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Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Tommaso Pignatelli: cronaca di una esecuzione

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Tommaso CampanellaNei registri del 1634 redatti dai confratelli della Compagnia Napoletana dei Bianchi della Giustizia [1],  lo scrivano d’Aytona consegnava alla  memoria storica una dettagliata e lunghissima cronaca dell’esecuzione di un frate domenicano, Tommaso Pignatelli, ritenuto seguace del frate filosofo Tommaso Campanella,

Pignatelli, figlio naturale del principe di Noia, fu accusato di aver cercato di avvelenare il viceré Zunica, conte di Monterrey, e tutti gli ufficiali del Regno di Napoli con una sostanza lasciata dispersa nell’aria. Tanto odio nei confronti della corona spagnola era nato, secondo l’accusa, dalle idee seminate dal filosofo calabrese nel 1599.

Il Pignatelli fu arrestato e rinchiuso quattordici mesi  in una fossa del Castel Nuovo, comunemente detta del Miglio ‘tanto profonda che toccava l’acqua, e tanto oscura che appena vi si vedeva uno spiraglio che li dava un poco di luna’. L’esecuzione avvenne il 6 ottobre del 1634 per strozzamento all’interno della stessa fossa.

Lo scrivano dei Bianchi, indugiando nel narrare le ore angoscianti che precederono il macabro rito,  rimandava ai posteri l’immagine di un frate magro, pallido e remissivo, pronto ad affrontare torture e  morte, ritenute giuste punizioni per i suoi peccati, un atteggiamento questo che commosse  i presenti fino alle lacrime, dalle guardie ai padri confessori, ma che certo non cambiò lo spietato verdetto.

 

Onde evitare clamori, dal vicerè pervenne l’ordine che l’esecuzione avvenisse in gran segreto. E così il frate dopo lunghe ore di tormenti, fu strozzato dai ministri di giustizia all’interno della sua cella in Castel Nuovo e poi seppellito nella chiesa di S. Barbara nel cortile dello castello.

Prima di morire Pignatelli ‘escolpò’ il Campanella, ritirando quanto dichiarato nella ‘forza dei tormenti’, ossia di aver ‘ tenuto intelligenza con lui nel trattato della ribellione’.

Tommaso Campanella era stato lungamente  perseguitato dalle disavventure giudiziarie a causa dei suoi scritti ritenuti eretici, antiaristotelici, per il panvitalismo, per l'idea di una riforma politico-religiosa ed il quadro astrologico-magico, tutti motivi che avevano ispirato nel 1599 una congiura contro il governo spagnolo, e che costarono al filosofo 27 anni di prigione a Napoli, nelle carceri del Castel Nuovo. La documentazione sulle persecuzione ed il processo, fu recuperata e pubblicata da Luigi Amabile nel 1882.  [2]

Durante la detenzione in Castel Nuovo, nel 1602, Campanella scrisse la sua opera più importante, La città del sole,   in cui vagheggiò l'instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale retta su principi di giustizia naturale. Scarcerato nel 1626, grazie al Papa Urbano VIII, che personalmente intercedette presso Filippo IV di Spagna,  il frate filosofo fu portato a Roma e tenuto per qualche tempo presso il Sant'Uffizio fino ad essere liberato definitivamente nel 1629.

Nel 1634 però, la notizia di una nuova cospirazione nel regno di Napoli,  lo costrinse a scappare in Francia dove morì nel 1639. La cospirazione finora inedita,  trova conferma nei documenti dei Bianchi della Giustizia, qui di seguito trascritti. Essi offrono una prova preziosa ed  inconfutabile dell’arresto e l’esecuzione di Tommaso Pignatelli ritenuto colpevole di congiura contro la corona spagnola.

