Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il falso mito della causa legittimista

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1. Premessa

È ampiamente noto e provato che la schiacciante maggioranza dei briganti e dei loro capi altro non erano che criminali comuni, che si servivano della causa legittimista come modo per ottenere armi, denaro, appoggi di vario genere dai “manutengoli”, coloro che appoggiavano i gruppi briganteschi. In prevalenza i capi del brigantaggio erano delinquenti e pregiudicati, con condanne riportate già in epoca borbonica.

Franco Molfese, autore di un saggio sul brigantaggio postunitario  che rimane tutt’ora insuperato per ampiezza di fonti consultate, sistematicità d’analisi e rigore di metodo, respinge recisamente l’idea che esso possa essere scaturito da fedeltà dinastica nei confronti dei Borboni: «In realtà “la difesa del trono e dell’altare”, la “guerra popolare”, sbandierate dalla propaganda legittimista e clericale, non poggiavano su una base molto più consistente dei raggiri e della demagogia […].

Le masse contadine si erano poste in movimento per cause economiche e sociali, permanenti e contingenti, che mostrano tutta la vacuità delle parole d’ordine reazionarie e spiegano come queste potessero, al massimo, attizzare furiose ed effimere esplosioni di collera e di malcontento, ma non erano certamente atte ad organizzare nel Mezzogiorno d’Italia qualcosa di simile alla Vandea controrivoluzionaria o alle guerra antinapoleoniche del popolo spagnolo.

D’altronde, gli stessi pubblicisti borbonici e clericali si trovavano ben imbarazzati nello spiegare la totale assenza di capi legittimisti “napoletani” alla teste delle bande, oppure la riluttanza e l’ostilità di un Crocco o di un Chiavone nell’accettare la guida e i consigli di Borjes o di Tristany, sebbene costoro fossero stati officiati dalla corte in esilio a Roma come condottieri dalla guerriglia anti-unitaria.  […] Cipriano La Gala replicò un giorno ironicamente ad un avvocato da lui catturato, il quale tentava di dimostrare la propria simpatia per i Borboni: “Tu hai studiato, sei avvocato, e credi che noi fatichiamo per Francesco II”?» [F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1964, pp. 156-157]

 

I pochissimi autentici borbonici furono in maggioranza mercenari od avventurieri stranieri: francesi, spagnoli, irlandesi, alcuni tedeschi: Josè Borjes,  Tristany, de Trazeguies, Augustin Marie Olivier de Langlois, Kalkreuth,  Don Luis Vives de Conamas ecc.  Questo era reso possibile dalla “mobilitazione legittimista” contro il regno d’Italia e dalla rete cospirativa internazionale che univa i borbonici italiani in esilio volontario, a cominciare dal governo di Francesco II fuggito a Roma, e i  sostenitori della causa legittimista nel resto d’Europa, che comprendevano abitualmente aristocratici cattolici d’idee reazionarie.

[È fondamentale al riguardo il saggio di Aldo Albònico, preparato con l’ausilio di grande dovizia di fonti anche straniere, che fornisce una ricostruzione complessiva della vicenda A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979. Più di recente è stata pubblicata la tesi di dottorato di Alessia Facineroso, che si sofferma principalmente sull’attività del governo delle Due Sicilie in esilio a Roma e sui suoi legami con i borbonici attivi nel Mezzogiorno italiano od in paesi stranieri: A. Facineroso, La dimora del tempo sospeso. Il governo borbonico in esilio e le sue trame cospirative, Tesi di dottorato, Università degli studi di Catania, Anno accademico 2010-2011.]

L’Archivio Borbone, che riporta i documenti ed i carteggi del cosiddetto governo borbonico in esilio e di Francesco II, permette d’evidenziare come i legittimisti fossero praticamente assenti nel Mezzogiorno dopo la fuga dell’ultimo sovrano borbonico. Non avendo sostegno fra la popolazione dell’ex regno borbonico, Francesco II ed i suoi consiglieri erano ridotti a doversi servire di stranieri e criminali comuni, con tutte le conseguenze del caso.

