L’ospedale napoletano di s. Maria del Popolo tra Sette e Ottocento

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L’ospedale di Santa Maria del Popolo, meglio conosciuto con l’appellativo di Incurabili, è unito in modo indissolubile al nome della catalana Maria Lorenza della «nobil casa detta Richenza», trasferitasi a Napoli nell’ultimo scorcio del 1506 con il marito Jean Lonc al seguito di Ferdinando il Cattolico. Restata prematuramente vedova, la recrudescenza della paralisi che l’affliggeva da tempo, nel 1510 la persuase a recarsi in pellegrinaggio a Loreto.

Mentre partecipava alla messa in una cappella del Santuario, narrano i vecchi biografi, avvertì improvvisamente di essere guarita. Ritornata nella città partenopea con la ferma volontà di dedicarsi al bene del prossimo, si mise al servizio dei sofferenti del trecentesco nosocomio di San Nicola al Molo. Grazie poi al suo ragguardevole patrimonio e alla generosità dei napoletani, acquistò case e terreni sulla collina di Sant’Agnello a Caponapoli, che in quel tempo rappresentava la zona più alta della città, per costruirvi un nuovo ospedale, nel quale curare gli affetti da sifilide e da altre malattie allora ritenute incurabili. Il 23 marzo 1522 gli infermi, «con una degna processione», si trasferirono da S. Nicola al Molo alla nuova sede, intitolata a S. Maria del Popolo, che più tardi prese il nome di Santa Casa degli Incurabili.

Quando la nobildonna catalana pose mano alla sua opera, Napoli attraversava un momento particolarmente difficile. Gli eventi bellici dei primi anni del ‘500 e le reiterate richieste di “donativi” sempre più esosi da parte della corte di Madrid, indussero folle di poveri a trasferirsi dalla provincia alla capitale. Il carico fiscale si rivelò particolarmente oneroso per la parte più umile della popolazione, già duramente colpita dall’aumento dei prezzi, soprattutto di quelli dei beni di prima necessità, e dal calo delle retribuzioni.

 

Miseria e disgrazie, tra cui quella della peste che afflisse la capitale nel 1527-1528, come quasi sempre accade, allentarono i freni morali. Le ricorrenti prammatiche vicereali, che per circa due secoli cercarono inutilmente di mettere un freno al meretricio, la dicono lunga in proposito Di fronte all’inefficacia delle leggi, gli spiriti di più alto sentire invocavano l’ausilio della religione; ma la crisi dei valori religiosi e dell’istituto ecclesiastico aveva prodotto nella  diocesi napoletana gli stessi guasti, che  si lamentavano altrove.

Nella prima metà del secolo XVI, nonostante le molte ombre, tuttavia Napoli  non era del tutto manchevole di ecclesiastici e laici dediti all’ascesi e alle opere di carità. Tra questi spiccò Maria Lorenza Longo. Quando, fra il 1539 e il 1541, ella pose termine alla sua laboriosa giornata terrena, l’ospedale di S. Maria del Popolo e il monastero delle cappuccine di S. Maria in Gerusalemme, da lei voluti, e la Compagnia dei Bianchi della Giustizia, alla quale non aveva fatto mancare il suo fattivo sostegno, erano realtà destinate a incidere  profondamente nel tessuto sociale e religioso della città.

Grazie, privilegi e favori concessi dai pontefici, accrescendo il prestigio dell’istituzione, incoraggiarono enti e privati a essere larghi in elemosine e donazioni più o meno generose. A suscitare questo interesse, è stato osservato, indubbiamente fu la singolare personalità della Longo, la quale diede prova di grande saggezza nella guida della sua opera: un’opera che trovò terreno fertile nel particolare momento storico, perché l’ospedale napoletano si inserì «di fatto in quella rete caritativo-assistenziale, che traendo origine in vario modo e a vario titolo dalle Compagnie del Divino Amore, travalicava le singole città e si proponeva ovunque, per la sua stessa natura e le sue finalità, come centro propulsore di nuovi valori per i singoli e per la collettività».

 

 

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