“A di 6 d’ottobre 1634 per ordine di s.s. fu strozzato nel castello nuovo, un povero afflitto, chiamato nel secolo Giovanni Francesco e poi nella religione di S. Domenico, della quale era professo, Fra Tommaso Pignatello, figlio di Don Giulio Pignatello principe di Noia, naturale però, per aver tentato in cometiva d’avvelenare S.  E.  insieme con tutti l’officiali del Regno, così di guerra come di pace, con odore velenoso e pestifero, il quale in meno di 22 giorni ammazzava, havendo opinione che seguendo il caso haverbbe fatto cosa grata a Dio liberando la propria patria, siccome diceva, dalla tirannia delli spagnoli, era costui d’anni 29 in circa. Fece la sequente escolpazione dicendo:

Io nelli tormenti ho detto che Fra Tommaso Campanella, del ordine di S. Domenico, ha tenuto intelligenza con me nel trattato della rebellione il che non è vero ma l’ho detto per la forza delli tormenti, e questa è la verità, conforme ho detto è significato, alli Signori Giodici, ed anco al Sig. Cappellano Maggiore, pregando detto Signor Cappellano Maggiore, che di ciò ne facesse testimonianza.

Il viglietto di questa giustizia mandato dal signor Capellano Maggiore venne la sera delli 25 di settembre su le 23 ore, per il tenor del quale, dimandava per ordine di S. E. due fratelli della nostra compagnia li quali nominava per li propri nomi, onde fu subito dal nostro Cappellano, portato al nostro Padre Governatore il quale ordinò che detto viglietto non si ricevesse di questo tenore, per essere, e contro la secretanza, e contro l’instituto della nostra Compagnia perciò rimandato il biglietto l’istessa sera, mandò poi la mattina seguente delli 26 ben per tempo un altro viglietto tutto di pugno del Signor Cappellano Maggiore, per il quale con molto buon termine di creanza dimandava da parte di Sua Eccellenza due dei nostri Fratelli per consolare un povero afflitto nel Castello nuovo et acciò andassero nel più secreto modo che era possibile, lì inviava una carrozza la quale ben chiusa portarebbe e riportarebbe li nostri Fratelli; questa carrozza fu pochissime volte adoprata da nostri Fratelli, e fu che per diligenza che usassero inserrar le bandinelle, non fu possibile l’andar secreti perciò dopo sel’inviarono due seggie, dove ben chiusi non furono facilmente visti.

Entrarono la prima volta in castello li nostri Fratelli, Barberisis e Maranta, deputati dal nostro Padre Governatore ove ritrovarono in una torre pro serrato sopra uno strappontino posto sulla nuda terra, un povero Frate vestito dell abito di S. Domenico , il quale si faceva chiamare Fra Tomaso Pignatello della provincia di Calabria, di statura più che mediocre, magriglio, palido, e di pelo castagno, il quale era stato 14 mesi in una fossa comunemente detta delo Miglio tanto profonda, che toccava l’acqua, è tanto oscura che appena vi si vedeva uno spiraglio che li dava un poco di luna: con gran coraggio, et intrepidezza, recevili nostri Fratelli, li quali havendolo prima salutato, e poi fattoli il segno della Santa Croce con l’acqua benedetta sicome e solito, e recitare le solite orazioni, cominciarno a discorrere seco, scorgendo li nostri Fratelli in questo Frate una vivacità d’ingegno grande, e nel discorere si forzava di mostrarsi intrepido e forte nelli tranegli che se li preparavano, et introducendosi li nostri Fratelli pianpiano, e con dolci maniere, ne ragionamenti spirituali, esortando il Frate a far una buona confessione dei suoi peccati, non poterno ottenere l’intento, havendo egli desiderio di confessarsi ad uno de padri della sua religione, il quale non potè ottenerlo, per essere già nelle mani della Compagnia onde lasciatolo per quella sera, se ne tornarono alla Compagnia li nostri Fratelli, li quali furno dal signor cappellano Maggiore pregati, che non dovessero venir da per loro in castello, se prima non avevano avisati, e con l’aviso seli inviarolono le seggie o carrozza;