 

2. La cospirazione internazionale legittimista

L’archivio riporta molte informazioni sui tentativi di riconquista borbonica dell’Italia meridionale tramite la ricerca d’alleanze con potenze straniere (in primis l’impero asburgico, nemico dell’Italia e del Risorgimento) e la costituzione di reparti militari formati da stranieri. Si può riportarne un elenco parziale.

Il paese straniero divenuto cuore della cospirazione borbonica con l’ausilio di legittimisti locali era la Francia; nel 1861 era riferito dall’ambasciatore a Parigi di Francesco II, Giuseppe Canofari, riguardo al progetto del maresciallo Gaetano Afan de Rivera e dell’ex ufficiale francese conte di Noé di organizzare una spedizione in Calabria (Archivio Borbone, 1135.217); sempre nel 1861 è il sovrano a scrivere a Canofari sul piano di un tale Dubisson di preparare un corpo di volontari e sbarcare in Calabria od altrove (Archivio Borbone, 1.135.380v); successivamente Francesco II comunica ancora a G. Canofari informandolo di un altro progetto di sbarco sulle coste del Mezzogiorno, che ha sempre come promotore uno straniero, un francese di nome Carbonnel (Archivio Borbone,1135.529r-v); le trame dei borbonici in Francia appaiono ramificate, al punto che nel 1861 il principe di Scilla, Folco Ruffo, fa sapere sempre all’ambasciatore Canofari di essersi incontrato con i rappresentanti dei comitati di Parigi, Marsiglia e Lione, con l’obiettivo di raccogliere uomini, armi e denaro da riunire infine a Roma (Archivio Borbone, 1.135.577-578).

L’altro epicentro della mobilitazione dei legittimisti stranieri è l’Austria imperiale, sotto la cui protezione si predisponevano piani di aggressione all’Italia compiuti da reparti di irregolari: sempre il principe di Scilla scriveva nel 1861 all’ambasciatore Canofari che un certo colonnello Calavier stava preparando a Trieste una spedizione militare che doveva recarsi nel Meridione, giungendovi tramite sbarco (Archivio Borbone, 1135.746-748v); Teodoro Klitche de la Grange chiedeva a Francesco II un finanziamento per recarsi in Austria ed arruolare un contingente che doveva poi essere scagliato sull’Abruzzo e sulla Puglia (Archivio Borbone, 1.139.5 12).

Anche se le basi territoriali della mobilitazione legittimista erano Francia ed Austria, una delle principali fonti di uomini era la Spagna. Ad esempio, (Archivio Borbone, 1411.10; 1.141.12) Francesco II informava  nel 1861 il conte di San Martino, addetto alla legazione napoletana a Madrid, che stava per giungere a Roma tale Federico Perera, inviato dai figli del generale Chambò. Questi era un emissario del partito “carlista” spagnolo e voleva proporre al Borbone d’assoldare militari di Spagna da inviare nel Mezzogiorno. 

Il conte Stefano San Martino, addetto alla legazione napoletana a Madrid, comunicava nel 1861 a don Giovanni Ruiz de Ballesteros, segretario particolare di Francesco II a Roma, che Tommaso Angelo Bladò, console napoletano a Barcellona, si proponeva di organizzare in Spagna un corpo di 5 o 6 mila uomini da inviare in Italia. (Archivio Borbone 1141.14). Sempre il conte di San Martino nel 1862 informava il de Ballesteros sull’idea di arruolare un corpo di volontari  catalani da spedire nel Mezzogiorno. I costi avrebbero dovuto essere coperti piazzando in terra iberica parte del prestito di 5 milioni  emesso dal governo borbonico. (Archivio Borbone 141.21-22v).

Il sovrano in esilio teneva una fitta corrispondenza epistolare (Archivio Borbone, 1149.44-332) con Salvator Bermudez de Castro, marchese di Lernia, rappresentante del re di Spagna a Napoli, in cui si scopre che questo nobiluomo intendeva costituire nella penisola iberica suoi reparti militari legittimisti, per mandarli in Italia  meridionale.

