Documenti vichiani nell’Archivio Storico Diocesano di Napoli

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Una fortunata e imprevista circostanza ha fatto ritornare nella sua sede il fondo Processetti Matrimoniali dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, l’incartamento della promessa di matrimonio di Gambattista Vico con Teresa Destito.

Il decreto Tametsi, approvato l’11 novembre 1563 dall’assemblea conciliare riunita a Trento, dettò precise disposizioni per la celebrazione del matrimonio. Per accertare l’eventuale esistenza di impedimenti dirimenti  e mettere fine ai matrimoni clandestini fu deciso che prima della celebrazione del matrimonio dovessero essere effettuate in Ecclesia tre pubblicazioni in giorni festivi durante la messa solenne e che l’avvenuta celebrazione fosse certificata in un apposito registro parrocchiale.

I contraenti dovevano esprimere il loro consenso alla presenza del parroco o di un sacerdote da lui debitamente delegato e di almeno due testimoni. La coppia, inoltre,per essere autorizzata a sposarsi, era tenuta a scambiarsi formale promessa di matrimonio davanti al vicario generale o un notaio della Curia diocesana e a due testimoni. Fu riconfermato, infine, l’antico divieto di nozze nei tempi di Avvento e di Quaresima.

 

Queste disposizioni, anche se ebbero pieno adempimento solo alcuni decenni dopo, furono all’origine della ricca serie Processetti Matrimoniali dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, che raccoglie la documentazione richiesta agli sposi dalle autorità ecclesiastiche per la concessione del permesso della celebrazione del matrimonio.

Essa inizia dall’ultimo ventennio del Cinquecento, in modo piuttosto frammentario; dal Seicento in poi comincia ad essere sempre più completa, arrivando fino ai nostri giorni.

Ogni fascicolo contiene le fedi di battesimo degli sposi, gli attestati delle avvenute pubblicazioni nelle parrocchie del loro domicilio, le deposizioni rese dai contraenti e dai testimoni in forma di risposta alle domande del notaio di Curia e successivamente dal parroco, secondo uno schema quasi sempre fisso, e l’autorizzazione del vicario generale a contrarre matrimonio.

Le informazioni riguardano il luogo di origine e il domicilio dei nubendi e dei testimoni, la parrocchia dei fidanzati e la loro paternità, la professione dei testimoni e degli sposi, abitualmente dei soli uomini. Ovviamente tutto debitamente firmato. Se non sapevano scrivere sottoscrivevano la deposizione con un segno di croce.

La serie dei Processetti Matrimoniali dell’archivio Storico Diocesano di Napoli, la cui consistenza si aggira attorno ad oltre un milione di fascicoli, offre al ricercatore una dovizia di informazioni di prima mano, difficilmente ricavabili da altre fonti, per lo studio dell’alfabetizzazione, delle professioni, della topografia e della toponomastica storica, degli immigrati forestieri e stranieri e, fino a tutto il primo decennio dell’Ottocento, dei proprietari di case e palazzi della città e dei casali: Senza dire dei fascicoli matrimoniali di uomini di governo, intellettuali e artisti, come svela il caso di Giambattista Vico.

Il fascicolo di nostro interesse, di mm.270x205, si compone di 8 cc.nn., di cui le prime tre scritte sul solo recto. Purtroppo è da considerarsi definitivamente perduta una nona carta, asportata con un colpo di forbici: quella su cui abitualmente un addetto di Curia annotava le generalità degli sposi e dei testimoni ed eventuali dispense ottenute. La perdita del foglio, comunque, nulla toglie all’integrità del contenuto del documento che si faceva desiderare da oltre un quarantennio.

Il fascicolo, agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso, fu consultato da Fausto Nicolini, che ebbe sotto gli occhi anche quelli riguardanti il primo del il secondo matrimonio di Antonio Vico e i registri dei battezzati e dei matrimoni delle parrocchie di S. Gennaro all’Olmo, di S. Angelo a Segno e del Duomo.

Tuttavia, nonostante l’ampia ricerca esperita, quanto scritto dallo studioso non è esente da imprecisioni, ragione per la quale, adesso, si è preferito dare alle stampe il documento nella sua interezza, anche a scanso di ulteriori infortuni, dando notizia nello stesso tempo, di altri recenti ritrovamenti, che integrano opportunamente quanto detto dai biografi di Giambattista Vico.

