Francesco Infernuso e l’enigma Caravaggio

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Tanto si è scritto sulla vita avventurosa di Michelengelo Merisi da Caravaggio, uomo di fama mondiale, la cui morte è stata definita uno dei grandi gialli della storia dell’arte.

Da quanto ci raccontano le cronache, a Roma la sera del 28 maggio nell'anno1606, in Campo Marzio, durante una partita al gioco della pallacorda conclusa in rissa, il Caravaggio uccise Ranuccio Tomassoni. Condannato a morte, fu costretto a scappare, iniziando così una fuga affannosa dalla giustizia che durò diversi anni.

Da Roma raggiunse Napoli e successivamente Malta, dove nel 1607, coinvolto in un’altra rissa finì nelle  prigioni di La Valletta, da cui, tuttavia, riuscì ad evadere per raggiungere la Sicilia. Sull'isola si fermò a Siracusa, Messina e Palermo, per poi fare nuovamente ritorno a Napoli.

La fase creativa del suo secondo periodo napoletano è  stata ricostruita dagli storici con molte congetture: tra altre opere in quegli anni dipinse sicuramente  il Davide con la testa di Golia, molto importante dal punto di vista storiografico, in quanto raffigurante un macabro autoritratto del Caravaggio nella figura del Golia con la testa mozzata, sorte questa dalla quale l’artista tentava da anni di fuggire.

Nel luglio dell'anno 1610, quando per intercessione della potente famiglia Colonna, sembrava che la richiesta di grazia stesse per essere accolta, Caravaggio prese nuovamente il mare a bordo di una feluca, che da Napoli era diretta a Porto Ercole, allora territorio dello Stato dei Presidi Spagnoli, ma giunto a Palo di Ladispoli, a seguito di un fermo per accertamenti, venne arrestato.

Da questo momento la ricostruzione biografica si muove sul piano delle ipotesi. C'è chi sostiene che l'arresto del Caravaggio venne preorganizzato e la mitica feluca, che trasportava anche i suoi ultimi dipinti andati dispersi,  non raggiunse mai Porto Ercole, bensì da Palo fece ritorno a Napoli, atteso dalla marchesa Costanza Colonna. Secondo altri, la morte avvenne sulla riva di Palo Ladispoli: il pittore fu assassinato dagli emissari dei cavalieri di Malta con il tacito assenso della Curia Romana. Un’ulteriore ipotesi lo vuole morente a Porto Ercole dove, provato e malato di febbre alta, probabilmente a causa di una infezione intestinale, morì nel sanatorio di una confraternita locale.

 

Certo è che dal 1610 si perdono le tracce, e tutto quanto si è cercato di documentare dopo si è dimostrato essere falso, o comunque pregno di incongruenze: alterati atti di morte, il condono papale che non è mai stato trovato, i suoi resti contesi e mai effettivamente rinvenuti, nonostante i forzati tentativi di ricostruire un DNA estratto da alcune ossa coperte di piombo e mercurio trovate in una fossa comune a Porto Ercole, un DNA comparato poi con presunti discendenti indiretti del pittore che non aveva avuto prole. Insomma, una serie di congetture che alla fine hanno prodotto solo fiumi di parole, attrazioni turistiche arbitrarie e nessuna conferma storica.

A questo punto cadrebbe nell’incertezza anche la data di morte. Se così fosse, tra le varie ipotesi, non è nemmeno da escludersi che Caravaggio, sapendo di non aver ricevuto il condono papale, sia tornato a Napoli e vi sia rimasto nascosto ancora qualche altro anno, fino a quando, per un qualche tacito accordo tra gli spagnoli e Roma, o, a seguito di un ulteriore  reato,  non sia stato mandato a morte sotto falso nome. Quest’ultima supposizione potrebbe avere una sua ragione di essere da un documento ‘sospetto’rinvenuto nei registri  redatti dai confratelli dei  Bianchi della Giustizia, che in data 27 gennaio 1614, annotavano l’esecuzione di un certo ‘Francesco Infernuso’ pittore.

Già il cognome, considerata la fama ‘infernale’ di Caravaggio, lascerebbe perplessi, se a questo poi si aggiunge l’inesistenza di un pittore di tal  nome tra gli artisti minori del tempo la notizia invita ad una maggiore riflessione.

D’altra parte è importante tener presente che alcune giustizie non solo venivano eseguite in segreto, ma anche registrate sotto falso nome. I Bianchi riportavano ciò che l’assistito dichiarava, se dichiarava, ma in certi casi non è da escludere  che anche le generalità trasmesse nel ‘biglietto d’esecuzione’ potessero essere state alterate per una forma di cautela tesa ad evitare clamori, soprattutto quando si trattava di un personaggio famoso già  da allora. Talvolta  i dati relativi all’identità del reo potevano essere stati falsati, ragione per cui i Bianchi, quando ne venivano a conoscenza, usavano riportare il nome seguito dagli <<alias>> con cui una persona era stata comunemente conosciuta.

Inoltre il ‘biglietto’ che si faceva pervenire ai confratelli per richiamarli alla loro missione di assistenza non sempre specificava la causa della giustizia.

Dall’annotazione relativa a Francesco Infernuso, e qui di seguito riportata, emergono anche alcuni nomi molto vicini al Caravaggio; il  primo che salta agli occhi è ‘Giuditta’.

Sono i  dubbi che spesso consentono la formulazione di ricostruzioni, pur se azzardate. Il ‘cantiere sempre aperto’ della storia è fatto anche di questo ma, in ogni caso, devono essere necessariamente i documenti a  ‘gettare le fondamenta’ di una ipotesi verosimile.

 

 

 

Abstract da A. Orefice, I Giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862, Napoli 2016.

 

 

Archivio Storico Diocesano di Napoli, Fondo Bianchi della Giustizia, Anno 1614. Registro 55, Foglio 36 v.

 

Trascrizione integrale del documento

 

A 27 di Gennaio 1614.

Francesco Infernuso Napolitano pittore e scultore d’età d’anni trenta sette in circa fu giustiziato al mercato, lascia sua moglie nomine Giuditta Maio d’anni 23 in circa, lascia due sorelle la prima chamata Andriana Infernuso d’anni 25 maritata con Aniello Marra Napolitano pattamanaro d’oro, la seconda chiamata Lucretia Infernuso d’anni 29 maritata con Simone de Forte Napolitano fabbricatore, nella detta Gustizia intervennero gli prescritti fratelli…

 

 

 

 

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