I frutti concreti di questa «trama di alleanze, arruolamenti e pressioni ideologiche […] estesa ormai a tutta l’Europa; Londra e Parigi, Marsiglia e Tolone, Malta, Trieste e persino Costantinopoli» [A. Facineroso, La dimora del tempo sospeso. Il governo borbonico in esilio e le sue trame cospirative, Tesi di dottorato, Università degli studi di Catania, Anno accademico 2010-2011, p. 157] furono però di scarso rilievo.

 

3. Dilettanti, avventurieri e truffatori

Il governo borbonico in esilio e la rete di comitati legittimistici attiva in molti paesi stranieri finirono spesso con il ricorrere a dilettanti di dubbia capacità, ad avventurieri o persino ad autentici truffatori.

Il sedicente marchese Dubuisson era entrato in contatto con Francesco II  tramite Clary ed era riuscito a convincere il sovrano delle sue capacità, ottenendo così addirittura la firma di una convenzione con il re in esilio, che gli attribuiva il grado militare di maresciallo (il più alto, inferiore soltanto al capo di stato e delle forze armate) ed una cospicua somma. In cambio, egli avrebbe dovuto creare e guidare una divisione di oltre 10 mila uomini da condurre in Calabria. Giunto a conoscenza dell’accordo fra il “marchese Dubuisson” ed il Borbone, Bérmudez de Castro avvisò il sovrano che l’uomo con cui aveva siglato una convenzione e concesso il grado di maresciallo altro non era che un avventuriero se non un imbroglione a tutti gli  effetti, interessato ad ottenere denaro ingannando il re. [A. Facineroso, La dimora del tempo sospeso. Il governo borbonico in esilio e le sue trame cospirative, Tesi di dottorato, Università degli studi di Catania, Anno accademico 2010-2011, pp. 138-139].

In un’altra circostanza un comitato borbonico fu contattato da un albanese, che diceva di essere il principe Scanderberg, pretendente al trono di Grecia e presunto fautore di una Albania indipendente. Questi offrì i suoi servigi a Francesco II, proponendo d’arruolare centinaia di albanesi e farli sbarcare in Italia. Risultò però che questo sedicente principe altro non era un impostore. [A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979].

Una grande operazione progettata dal generale Rafael Tristany, spagnolo e legittimista, prevedeva di spingere centinaia di briganti dal Lazio papalino, dove erano stati arruolati, negli Abruzzi e di cercare di provocare la rivolta delle popolazioni … fingendo d’essere repubblicani. Questo particolare dimostra quale fosse la popolarità della defunta monarchia borbonica presso gli ex sudditi, a giudizio degli stessi ufficiali legittimisti al servizio di Francesco II.

Comunque, anche questo piano operativo non fu realizzato e Tristany continuò a rimanere sostanzialmente inerte, limitandosi a lanciare reboanti proclami. Questo alto ufficiale e stretto collaboratore di Francesco II fu sospettato anche di venalità: è certo che nell’aprile del 1862 egli fece comunicare al generale italiano Govone, per il tramite del capitano del 43° reggimento di fanteria Gregorio Ximenes, d’essere disposto a non molestare le truppe italiane, in cambio d’una somma di denaro. Govone rifiutò la proposta con sdegno ed ironia. [A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979].

Un’altra operazione che i legittimisti avevano preparato era uno sbarco che sarebbe dovuto avvenire partendo da Corfù, con 500 albanesi arruolati da agenti dell’ex generale borbonico Bosco e pagati dall’Austria. La spedizione di questi mercenari però non avvenne, poiché furono scoperti ed arrestati alcuni degli organizzatori, fra cui si trovava l’italiano Giovanni Gallo, originario di Canosa in  provincia di Bari, il quale cercava di farsi passare per spagnolo, senza conoscerne la lingua, semplicemente aggiungendo al termine delle parole desinenze in “es” ed in “os”. Arrestato Gallo ed altri complici, lo sbarco dei mercenari albanesi non avvenne e tutti ripartirono per Trieste, da dove la spedizione era stata concepita. [A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979].

