giorni il cadavere dietro al suo carro.

Il trascinamento usato dai viceré ed in seguito dai Borbone, avveniva in due diverse modalità: o su tavole di legno legate ad  un carro, oppure ‘a coda di cavallo’; in questo caso il condannato giungeva al patibolo con il corpo lacerato dal diretto strofinamento col suolo. In taluni casi si procedeva alla recisione delle mani o della lingua, prima dell’esecuzione finale. Uso comune dei pezzi recisi era l’esposizione a tempo indeterminato in gabbie di ferro sospese alle mura del tribunale o nei luoghi dove era stato commesso il crimine.

I patiboli erano allestiti per praticare la forca o la mannaia, e non era raro che quest’ultima, dalla lama dritta e non obliqua come la ghigliottina, falliva nel colpo mortale. In questi casi il boia provvedeva allo straziante taglio della testa con un coltello.

Alcuni subivano il supplizio della ruota, che consisteva nel legare il reo per i polsi e le caviglie ad una ruota e con una mazza gli venivano rotte le ossa fino alla morte. Una morte, questa, che comportava  anche una lunga agonia.

Molto spesso i confratelli dei Bianchi non potevano procedere nel funerale perché, non soddisfatta dalla  morte atroce, la giustizia doveva infierire anche sul cadavere, ordinando che venisse ‘squartato’, ‘smembrato’ o ‘abbrugiato’.

Se tutta questa disumanità esercitata dai viceré ed in seguito  dai Borbone, doveva essere di monito per il popolo, considerate le cifre crescenti dei condannati, dobbiamo constatare che essa  servì solo a spargere morte e a far accrescere un legittimo rancore verso quelle monarchie sanguinarie. Evidentemente le carestie, le pestilenze e l’autorità schiacciante ed asfissiante dei sovrani che imponevano tasse ed obblighi dall’alto di una corruzione dilagante,  avevano esasperato così tanto la gente da porla in una sfida continua con la morte in cerca di libertà.

Durante tutta l’epoca vicereale, ai reati cosiddetti ‘comuni’ quali il furto e l’omicidio, ricorrevano talvolta quelli per ‘nuove ribellioni’ e ‘lesa maestà’. Ciò dimostra quanto potesse essere considerevole il malcontento sociale verso la politica degli spagnoli che, per stroncare sul nascere qualsiasi nuova rivolta, dispensavano condanne a morte con una dovizia terrificante. Bastava essere scoperti in possesso di armi, o di intrattenere della corrispondenza con qualcuno ritenuto nemico della corona per finire sul patibolo, e spesso vi si giungeva anche con accuse fittizie pur di mettere a tacere persone ritenute pericolose, non solo per il governo, ma anche per l’istituzione religiosa.

Dalle persecuzioni dei seguaci di Tommaso Campanella, fino alla rivolta di Masaniello, il Seicento vide migliaia di condannati per ‘lesa Maestà’ e ‘nuove ribellioni’ ed il nuovo secolo si aprì con i giustiziati della ‘Congiura di Macchia’, una cospirazione ordita da diversi nobili napoletani allo scopo di destabilizzare il viceré spagnolo, Luigi della Zerda, duca di Medinaceli, e fargli subentrare l’arciduca Carlo d’Austria, figlio dell’imperatore Leopoldo.

Questo episodio che sconvolse la città di Napoli, e la cui cronaca è riportata nei registri dei Bianchi della Giustiza, fu narrato, in lingua latina anche da Giambattista Vico nel De coniuratione partenopea, che, pur essendo uno scritto minore del grande filosofo, rimane la più ampia narrazione di quegli avvenimenti fatta da un intellettuale contemporaneo chiamato, peraltro, a pronunciarsi prima contro con un'orazione di condanna ordinatagli dal viceré, poi, all'avvento degli austriaci, a stilare una difesa a favore dei congiurati. 

Nel 1734, durante la guerra di successione polacca, Carlo  di Borbone, primogenito delle seconde nozze di Filippo V di Spagna con Elisabetta Farnese, al comando delle armate spagnole, conquistò i regni di Napoli e di Sicilia mettendo fine al periodo vicereale.

Il suo arrivo nella capitale il 10 maggio del 1734 segnò l’inizio della rifondazione istituzionale del Regno.

La proporzione numerica dei condannati crollò vertiginosamente, in maniera direttamente proporzionale ai reati per i quali era prevista la pena di morte.

Con la Prammatica del 14 marzo 1738, Carlo di Borbone proibì  la tortura e l’uso di pozzi sotterranei per l’isolamento dei detenuti, ma la Lex Julia majestatis, introdotta dal suo successore Ferdinando IV,  come legge dello Stato, riprese ad infliggere  pene severissime e torture per chiunque partecipasse ad una congiura.

Il Codice per lo Regno delle due Sicilie, promulgato per editto da Ferdinando I di Borbone nel 1819, persisteva in tratti ancora profondamente reazionari adottati nelle prammatiche sanzioni dei precedenti anni di reggenza.

