Intervista a Ágnes Heller: “Basta con i muri. Occorre rispetto nell’Europa divisa”

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“L’Europa è ammalata di bonapartismo. Ogni volta che si trova in crisi, come quella attuale dell’ondata migratoria, ricasca nella tentazione dell’uomo forte. Così si spiega il successo dei partiti populisti in molti Paesi europei”. Ágnes Heller, filosofa ungherese allieva di Lukács, pochi giorni fa a Trieste per il festival èStoria, è preoccupata. E indica la strada “americana” dell’integrazione per uscire dal tunnel e far ritrovare all’Unione Europea l’anima perduta.

Qual è l’identità dell’Europa oggi?

Un’identità europea chiara e ben delineata oggi non esiste. Nel corso dei secoli abbiamo avuto una serie di identità europee, ad esempio quella cristiana. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’Unione Europea, non l’Europa nella sua interezza, perché non si può includere in questo discorso la Russia di Putin, sta tentando di far propria la tradizione liberaldemocratica, centrata sul primato della legge e sulla divisione dei poteri. E sarebbe una cosa bella! Però sarebbe anche auspicabile che i leader europei avessero coscienza del passato storico del continente e la smettessero di far riferimento a presunti valori europei. Ogni volta che lo fanno, io mi arrabbio molto e mi domando quali siano questi valori europei, perché in realtà nel XX secolo l’Europa ha ucciso centinaia di milioni di persone con due guerre mondiali, due stati totalitari, Auschwitz e i Gulag, innumerevoli dittature.

Uno dei grandi problemi dell’Europa moderna è l’emergenza migratoria. L’arrivo di tanti migranti rischia di cambiare l’anima del Vecchio continente?


Nel Settecento in Europa si sono affermati due diritti diversi: i diritti dell’uomo e i diritti del cittadino. La questione è se questi diritti siano veramente compatibili, perché sembrano non esserlo in tutti i casi: i diritti dell’uomo esigerebbero da noi per esempio di accettare tutti gli immigrati perché bisogna difendere i loro diritti in quanto uomini; il diritto dei cittadini esigerebbe viceversa di poter determinare chi lasciamo entrare in Europa e chi lasciamo fuori. Dunque ci troviamo davanti a questa condizione conflittuale che certamente sarà determinante per il futuro dell’Europa. Aggiungo che oltre a tale conflitto, dobbiamo anche considerare la reazione naturale, innata in ognuno di noi, quando ci troviamo a confrontarci con una persona che ha un’altra lingua, un’altra cultura. Il problema sorge quando un governo strumentalizza questi sentimenti per scopi più o meno nobili. Il futuro dell’Europa dipende dalla capacità dei governi europei di contemperare questi diritti.

Si torna a parlare di confini e di barriere. Un ritorno al passato?


Sono fortemente contraria a ogni tipo di recinto e di confine, però dobbiamo anche riconoscere il diritto appena menzionato del cittadino di limitare i diritti dell’uomo. A casa mia quando invito degli ospiti o anche dei parenti per qualche giorno, ci sono delle regole da rispettare: tenere pulito il bagno, non arrivare dopo mezzanotte e magari non venire accompagnati da una prostituta. I migranti dunque in Europa io li accetto volentieri, ma ci sono delle regole che anche loro devono rispettare, che sono le regole dello Stato nel quale vengono ospitati. Non c’è legge religiosa in questo mondo che possa essere superiore alle leggi dello Stato, e questo i migranti devono capirlo, altrimenti se le violano finiscono in prigione come ogni altro cittadino. Un’altra cosa difficilissima da realizzare qui in Europa, è che noi quando parliamo di integrazione spesso la confondiamo con il concetto dell’assimilazione, dunque col fatto che qualcuno diventi uguale a noi, parli la nostra stessa lingua, faccia proprie le nostre abitudini, i nostri comportamenti. Arriviamo all’estremo di esigere da loro che facciano propria la storia del paese ospitante, invece che la propria storia. Con questa confusione stiamo creando delle grandi tensioni e dei grandi conflitti. A nessuno piace assimilarsi. Un grande esempio sono di certo gli Stati Uniti, dove si parla di integrazione: tu vai a scuola e nessuno si oppone se porti lo chador o la croce, basta che studi. In Francia abbiamo invece un problema, perché lì non c’è integrazione ma assimilazione, viene insomma richiesta l’assimilazione alla cultura francese senza considerare la situazione degli immigrati. Negli Stati Uniti le cose funzionano molto meglio perché c’è vera integrazione, e non assimilazione; quando di recente Obama ha legalizzato la situazione di circa tre milioni di cittadini, questi sono scesi subito tutti nelle piazze, felici, a sventolare bandiere americane. Una cosa del genere non possiamo immaginarla in Francia, dove i musulmani francesi non lo farebbero mai perché non amano il paese che li ospita, il paese nel quale loro stessi sono cittadini, anche se discriminati.

La cultura dell’odio e dell’esclusione può vincere?