Un caso dai contorni da commedia è quello che ha condotto al fallimento del progetto di raccogliere un corpo di spedizione nel territorio del Montenegro. Francesco II aveva ricevuto a Roma la visita di Giuseppe Veneziani, che sosteneva d’essere in contatto con la dinastia montenegrina dei Petrović Njegoš ed assicurava, tramite il fratello del principe regnante, che sarebbe stato possibile raccogliere un forza armata in questo paese balcanico. Veneziani fu allora mandato dal re a Vienna, per incontrare l’ambasciatore napoletano presso  l’impero, Petrulla, da  cui doveva ricevere il denaro con il quale  ricompensare il principe e concordare le modalità dell’operazione.

La vicenda si concluse nel nulla e con uno scambio di accuse fra Veneziani e Petrulla. Il primo sostenne che il  diplomatico aveva parlato pubblicamente con una ballerina del progetto, così facendo trapelare  la notizia ai giornali, e che si era rifiutato di dare il denaro promesso. Il secondo replicò che il sedicente principe era di dubbia credibilità, alludendo alla probabile presenza di un altro truffatore. [A. Facineroso, La dimora del tempo sospeso. Il governo borbonico in esilio e le sue trame cospirative, Tesi di dottorato, Università degli studi di Catania, Anno accademico 2010-2011, pp. 168-174].

I risultati militari di questa vasta rete di legittimisti borbonici furono pertanto quasi nulli, limitandosi in ultima analisi alla debole attività di Chiavone ed alla breve avventura di Borjes.

 

Luigi Alonzi4. Il brigante Chiavone, fucilato da ufficiali borbonici

Chiavone, il cui vero nome era Luigi Alonzi, era stato un soldato borbonico, condannato dalla magistratura militare delle Due Sicilie per aver violato l’onore dell’uniforme, poi divenuto piccolo delinquente, quindi guardiaboschi. Al momento del crollo del reame borbonico aveva cercato d’aderire alla causa nazionale, ma scacciato per i suoi trascorsi, si era dedicato al malandrinaggio spicciolo, prima d’essere assoldato dagli ufficiali spagnoli legittimisti che vivevano a Roma ed armavano e finanziavano i briganti.

Il generale legittimista Rafael Tristany aveva organizzato la banda di briganti di Chiavone ma era rimasto presto disilluso sulla sua efficacia rendendosi conto che non si dedicava ad altro che ad azioni criminali nel senso più stretto. Un altro ufficiale legittimista, naturalmente anch’egli spagnolo (don Luis Vives de Caňamas), parlava del brigante Chiavone  come di «un pover’uomo che vanta la sua fedeltà alla causa borbonica; ma è incapace di difenderla; anzi la scredita con tutte le ribalderie sue e dei suoi. Il stato di nullità è completo. Senza istruzione, non ha che arroganza bestiale. Ignora ogni  disciplina, sebbene si faccia chiamare generale […] L’uniforme da generale, inviatagli in dono da Francesco II, non gli garba, perché sembra una livrea con bottoni di rame; per lui ci vogliono d’oro di zecchino».

Chiavone ebbe un contrasto violento con Tristany per ragioni di denaro, poiché riteneva che lo spagnolo trattenesse una somma che gli sarebbe stata inviata da Francesco II e di cui il bandito esigeva la consegna. Dopo il rifiuto del generale, Alonzi scagliò i suoi uomini contro il gruppetto di ufficiali stranieri, prendendoli a bastonata e depredandoli di armi ed effetti personali. [J. Gelli, Banditi, briganti e brigantesse nell’Ottocento, Firenze 1931, p. 168-170. ]