perciò il seguente giorno seguito la prima visita venuto l’aviso la matina delli 28 di settembre di giorno di Giovedì essendo portati in castello li nostri Fratelli con forme solevano, ritrovarno, che essendo al Frate stata intimata la sentenza della degradazione si presentava tutto turbato e confuso, et essendo preparato nella chiesa parochiale del castello per la detta cerimonia, et essendo ogni cosa al ordine entrarno nella carcere del frate alcuni mandati dal signor Tenente del castello, portarno al’Afflitto un vestito da secolare, mandatoli dal Tenente in dono, di damasco nero molto honorato e buono, con ordine che glilo vestissero, a ciò che al levar che s’haveva fare del abito non restasse quasi ignudo, così vestitosi prima da secolare, si vestì sopra l’abito della Religione, non senza lacrime e sospiri, e fu calato nella chiesa in una seggia ben ferrata, che era appunto quella del signor cappellano Maggiore a ciò non fosse veduto da nessuno, giunto che fu l’Afflitto in chiesa, si cominciarono le cerimonie della degradazione, che furno fatte da Monsignor Vescovo di Sarno, con assai poca gente, assistendovi solamente li signori Consiglieri Sgerro e Mugnos, un capitano di Giustizia, con la sua guardia de birri secolari, et alcuni cursori della corte ecclesiastica, le cerimonie non si notarno per esserno registrate nel cerimoniale Romano, ove si possono legere per esserno di grand terrore; et a punto questo atto fu di grande tenerezza agli astanti come anco apropri giudici secolari, tanto magiormente, questo che il Frate con caldi sospiri e pietose querele si prostraeva avanti Dio, il qual chiamava in testimonio della sua finta innocenza, testificando, che questo le veniva opposto per falsa impostura e mentre si faceva l’atto li nostri Fratelli si ritrovarno in disparte;

finite le lacrimose cerimonie, e consegnato l’Afflitto alla corte secolare, fu subito ritornato nella pristina carcere, dentro l’istessa seggia, nella quale era calato, ove gionto fu da nostri Fratelli consolato, al miglior modo possibile, essendo restato l’Afflitto di mente turbato, il quale non parendosi contenere dentro li limiti della modestia, rinfacciò alli signori Giudici che ingiustamente veniva condannato; fu poi la sera lasciato da nostri Fratelli, e per alcuni giorni non furno chiamati conforme l’appuntamento, dicendosi trattare della sua causa nel tribunal del la giunta, in presenza di S. E. s’avesse, che era si grande la curiosità de Napoletani di sapere l’ora che s’aveva ad eseguire questa giustizia, che perciò s’erano portati li nostri Fratelli cosi secreti, attesa che la signora Vice Reina haveva impetrato dal signor Viceré suo sposo che questa giustizia si dovesse eseguire secretamente, si per esser ella della prosopia di S. Domenico il quale fu di casa Gulman, stanco perché essendo il Frate de l’ordine di S. Domenico, e figlio della Religione e detta santa devotissima del Alito, e della divozione del Rosario, fu perciò gagliardamente patrocinato dalli principali padri del ordine suo, suplicando S. E.  di haver mira, al honore della Religione, il che ottennero con molta loro sodisfatione.

Passati alcuni giorni fu di nuovo avisata la nostra Compagnia, dal signor Cappellano Maggiore che li padri ritornassero in castello, et al Padre Governatore parve di mandarci il Fratello Barberiis il quale era destinato per confessore, e condusse seco il Fratello Terracina, e giunti di nuovo nel castello, dopo molti discorsi, l’Afflitto si confessò dal nostro Fratello Barberis; ne per questo cessò di dimandare ingratia per sua consolatione prima che morisse, un padre dell’ordine di S. Domenico, essendoli il giorno prima o pure l’istessa matina intimata la sentenza di morte nella qual sentenza si determinava il luoco dove s’havesse da eseguire, che era nel Mercato, il che non seguì poi, per intercessione com’hò detto di S. E.  la quale l’impetrò prima che dovesse morire nel cortile del castello nuovo con ordine espresso, che non vi facessero entrare nessun forestiero, benché fusse della Natione Spagnola.