Pur riducendosi il numero dei reati per i quali era prevista la pena di morte, le modalità nell’esecuzione rimasero invariate rispetto all’epoca vicereale.

Quello dei Borbone fu  un cambiamento solo di facciata, una simulata emancipazione, insomma, con molte leggi ad personam, specie sull’omosessualità ed i rapporti promiscui, considerata la vita dissoluta della corte soprattutto durante la reggenza di Ferdinando IV e Maria Carolina.

E’ vero che rispetto all’epoca vicereale, con i Borbone il Regno conobbe un relativo periodo di crescita, ma bisogna anche considerare la persistenza di una stratificazione sociale che, soprattutto nelle province, languiva di stenti e miserie.

La politica dell’immagine adottata dai cinque regnanti di casa Borbone che si successero tra il 1734 ed il 1862,  aveva attirato verso la capitale viaggiatori da tutta Europa, richiamati dallo splendore delle nuove regge, dei palazzi nobiliari, dalla sfarzosa vita dei regnanti. La crescita demografica, se da una parte dimostrava un miglioramento delle condizioni di vita, che nel Seicento erano state ridotte ai limiti della sopravvivenza da pestilenze e carestie, dall’altra segnava un tasso di analfabetismo altissimo e la conseguente degenerazione di un’ampia stratificazione sociale.

La cultura illuministica aveva generato persone pericolose, menti capaci di distinguere, considerare e giudicare oltre le apparenze, e soprattutto capaci di interfacciarsi con la politica di monarchi assolutisti che, se da un lato fingevano di concedere, dall’altro reprimevano allo scopo di mantenere in equilibrio miserie e nobiltà di un regno.

Il primo grande scossone alla politica dei Borbone arrivò nel 1799 con la Rivoluzione Napoletana, allorquando le idee nate in seno alla rivoluzione francese penetrarono tra gli intellettuali napoletani. La congiura giacobina del 1794 segnò l’inizio di un periodo intriso di fermenti rivoluzionari che raggiunsero il loro culmine cinque anni dopo, con la fuga di Ferdinando di Borbone e la corte  a Palermo e la proclamazione a Napoli  della Repubblica ad opera delle migliori menti illuminate del sud.

Era trascorso oltre un secolo e mezzo dalla rivolta di Masaniello, e stavolta la rivoluzione non era frutto di una sollevazione popolare, bensì di un esiguo numero di intellettuali che, però, con il loro esempio, dimostrarono di essere capaci di realizzare, pur se in soli dei mesi, un governo democratico. Fu un sogno di modernizzazione che cambiò le coscienze di molti, tanto che, pur se soffocato nel sangue col ritorno dei Borbone, seguitò e crebbe con fattezze diverse, per tutto il periodo del Risorgimento, oltrepassando la fase napoleonica e la nuova repressione sancita dalla restaurazione. Furono  centinaia le condanne a morte per lesa maestà inflitte  da Ferdinando IV  ed i suoi successori, tra la fine del Settecento e per tutto il periodo del Risorgimento. Sono tantissimi  i nomi dei patrioti giustiziati per mano dei Borbone che emergono dai registri dei Bianchi redatti durante quegli anni, dai martiri del 1799 a quelli risorgimentali.  Le loro memorie rappresentano  la storia del sacrificio umano su cui è stata fondata la nostra  Repubblica Italiana.

 

Antonella Orefice

 

 

 

 

 

Bibliografia

A. Illibato, La Compagnia Napoletana dei Bianchi della Giustizia, Note storico-critiche e inventario dell’archivio,  Napoli, 2004.

B.Croce, Storia del regno di Napoli , Bari, 1924.

A. Orefice, Delitti e Condannati nel Regno di Napoli (1734-1862) nella documentazione dei Bianchi della Giustizia, Napoli, 2014.

A. Orefice, I Giustiziati di Napoli dal 1556 al 186,  Napoli, 2015.

Fondo archivistico

Archivio Storico Diocesano di Napoli, Scrivani dei Bianchi della Giustizia, dal vol. 1 al vol. 278.

 

 

 

 

Archivio Storico Diocesano di Napoli, Fondo Bianchi della Giustizia, Registro 97, foglio 73 recto.

 

 

 

 

 

Archivio Storico Diocesano di Napoli, Fondo Bianchi della Giustizia, Registro 100, p. 14 recto

 

Trascrizione documento

A di 7 ottobre 1658 fu eseguita la giustizia avanti la porta della Vicaria in persona di D. Geronimo della Valna, Marchese della Valna, li fu tagliata la testa per possessione di bandizi, et altra inquisizione; era di età d’anni circa quarantaquattro. Lascia sua moglie D. Cice Caracciolo d’anni 40 in circa e tre figli. (Seguono i nomi dei confratelli intervenuti alla giustizia).

 

 

(Nota a margine destro)

 

In questo giorno all’uscire il Padre Governatore esortò li fratelli alla segretezza, mentre li Giudici di Vicaria si lamentarono essere uscito da nostri fratelli che molti morivano innocenti.

 

 

 

 

 

 

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