Dinanzi a tali comportamenti ed a tale personaggio, i pupari di Chiavone decisero di risolvere la questione sopprimendo fisicamente il capobanda e parte dei suoi  sodali. Tristany ed un altro ufficiale legittimista straniero, Ludwig Richard Zimmermann, fecero fucilare Alonzi e due suoi briganti: l’esecuzione, avvenuta il 28 giugno 1862 nella località detta valle dell’Inferno, fu seguita dalla distruzione dei corpi degli uccisi. Prima della fucilazione era avvenuto un rapido processo, in cui il capobrigante e gli altri due banditi erano stati riconosciuti colpevoli dagli ufficiali borbonici di furto e ricettazione.

La causa effettiva era però l’impossibilità di controllare Chiavone e di farne strumento del governo borbonico in esilio. Pare che il brigante stesse progettando egli stesso d’assassinare Tristany, ma questi fu più rapido e lo prevenne. Comunque la sua morte non mise termine all’attività della sua banda, che però fu scossa da scontri intestini, tanto che diversi suoi membri vennero ad essere uccisi da altri in “regolamenti di conti”: in un caso, un brigante fu ucciso da altri briganti venendo appeso a testa in giù dal ramo d’un albero e così lasciato morire. [A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979]

 

José Borjes5. L’ufficiale José Borjes, abbandonato a sé stesso

Il Borjes fu un ufficiale d’idee reazionarie, che viveva in esilio in Francia per aver preso parte alla guerra civile spagnola e che fu reclutato da emissari di Francesco II di Borbone per andare a capeggiare la banda di briganti di Crocco, raggiungendolo con pochissimi altri ex ufficiali spagnoli dell’esercito “carlista” (legittimisti ispanici). Pochi giorni più tardi la banda fu raggiunta ancora da un avventuriero francese, Augustin De Langlais (anche se sovente il cognome era storpiato in De Langlois), che era sospettato essere un emissario  di Napoleone III. [A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979]

In questo modo Borjes divenne testimone diretto delle violenze compiute da questi delinquenti sulla popolazione civile nella scorreria brigantesca avvenuta fra il 3 ed il 16 novembre del 1861 in Basilicata. Essa fu l’unica operazione militare di  Borjes in Italia e la principale di Crocco. Il diario personale del catalano riferisce che ogniqualvolta la comitiva brigantesca entrò in una città, la sottopose a saccheggio e devastazione, non senza uccisioni di cittadini, anche quando la popolazione si era arresa senza combattere. Questo avvenne a Trivigno, Calciano, Garaguso, Salandra, Craco, Aliano, Astagnano, Grassano, Pietragalla e Balbano. [J. Borjes, Giornale, Firenze 1862].

Borjes, scandalizzato dal comportamento di Crocco e degli altri briganti, decise d’andarsene e di tentare di raggiungere Roma, ma venne catturato e fucilato presso la frontiera pontificia. [F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1964, p. 112]. L’impressione generale fu che il catalano fosse stato abbandonato a sé stesso da coloro che lo avevo spinto alla spedizione.

Il 15 dicembre del 1861 il generale Alfonso La Marmora riferendo della cattura e morte di Borjes scriveva al presidente del consiglio Bettino Ricasoli: «Deploro la sua fine tristissima, ma come mai un galantuomo si può dimenticare a segno di collegarsi coi briganti i più scellerati che si trovino in questi paesi? I generali borbonici che stanno a Roma fanno una bella figura mandando gli spagnuoli a farsi fucilare mentre loro non osano avventurarsi» [A. Colombo, A. Corbelli, E. Passamonti (a cura di), Carteggi di Alfonso La Marmora, Torino 1928, pp. 121-122.] 