Il padre di quest’ultimo, Antonio Vico, era nato a Maddaloni quasi certamente nel 1636. Nel maggio 1658, quando impalmò la napoletana Candida Tipaldo, nata il 12 gennaio 1639 nel popolare quartiere Mercato, suo padre Aniello era già scomparso; da circa dieci anni abitava <<a S.Biase alli librari in domibus Santcti Ligorii>> vale a dire del monastero di S. Gregorio Armeno o Santo Liguoro, come popolarmente soprannominato dai napoletani.

Via S. Biagio dei Librai, nel cuore della Napoli antica, rientrava nella giurisdizione della parrocchia di S. Gennaro o <<Iennarello all’Olmo, che precedentemente aveva avuto sede nell’attigua chiesetta di S. Biagio, dal quale prendeva il nome>>.

Il 6 maggio 1659 Candida Tripaldo, munita di <<tutti li Sacramenti>> pose fine prematuramente alla sua non lunga giornata terrena, trovando sepoltura nella chiesa parrocchiale di S. Maria dei Vergini.

Antonio Vico, al quale la defunta non aveva lasciato prole, due mesi dopo passò a nuove nozze con la napoletana Candida Masullo, nata il 12 luglio del 1633.

Dopo il matrimonio, i due fissarono la loro residenza nelle stessa casa in cui il <<libraro>> Antonio era vissuto con la Tripaldo. Qui, come si evince dal volume VIII dei battezzati di S. Gennaro all’Olmo, nacquero i figlio della coppia.

A integrazione e rettifica di quanto scritto da Nicolini a proposito dei figli di Antonio Vico e Candida Masullo, va detto che Nicola Onofrio Maria Vico, nato il 4 agosto 1666, intraprese la carriera delle armi. Come egli stesso ebbe a dichiarare al notaio di Curia in occasione del suo matrimonio, era <<sargente della Compagnia del Capitano D. Michele Ceva Grimaldi>> e abitava <<in Regio Arsenali>>, nella parrocchia <<del Castello Nuovo>>. Pur se non sapeva scrivere, come si evince dagli atti preparatori del suo matrimonio con Domenica Libertella, Nicola non era però <<un buono a nulla>> come asserito da Fausto Nicolini.

Il 5 gennaio del 1699 Giambattista Vico potette finalmente sedere sulla cattedra di retorica dello Studio napoletano. La raggiunta sicurezza economica gli permise di prendere in fitto una casa <<al vico delli Giganti>>, nelle circoscrizione parrocchiale dell’Arcivescovato>>, dove si trasferì con tutta la famiglia.

L’abitazione, già di proprietà di Gennaro Caracciolo ed ora dei Padri Oratoriani napoletani, si componeva di una <<sala tre Camere Cucina Loggia sopra la Cappella di S. Anna ed altre comodità come rimessa e cantina>> e un giardino. Il fidanzamento con la ventunenne Teresa Destito avvenne poco tempo dopo. Già da parecchi anni Giambattista Vico frequentava la sua casa. Il padre Antonio, nella deposizione resa al notaio delle Curia, affermò di aver conosciuto la futura nuora <<con l’occasione che continuamente c’avemo abitato vicino et tenuto et tenemo amicitia e corrispondenza insieme>>.

Il primo dicembre 1699, effettuate le pubblicazioni, gli sposi e due testimoni si recarono nelal Curia arcivescovile per deporre alla presenza del canonico Antonio Cicatelli.

La fede di battesimo del Vico, inserita nel fascicolo, reca la data del 23 aprile 1687 e la firma di don Francesco Antonio Crata, parroco di S.Gennaro all’Olmo di quel tempo.

Teresa Caterina Destito dimorava <<alla porta del Battitore di S. Paulo>> ora vico S. Paolo, nella parrocchia di S. Angelo a Segno, la stessa in cui era stata battezzata il 26 novembre 1678. Non sapendo scrivere, firmò apponendo in calce alla deposizione il segno della croce. La condizione di analfabetismo di Teresa Caterina non sorprende, se si pensa che prima il governo vicereale e poi quello borbonico, fino all’ultimo trentennio del ‘700, non annoverarono mai tra i doveri dello Stato quello dell’istruzione dei cittadini. D’altro canto, anche nei ceti sociali più elevati, non pochi pregiudizi si nutrivano nei confronti dell’istruzione, soprattutto di quella femminile. Le poche donne che sapevano leggere e scrivere, quasi sempre, erano oggetto della meraviglia diffidente dei più o della gelosa sorveglianza dei mariti, dei padri e dei fratelli. Un’indagine condotta nel fondo Processetti Matrimoniali ha messo in luce che nel 1685 sapevano firmare solo il 3.5% delle spose e l’8,5% nel 1775.

