Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Una lettera di Antonio Scialoja da una prigione borbonica

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Antonio Scialoja, nato a San Giovanni a Teduccio il 1° agosto 1817 e morto a Procida il 13 ottobre 1877, fu fra i principali attori della vita politica dell’epoca.

Nipote del sacerdote Antonio Scialoja giustiziato a Procida per mano dei borbone durante l’ecatombe del 1799 per aver diffuso il catechismo repubblicano, fu deputato eletto nel collegio di Pozzuoli durante la breve esperienza costituzionale del Parlamento delle due Sicilie tra il 1848 e il ‘49, fu più volte rieletto fino ad ottenere la carica di ministro dell’importantissimo dicastero delle finanze in un anno cruciale quale fu il 1866.

L’amore per “l’economia sociale” gli derivò in larga parte dall’influenza di Antonio Genovesi, ispiratore della sua opera giovanile, pubblicata nel 1840: “Principi di economia sociale esposti in ordine ideologico" che meravigliò il mondo scientifico, soprattutto tenendo conto che era stata scritta da un giovane di soli ventitré anni, tanto che alcuni sospettarono che dietro quel nome si celasse qualche altro illustre scrittore. L’opera gli valse però anche la diffidenza del governo borbonico che temeva  la diffusione degli ideali liberali e costituzionali.

 

Dopo la repressione del 1849, Antonio Scialoja venne condannato a nove anni di reclusione, commutati dopo tre anni in esilio perpetuo da Ferdinando II  di Borbone, che a seguito delle proteste delle nazioni liberali europee, si vide costretto a commutare anche la  pena di morte per Silvio Spaventa e Luigi Settembrini in ergastolo.

Nell’intento di denunciare  i soprusi subiti dai patrioti liberali che reclamavano la Costituzione , il 10 aprile del 1851, Scialoja scrisse da una prigione borbonica al noto economista inglese Richard Cobden, nella speranza che la denuncia dell’iniquo sistema giudiziario e poliziesco del Regno potesse aiutarli.

“Questa lettera  è scritta dal fondo di una prigione di Stato, tra il timore di una sorpresa del custode e il cicaleccio di una moltitudine di detenuti di età e condizione diversa[…] io giaccio da 19 mesi in carcere, ed i magistrati non vogliono provvedere su la mia sorte, e negano di giudicarmi, scusandosi col dire che così vien loro imposto. Questo parrà strano ad un inglese. Ma dove non sono giurati, e dove i giudici sono amovibili, un magistrato non è altro che un semplice commissario, un servo stipendiato, un Bravo che invece dello stilo per immolarvi, adopra un articolo di legge secondo la volontà del padrone”

Nel prosieguo Scialoja sottolineava come, essendo lui stato un deputato della Camera, poteva essere giudicato solo dalla Camera dei Pari, ma “ora un processo di tal natura continua da tre anni nel segreto, e ci si fa credere che debba continuare ancora un altro anno, prima di aprirsi, per metterci nello stato di poter far valere le nostre difese. Frattanto le carceri rigurgitano di detenuti politici, che nel regno ascendono da 20 a 25 mila, senza includervi i moltissimi che sono stati arrestati e liberati nel corso di pochi mesi e comprendendovi quelli che per vaghi indizi sono stati già condannati ed espiano crudeli e tormentatissime pene”.

Il prigioniero Scialoja evidenziava che dai soprusi non venivano risparmiate le donne, riportando i casi della signora Arpa e di Maria Ricci - Devernois. La prima, di Lecce, fu arrestata per essersi rifiutata di rivelare dove fosse  il marito; incinta, partorì in carcere.

La seconda, Maria Ricci - Devernois di Napoli era una signora vedova di cinquanta e più anni. Fu arrestata e tenuta prigioniera per sei mesi  per essere andata a visitare un figlio prete ricoverato sopra un vapore inglese. “Mentre vi scrivo, mi giunge nuova di essere imprigionata per sospetti politici una povera donna, a nome Costanza Leipnecker, sorella di uno sventurato, che, or sono otto mesi, morì nel carcere, per averlo i giudici penali, in causa politica, tratto febbricitante nella udienza del tribunale”.

Scialoja concludeva riflettendo su  quanto potesse essere  inaudito per un uomo europeo della metà del Ottocento apprendere una situazione così triste. “ Sono questi- concludeva - dei particolari, che certamente vi fanno raccapriccio; ma non sono essi al certo i più notevoli, ed io vorrei spazio sufficiente per darvi altri ragguagli; poiché, sebbene in Napoli non entrino giornali liberali e molto meno in prigione, pure sento con dispiacere che alcuni di essi alterano il vero; quanto che se si limitassero alla nuda esposizione delle cose nostre, farebbero inorridire”.

 

Bibliografia:

V. Schiavo,  La severa condanna del regime borbonico in una lettera inedita di Antonio Scialoja a Richard Cobden, in Rassegna storica del Risorgimento. Anno 1991. N° 3 pp. 319-321.

 

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