Lo stesso Tristany, che  era stato un commilitone del catalano in Spagna, riteneva che il comando militare borbonico a Roma dopo aver spedito Borjes nel Mezzogiorno si fosse praticamente disinteressato di lui [E. Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Pisa 2010, p.135]

Non è priva di significato la noncuranza che Francesco II ebbe verso il destino dei parenti di Josè Borjes. Questi era un uomo di assai modeste condizioni economiche, che quando fu arruolato dal governo borbonico viveva a Marsiglia mantenendo sé stesso e le due sorelle con un  piccolo impiego. Morto il fratello, le due sorelle Borjes erano rimaste sole e prive dell’unica loro fonte di sostentamento. Costoro si rivolsero pertanto al Borbone, confidando nel fatto che il loro congiunto era caduto al suo servizio e presentando una supplica in cui esponevano la loro condizione di miseria. Il monarca non rispose personalmente e la replica fu affidata ad un suo sottoposto, che fece sapere alle signore Borjes che Francesco II pregava per l’anima del defunto. Le due sorelle compresero il significato della lettera, che di fatto rifiutava ogni aiuto, e scrissero un’ultima volta per ringraziare il re. [A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979].

 

6. Conclusione. Il Borbone come manutengolo

Fare un elenco delle operazioni, o  per meglio dire delle mancate operazioni dei legittimisti, sarebbe troppo lungo. Bastino gli esempi suddetti per ricordare come la cosiddetta “causa legittimista” ebbe il sostegno di un pugno di stranieri, per lo più spagnoli, con un contorno di criminali comuni ed avventurieri, risolvendosi in ben poco.

L’alto comando borbonico a  Roma ed i suoi alleati erano consapevoli di non avere una base politica consistente nel Mezzogiorno e che, a parte un pugno di idealisti, avventurieri o mercenari stranieri, potevano soltanto cercare di servirsi di criminali comuni quali i briganti.

La natura essenzialmente delinquenziale del brigantaggio era riconosciuta dagli stessi legittimisti. Rafael Tristany non si faceva illusioni sui motivi che spingevano i briganti, con cui egli era in contatto diretto, alla macchia, tanto da scrivere nel suo diario: «Anche ai tempi di Mammone i suoi gregari s’infischiavano della Monarchia e del Papato» [citato in Jacopo Gelli, Banditi, briganti e brigantesse nell’Ottocento, Firenze 1931, p. 110.]

Il generale Gustave Louis Lames, conte di Montebello, divenne nel giugno del 1862 il comandante delle truppe francesi poste di guardia a Roma in funzione anti-italiana, come protezione dello stato pontificio. Il Lames era, come risulta facile aspettarsi visto il suo ruolo, un simpatizzante di Francesco II, ma riteneva che le bande armate attive nel Mezzogiorno altro non fossero che  briganti nel senso deteriore del termine. (Archivio  Borbone,1136.762)

Al momento dell’arresto, Borjes ammise che si stava recando da Francesco II a Roma per dirgli che questi non aveva altro che “miserabili e scellerati” dalla sua parte, che Crocco era un criminale della peggior specie e Langlois un bruto: «J’allais dire au roi Francois II qu’il n’y a que des miserables et des scelerats pour la defendre que Crocco est un sacripant et Langlois un brute».

Borjes nel suo diario privato esprimeva quindi giudizi durissimi su Carmine Crocco, che così riassume lo storico Aldo Albònico nel suo studio: «Lo spagnolo rimproverava al brigante di essere: il maggiore ladro da lui mai conosciuto; un vigliacco che faceva sostenere agli spagnoli le azioni più pericolose e non si azzardava ad uscire dal territorio conosciuto; un meschino timoroso di perdere il denaro accumulato con le ruberie; un presuntuoso, preoccupato di perdere  parte della propria autorità in caso venisse data alla lotta un’organizzazione davvero militare». [A. Albònico, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia, Milano 1979, p. 72].