Hor mentre s’attendeva le cose necessarie, ecco che alli 4 d’ottobre su le 23 ore e mezza si mandò l’avviso per la andata de nostri Fratelli in castello,  et al Padre Governatore parve di mandare per compagno del nostro Fratello Barberiis, il nostro Fratello Quaranta li quali giunsero in castello molto tardi, benché il signore Cappellano Maggiore mandò a posta così tardi; acciò li Fratelli nostri restassero in castello insino al’ultimo della vita del Afflitto sicome si vidde dal esito del negotio, restorno dunque li nostri Fratelli nel castello la notte molto ben trattati dal tenente; e per quella notte s’attese da nostri Fratelli a consolare il misero Afflitto, che di hora in hora aspettava la morte; la matina poi delli 5 d’ottobre, furno mandati dal nostro Padre Governatore due altri de nostri Fratelli in castello, che furno il Fratello Maranta, e per suo compagno il Fratello Aytona, e gionti in due seggie ben serrate dov’era l’Afflitto lo ritrovarno seduto in una seggia di paglia, guardando un crocifisso, che davanti li stava, era coi ferri nei piedi, e con manette ale mani, il quale consolatosi un pezzo con li Fratelli, non s’attese ad altro per quel tempo che fu permesso ai nostri Fratelli che al ragionare di cose spirituali, e dovendosi l’Afflitto quella matina comunicarsi per viatico, prostrato, con la faccia per terra orò più di un buon quarto d’ora, in questo essendo apparecchiato, salì il primo parochiano col Santissimo Sacramento, et il frate volendosi comunicare poferì le parole con tanto ardor di spirito che fu meraviglia, agiungendo sempre atti, et orationi  giaculatorie di molta motione, e tenerezza partito il padre parochiano, discorse un poco con li nostri Fratelli, et essendoli accennato, o passo di scrittura, o sentenza di padri spirituali ripigliando necavava il senso morale, nel che si faceva scorgere che non era stato nella religione huomo ordinario, apportando anco molta edificatione a chi lo sentiva; intanto, entrarno nella carcere i signori Consiglieri Sgerro, e Mugnos l’uno commissario, l’altro fiscale de la causa del reo, li quali mostrarono haver con passione del Afflitto, l’andarno con amorevoli parole, disponendo, che volesse palesare quel tanto che contro lui costava in processo, senza che fossero forzati venire al atto del tormentarlo tanquà cadaver, essendo così comandato dalle leggi e da S. E. l’Afflitto mostrò in questo la sua figurata costanza, e rigratiò infinitamente le signorie loro con un molto affetto, et energia, dicendogli, che lui non meritava tanta cortesia, conoscendo, che le signorie loro l’havevano fatto e facevano officio non di teneri giudici ma di tremendo padrone, et in questo prostosi a piedi loro li volle in ogni conto baciarli i piedi, inteneriti di nuovo li signori giudici di quest’atto, proruppero a lacrime et insieme gli astanti, e fra questo mentre non si lasciò di ponere al ordine l’istrumenti per tormentare l’Afflitto; et tacendo di nuovo l’Afflitto fatta istanza in vincentis Iesus Christi, che da nostri Fratelli si supplicasse alli signori Giudici, che volessero intercedere appresso S. E. che prima di morire potesse vedere almeno uno de padri del suo ordine, onde ottenuto ciò con molto stento, essendosi andato più d’una volta da S. E.  se li concesse di parlare al padre Maestro Gravina in presenza però di essi signori Giudici, e de nostri Fratelli, e fatolo venire l’istesso Giovedì 5 ottobre alle 19 ore in circa, entrò nella carcere e veduto le miserie del povero frate proruppe a lacrimare, et abraciandolo lo baciò nella fronte dandoli la sua benedizione, con farlo certo che non si saria mancato da la Religione di S. Domenico de farli tutti l’officii, non privandolo de soliti suffragii, soliti a farsi a ciascun frate che more nel grembo de la religione, egli li ne baciò per forza li piedi e ragionatoli un pochetto in disparte il padre Gravina se licenziò, non senza lacrime di tutti due e degli astanti, usciti per allora anco li signori Giudici restò assai consolato il Reo, e volle riconciliarsi.