Il rafforzamento dei sentimenti nazionalisti e populisti in Europa non è causato dalla crisi migratoria di adesso, ma risale soprattutto alla crisi economica e finanziaria che ha avuto inizio nel 2007-2008. L’immigrazione non ha fatto altro che rafforzare questi fenomeni. Una causa storica che spiega in Europa il rafforzamento di tali tendenze è l’intolleranza europea nei confronti del fenomeno della frustrazione, ovvero: quando abbiamo un problema in Europa, iniziamo a gridare aiuto invece di cercare di risolverlo da soli. Purtroppo la storia testimonia che nei momenti di crisi l’Europa, invece di attenersi agli ideali liberali, è tornata ogni volta al bonapartismo.

Che cosa intende per bonapartismo?


Di fronte alle situazioni di crisi, in Europa c’è la tendenza ad invocare l’aiuto di un leader forte, scegliendo la strada della dittatura e dando vita a stati militarizzati. Questo è accaduto in Germania, in Italia, in Spagna, in Grecia, dappertutto. Bonaparte è stato solo il primo di una serie di leader provenienti dal basso, molto ambiziosi e che promettevano di salvare il popolo. Esempio storico: quando negli anni Venti è scoppiata la crisi economica in Europa e nel mondo, la crisi americana è sfociata nel New Deal, quella europea ha portato Hitler, Mussolini e altri tiranni. Dunque, ogni volta che c’è un problema noi europei cerchiamo l’aiuto di qualche tiranno, invece negli Stati Uniti cercano di riprendersi e di risolvere i problemi. Questo è ciò che io chiamo l’“intolleranza della frustrazione”, di fronte alla sofferenza, non riusciamo ad fronteggiare la frustrazione e questo porta ad un rafforzamento del populismo che gioca sempre la carta che porta voti, ed è la via più facile. La crisi dei migranti ne è un esempio. Vorrei citare a tal proposito le parole di Istvàn Bethlen, nobile politico ungherese, che ha detto: “l’odio avvelena l’anima della nazione che odia” e io condivido pienamente le sue parole.

È questo il motivo del successo dei partiti populisti o nazionalisti?


Fomentando odio, diversi leader populisti hanno raggiunto grandi consensi e sono riusciti a rafforzare la base politica. E così tutti gli immigrati di questi paesi sono identificati come terroristi e vengono proposti nuovi muri. Fatto sta che il paragone con il Muro di Berlino non regge pienamente, perché queste nuove mura non sono completamente impermeabili. Il Muro di Berlino lo era, non lo si poteva attraversare se non con il rischio di finire fucilati. I nuovi muri invece sono permeabili, ci sono categorie che possono passare: dipende soltanto dal governo di quel paese decidere quanti e quali categorie lo possono fare, sempre in base ai propri interessi. Allo stesso tempo, va riconosciuto che i leader europei si sono trovati ad affrontare le grandi masse di migranti completamente impreparati.

Finora l’America, come lei ha detto, è stata un po’ un’Arca di Noè in grado di accogliere e integrare i migranti, a vantaggio anche della sua economia. Con Donald Trump potrebbe cambiare qualcosa?


Credo che Donald Trump abbia poche chance di vincere, ma se per ipotesi diventasse presidente degli Stati Uniti, certamente non sarà un bonapartista. È impossibile che lui metta in discussione la costituzione americana e dunque il sistema del bilanciamento dei poteri; è impossibile che lui, come chiunque, metta questo in discussione perché c’è il Congresso, il Senato e al primo tentativo verrebbe cancellato con un impeachment. L’unico rischio che vedo della politica di Donald Trump è nella politica estera, dove il controllo del bilanciamento dei poteri non è così forte come nella politica interna.

Lei ha vissuto due persecuzioni, come ebrea e come anticomunista. C’è ancora una pulsione antisemita in Europa e nel mondo?


Si ho subito le persecuzioni di uno stato totalitario per la mia opposizione allo stato comunista. Per quanto riguarda l’antisemitismo, io non dispongo di analisi tali da poter affermare che l’antisemitismo stia crescendo. Credo comunque che oggi in Germania, Francia e Inghilterra il 30% della popolazione viva ancora forti sentimenti antisemiti. L’antisemitismo di oggi però lo chiamerei odio per Israele, essendo assai diverso dal tradizionale antisemitismo europeo.

C’è ancora bisogno di Unione Europea? Quali sono i passi da fare per una migliore integrazione?

L’Unione Europea può vantare una identità economica ed anche culturale, ma niente che possa essere considerato come assunto una volta per tutte dai vari popoli che la compongono. Non solo i governi infatti, ma direttamente i popoli stessi, perseguono spesso interessi nazionali, veri o presunti, ai danni della solidarietà europea. Insomma, l’Unione Europea esclude per principio il bonapartismo, ma certo può poco contro forme di sua subdola riproposizione, dal momento che non c’è ancora qualcosa come una Costituzione europea. E anzi proprio questo impedisce all’Unione di sancire come anticostituzionali determinate scelte di politica interna, come nel caso della piegatura bonapartista cui sono oggi soggetti alcuni Paesi, come ad esempio l’Ungheria. Nietzsche descriveva gli stati come bestie egoistiche, bisogna ammettere che questa regola, nonostante da tempo gli stati nazionali abbiano sostituito gli imperi, rimane ancora valida.

 

Mario Avagliano

 

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