Il governo borbonico in esilio cercò di servirsi dei briganti esattamente come facevano, in piccolo e nel territorio locale, i “manutengoli”, ossia coloro che fornivano d’armi, denaro, informazioni, nascondigli ecc. i banditi alla macchia, cercando però di sfruttarne e controllarne l’attività. Anche se la manovalanza brigantesca era formata in netta prevalenza da poveri o poverissimi, i manutengoli erano di norma del ristretto ceto dominante, quindi  latifondisti o comunque “notabili”. In epoca borbonica la politica locale si sviluppò con il ricorso a relazioni verticali di patronato e clientela. Le fazioni si formavano per il controllo dell’apparato amministrativo ed i sostenitori del gruppo dominante venivano ricompensati con impieghi e contratti. G. Fiume, nel suo studio sul comune siciliano di Marineo, ricorda che l’oggetto della lotta tra le fazioni era «il monopolio delle cariche comunali, gestite per accumulare, consolidare patrimoni familiari con il saccheggio dei beni pubblici» [G. Fiume, “Introduzione” in G. Cirillo Rampolla, “Suicidio per mafia”, Palermo 1986, p. 17].

Il ricorso alla violenza in epoca borbonica era praticato regolarmente dai notabilati e dalle èlites locali per assicurarsi dai contadini il pagamento dei canoni e dei debiti, oppure per competere nel controllo delle amministrazioni locali. [A. Massafra (a cura di), Il mezzogiorno preunitario: economia, società, istituzioni, Bari 1988, p. 915] Riall, dopo aver confrontato diverse ipotesi interpretative sul brigantaggio, conclude che «il banditismo in Sicilia, e in molte altre parti del Meridione», sarebbe stato «una forma di mobilità sociale ascendente».

Esso era uno strumento delle lotte di potere fra i “galantuomini” locali. [L. Riall, La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale (1815-1866), Torino 2004, p. 65]. Alcuni storici parlano d’un rapporto assai stretto fra organizzazioni mafiose e briganti. Ad esempio, Vincenzo D’Alessandro in Brigantaggio e mafia in Sicilia [Messina 1950, p. 155), sostiene che la mafia ottocentesca fu originata anche dalla trasformazione di bande armate al servizio dei “notabili” nelle zone rurali dell’entroterra in un fenomeno urbano radicato nelle città costiere, dove strinse rapporti con il potere politico.

La dinastia dei Borboni di Napoli cercò diverse volte nella sua storia di servirsi dei briganti proprio come i latifondisti facevano come “manutengoli”, salvo poi liquidarli qualora divenissero inaffidabili oppure non fossero più utili. L’eliminazione fisica del capobanda Chiavone ad opera di ufficiali legittimisti non è un unicum. Sotto Ferdinando I subirono la stessa sorte capi briganti famosissimi come Gaetano Mammone ed i fratelli Vardarelli, di cui dapprima il sovrano si servì per combattere i propri nemici, poi fece uccidere. [B. Croce, La rivoluzione napoletana del 1799, Napoli 1899; A. Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia dopo la seconda restaurazione borbonica 1815-1818 e il brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860, Milano 1968]

Questo quadro, riassunto molto sinteticamente, evidenzia come il tentativo di riportare Francesco II sul trono potesse appoggiarsi per lo più su di un ristretto gruppo di stranieri, legittimisti di nobili natali e di idee reazionarie, e sulla massa di manovra dei briganti, che non erano realmente borbonici ma che potevano strumentalmente essere impiegati come “carne da cannone”.

È comunemente ammesso che la morte di Borjes avvenuta l’8 dicembre 1861 segni praticamente la fine del “brigantaggio politico”. Lo stesso Molfese, pur sfumando questo giudizio, finisce con il confermarlo [[F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1964, pp. 112-113]. Il progetto legittimista di un’altra restaurazione borbonica aveva quindi avuto vita assai breve, esaurendo la sua fase vitale in meno di un anno.

 «Il fallimento del tentativo di José Borjes, di dare una direzione militare ed un più marcato indirizzo legittimista alla rivolta contadina, segnò la fine del cosiddetto brigantaggio politico, ma non pacificò le regioni meridionali». [AAVV, Il brigantaggio fra il 1799 e il 1865, movimento criminale, politico o rivolta sociale? Napoli 2000, p. 105.]

 

 

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