Ritornati poi li signori Giudici alle 20 hora in circa vollero interrogare il Reo, e li nostri Fratelli s’appartarno calandosi nella chiesa, ove li fu recato di far colatione nella sacristia e qui si riposarno da un’ora in circa, che furno richiamati su e nel entrar del cancello de la carcere ritrovarono li signori Giudici, che molto mal sodisfatti si partivano, non avendo potuto cavar di bocca al Reo cosa di momento, dicendo che con molto lor disgusto era necessario venire al atto de tormenti; partiti li Giudici entrarno li nostri Fratelli dove ritrovarno l’Affitto un poco turbato, et a prima vista parve non capire consolatione, poi ragionando ragionando restò consolatissimo, perfino alle 24 ore quando ritornarno li signori Giudici con li ministri per tormentare il povero Reo, e fatto appartare li nostri Fratelli, essi se ne uscirono fora e si trattennero fora il cancello, sperando che si sarebbero sgraditi fra due hore al più tenendo per fermo, che l’Afflitto havrebbe sorretto li tormenti benché atroci, per mostrare una intatta costanza, ma succedi il contrario, poiché aspettato che hebbero insino a mez’ora in circa si chiarirno, che l’Afflitto haveva già cominciato a scoprire il fatto, e trattenutosi per infono alle 3 ore di notte, furno per compassione d’un caporale introdotti in un camerino oscuro ove fatta colatione si trattennero tutta la notte per insino alle undici ore, che finì la depositione, e fratanto, chi recitò l’officio, chi il rosario, altri cercava di riposare e non era possibile, altri passava per la camera, et in tutta la notte non si fece altro che rumore di chiave, e catenacci e cocci de ministri che assordivano il mondo. Sonate le 11 ore uscirno fora li signori Giudici ferno richiamare li Fratelli a consolare l’Afflitto, il quale sopra il suo solito strappontino, tutto addolorato se ne giaceva, con li soliti ferri e manette, ricevé li nostri Fratelli e credo non senza vergogna essendosi smaltito per invitto e costanza alli tormenti, al fatto andò altrimenti, fu consolato da nostri Fratelli e dal hora impoi si strinse la prattica d’attendere e non pensar ad altro che a ben morire, aspettando si d’ora in punto l’esecuzione della sentenza, per l’assistenza de la quale fu fatta infinite volte istanza da nostri Fratelli al signor Cappellano Maggiore, che volesse avvisar la nostra Compagnia lo giorno, o l’ora della esecutione, acciò pose venir la Compagnia o parte conforme comandava, ad assistere al moriendo per far il nostro solito esercitio per beneficio, et aiuto particolare de quel poverello, et havendo promesso di farlo, non seguì per il nuovo ordine  che giunse sicome si dirà appresso;

fatto giorno il Venerdì 6 ottobre, celebrarno conforme solevano la messa nella cappella della Natività del Signore posta dentro la parochia, in un luoco remoto e secreto, ove calarno, a due a due, restando sempre due con l’Afflitto, et al fine della messa fu fatta da nostri Fratelli istanza chel padre parochiano, che dovesse di nuovo comunicar l’Afflitto li fu risposto che il signor Fiscale havrebbe mandata risolutione di quel tanto s’haveva a fare, et havendo li nostri Fratelli sospettato quel che poi soccedi, cioè che di prossimo havrebono fatto esequire la sentenza, incalzarno gagliardamente al mantenere l’Afflitto unito con la volontà di Dio, quando giunsero alle carceri due altri de nostri Fratelli mandati dal Padre Governatore cioè M. di Siracusa e Caccavello, li quali arrivarono a tempo poichèa pena havevano cominciato a discorrere con l’Afflitto, quando il carceriere entrò dentro, et avisò la repentina morte accendandolo ad uno de nostri Fratelli il quale avvisasse il nostro Fratello Barberiis confessore e gli altri Fratelli incominciarno a  fare il solito officio, che da nostri Fratelli si fa quando un condannato esce fora per giustiziarsi e fatto inginocchiare il Reo, che con molte lacrime e sospiri cercava a Dio perdono de peccati suoi s’attendeva al solito officio, quando entrò nella torre il tenente verso le 16 ore in circa, accompagnato da un Agozino Reale, e due soldati spagnoli e un paggio senza cappa e senza cappello; portava il tenente nelle mani un biglietto, che fattolo leggere da quel paggio alla presenza del Afflitto, conteneva la breve, che si comandava che quello che stava carcerato nel castello nuovo, che si faceva chiamare Tomaso, fosse subito strozzato dentro l’istesso carcere dove si trovava, e che dopo morto il suo corpo fusse sepelito nella chiesa parrochiale detta di Santa Barbara sita nel cortile del castello nuovo, nella sepoltura de sacerdoti; sentita dall’Afflitto questa sentenza stando in ginocchio, prostrandosi baciò la terra, poi con amorevoli e dolci parole ringraziò prima Dio, e poi il tenente de favori fattili mentre era stato carcerato, et anco lo supplicò che in suo nome ringraziasse S. E.  della gratia che li faceva, mentre lo faceva morire così onoratamente, meritando egli assì più penosa, et acerba morte così per i suoi peccati, come per haverli caduto in pensiero di machinar contro il suo Re e suoi ministri, e che di ciò ne li baciava con ogni affetto li piedi, intanto escolpò  Fra Tomaso Campanella sicome sta posto di sopra. Dopo compostasi fe’ un poco d’oratione, nella quale fe un atto di dolore di avere offeso Dio.

