La ‘giovine’ Repubblica. 70 anni di libertà e democrazia

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Più di 2.500 anni fa (509 a.C.) ci fu la prima esperienza di Res Publica in Italia. Roma, infatti, fu governata da un’oligarchia repubblicana per circa 500 anni.

Da allora fino a settanta anni fa, altri due tentativi di cambiare forma di governo e passare dalla monarchia assoluta alla repubblica o, quantomeno, alla monarchia costituzionale: alla fine del 1700, a seguito dei venti di libertà, eguaglianza e fratellanza provenienti dalla Francia e dalla sua Rivoluzione, e con i Moti del 1848 grazie ai quali lo Statuto Albertino divenne poi Legge fondamentale del Regno d’Italia nel 1861.

Da allora trascorsero ancora 85 anni, due guerre mondiali ed un ventennio di regime dittatoriale, affinchè fosse consentito al popolo italiano di scegliere liberamente da quale forma di governo farsi rappresentare.

Il 2 e 3 giugno del 1946, circa 25 milioni di italiani si recarono alle urne per scegliere tra la monarchia e la repubblica.

La data entra nella storia non solo per l’importante scelta democratica, ma anche perche il suffragio divenne universale con il riconoscimento alle donne del diritto al voto. I risultati del Referendum istituzionale videro i voti in favore della repubblica superare di circa 2 milioni quelli dati alla monarchia.

 

Il voto disegnò però un paese diviso tra nord e sud. Al nord e nelle regioni dell'Italia centrale la preponderanza repubblicana fu notevole e in alcuni casi schiacciante (Ravenna 88%, Trento 85%, Forlì 84%, Grosseto, Reggio Emilia e Ferrara 80%), mentre il Mezzogiorno confermò la tradizionale fedeltà all'istituto monarchico, soprattutto a Lecce (85%), Caserta (83%), Napoli e Messina (77%).

Non mancarono circoscrizioni elettorali del sud dove i voti a favore della monarchia vennero espressi anche da elettori dei partiti della sinistra. In tutte le province a nord di Roma, escluse Cuneo e Padova, prevalse la repubblica, mentre nelle province a sud di Roma, compresa la capitale ed escluse Latina e Trapani, prevalse la monarchia.

Questo risultato era il riflesso di orientamenti e culture antiche, di una diversa geografia politica che aveva visto nelle regioni del nord la forte presenza di un proletariato vicino alle istanze dei partiti di sinistra ed anche una antica tradizione repubblicana, soprattutto nelle Marche e nella Romagna. Le regioni meridionali, prevalentemente agricole, si muovevano nel solco di una tradizione paternalista e conservatrice, che le portava a custodire un istituto come la monarchia, che faceva parte della tradizione storica del Mezzogiorno.

La diversità del voto referendario va interpretata anche e soprattutto come conseguenza della diversa esperienza vissuta dal paese nel periodo 1943-1945. Mentre il centro-nord aveva subito pesantemente l'occupazione nazista e la Repubblica Sociale Italiana, gli eccidi e le persecuzioni, i bombardamenti aerei, i lutti e i dolori, il sud aveva conosciuto un passaggio più morbido dal fascismo al post-fascismo.

 

Le idee di Giuseppe Mazzini e della sua Giovine Italia si concretizzarono a 74 anni dalla sua morte e l’obiettivo di costituire un’Italia repubblicana, democratica e unitaria, secondo i principi di libertà, indipendenza e unità, divenne realtà.

 

Dal 1948,  il 2 giugno è il giorno in cui si ricorda la nascita della Repubblica Italiana, eccezione fatta per il periodo 1977-2001 quando fu spostata per legge la festa alla prima domenica di giugno per contenere i costi statali e sociali.

In quel 2 e 3 giugno del 1946, gli italiani non solo votarono per il Referendum istituzionale per scegliere tra monarchia e repubblica, ma furono chiamati anche ad eleggere i Deputati dell’Assemblea Costituente ai quali fu affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale che entrò poi in vigore nel 1948.

A quell’Assemblea Costituente eletta dal popolo italiano, oggi si contrappone un Parlamento frutto di una legge dichiarata incostituzionale che viola diversi articoli della Legge fondamentale del nostro Stato. Questi “abusivi” della democrazia, moralmente incompetenti a poter modificare la nostra Costituzione, a colpi di maggioranze trasversali  ne stanno modificando i principi fondamentali con uno intervento su 47 articoli dei 139 totali. Se si pensa che dal 1948 al 2015 le Leggi Costituzionali sono state 15 con modifiche a 43 articoli in totale, si ha l’idea della gravità di cosa sta accadendo.

Per questo oggi la Festa della Repubblica assume un significato ancor più importante e deve stimolarci a riflettere seriamente sulle prossime scelte referendarie.

 

La sovranità appartiene al popolo, sancisce l’art. 1 della Costituzione.

Il massiccio fenomeno dell’astensionismo di questi ultimi tempi, superiore al 50%, rischia di modificare di fatto questo principio fondamentale e di delegare la sovranità al Governo.

Sono morte decine di migliaia di persone per consentire a noi di vivere liberi in una Repubblica democratica e per permetterci di scegliere liberamente da chi farci guidare nelle Istituzioni democratiche. Non rinunciamo a questo diritto/dovere, andiamo a votare SEMPRE.  Lunga vita alla nostra Repubblica.

 

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