Fra tanto non cessarono li nostri Fratelli di confortarlo efficacemente, fra li quali fu M. di Siracusa, il quale si ritrovò presente a questo fatto, e stava in atto ragionando e standosi in questo uscito fuora il tenente  entrarno nella torre due Ministri di Giustizia li quali portarno l’istrumenti di morte, e postoli subito un fazzoletto avanti gli occhi, furno pregati dal Afflitto che lo lasciassero svelato fino a tanto che dicesse un paternoster et un’Avemaria guardando una divota immagine di Nostra Signora del Rosario, il che li fu concesso, e finite le sopra dette orationi fu avertito dal padre Confessore a voler confessare come vero Cristiano l’Articoli della Santa fede, il che fe’ con alta voce, dopo M. di Siracusa li fe’ dire la orationcina solita da dirsi da nostri Fratelli alla scala o al talamo, e come pervenne al invocazione della Vergine, il ministro li buttò una cordella al collo, et al proferire il nome di Gesù gli la strinsero uno da una lata e l’altro dal’altra, stentò un poco, e si mantende per un paternoster inginochioni, poi caduto che fu il ministro se li pose sopra lo stomaco con le ginochia, e con un’altra cordella che li pose al collo lo finì di soffocare voltando con un bastoncino, et in questo mentre non si cessò da nostri Fratelli di onorare, recitando le litanie, et altre orationi poste nel greviario, per  (ABGN, Ms. 76, c. 41 r.) agiutare li morienti; spirato che fu, e cantatosi da nostri Fratelli il Miserere, et il Deprofundis conforme a solito si partirono da costello portati in una caroza ferrata, non cessando si come a solito recitarli il Vespri de Morti.

Questo povero Afflitto non fe’ mentione d’altri parenti, che del padre sicome sta posto di sopra, ma si bene disse che lasciava una sorella di latte, chiamata Cornelia Ranci d’anni 22 in circa in capillo, e pregò li nostri Fratelli che avessero suplicato la nostra Compagnia a voler soccorrerla di qualche lemosina, per potersi collocare.

Vi intervennero in questa Giustizia li seguenti Fratelli

Quaranta, Maranta

Barberiis, Aytona

M. di Siracusa

Caccavello

Al patibolo M. di Siracusa

Al officio Barberiis”

(ABGN, Ms. 76, c. 41 v.)

 

 

 

 

Abstract da:  Antonella Orefice, I Giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862 nella documentazione dei Bianchi della Giustizia. Prefaz. Antonio Illibato, Ed. D’Auria, Napoli 2015.

 


[1] Archivio dei Bianchi della Giustizia di Napoli (ABGN), Manoscritto (Ms ) 76, carte (c) 38-41, recto (r) e verso (v).

[2] Cf.  L.  Amabile, Fra Tommaso Campanella. La sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia, Napoli 1882.

 

 

 

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