Il 2 dicembre 1699 il vicario generale Giovanni Andrea Siliquino concesse il permesso di celebrare il matrimonio tra Giambattista Vico e Teresa Caterina Destito, benché fosse <<in tempore prohibito Adventus>>, prescrivendo per tale motivo di celebrarlo <<privatim et absque pompa>>. In quello stesso giorno i due celebrarono il loro matrimonio nella chiesa parrocchiale di S. Angelo a Segno.

Nella casa di <<vico delli Giganti>> nacque Luisa Gaetana, che vide la luce il 17 settembre 1700, alla quale tenne dietro Carmelina Nicoletta, venuta  al mondo il 17 luglio 1703 e deceduto il 27 dello stesso mese.

Il 4 maggio 1704 i Vico lasciarono al casa di vico Giganti, trasferendosi nel <<Palazzo fuori la porta grande de’ Gerolamini>> da quanto risulta nei libri dello Stato delle Anime. Nella stessa casa dimoravano la madre di lui, la sorella minore ed il fratello Giuseppe con la moglie.

Come in tutte le case, anche in quella di Giambattista Vico e di Teresa Caterina Destito si alternarono gioie e dolori. Di otto figli ne sopravvissero cinque. Nel 1706 Antonio Vico, padre, morì all’età di 70 anni, Candida Masullo nel 1715, all’età di 85 anni

Luisa Gaetana Vico, figlia prediletta del filosofo, si unì in matrimonio con Antonio Servilli il 6 dicembre del 1696.

Gli studiosi di questioni vichiane hanno sottolineato concordemente le strettezze finanziarie di Antonio Vico e del suo illustre rampollo, inquilino sempre moroso dei Padri Oratiani, che con  grande signorilità non lo molestarono mai per i fitti non pagati e decisero addirittura di condonargli il debito, calcolando con larghezza il compenso del lavoro da lui sostenuto per l’acquisto della biblioteca di Giuseppe Valletta.

Benedetto Croce scrisse che il filosofo era notoriamente <<assai povero>>, mentre Nicolini ha parlato di <<somma povertà>> del modesto rivenditore di libri di S. Biagio dei Librai.

Ma, stando a quanto è lecito desumente dalla documentazione presa in esame, non pare ch ela povertà di Antonio Vico sia stata veramente <<somma>>, dal momento che riuscì, seppur con sacrifici, a far studiare i figli Giambattista e Giuseppe e a dare la possibilità al figliuolo Nicola di intraprendere la carriera militare. Ciò dovette facilitare anche il matrimonio del dottor Vico con Teresa Caterina Destito, i cui fratelli Nicola e Francesco, l’uno <<scrivano>> della Gran Corte della Vicaria e l’altro avvocato, come i figli di Antonio Vico, erano nel novero di quelle categorie sociali che esercitavano professioni liberali:

Discorso analogo fa fatto per il suo celebrato rampollo. Dei cinque figli sopravvissuti di Giambattista Vico, 3 maschi e due femmine, Luisa e Angela ebbero la sorte di incontrare uomini in buone condizioni finanziarie, mentre Gennaro occupò la cattedra universitaria. Vero è che il figlio Ignazio diede dispiaceri al padre per non aver voluto studiare e per il suo matrimonio con Caterina Tomaselli, mal visto dai coniugi Vico- Destito per via dei non illibati costumi della Tomaselli. Dall’infelice unione nacque un bambino che, dopo la prematura scomparsa di Ignazio Vico, i nonni paterni accolsero nella loro casa.

Ma va anche detto che il filosofo, oltre a percepire lo stipendio universitario di cento ducati annui e a ricavare un altro centinaio dalla cosiddette <<fedi di retorica>>, ossia dal modesto diritto fisso che gli studenti erano tenuti a versare per essere ammessi al preliminare esame di baccalaureato, traeva guadagni anche dallo studio privato, che egli aprì nel 1699 nella sua casa.

Nonostante l’usura del tempo, gli scritti di Benedetto Croce, Giovanni Gentile e Fausto Nicolini sono tuttora fondamentali per una conoscenza di Giambattista Vico immune da apriorismi e da sentito dire. Ma i risultati della ricerca storica, come si sa, non sono mai definitivi: sono sempre possibili nuovi ritrovamenti d’archivio, che obbligano ad integrare, correggere o addirittura rovesciare “certezze”, che pur sembravano incontrovertibili. Ciò ovviamente vale anche per la presente ricerca, che gli specialisti di studi vichiani, particolarmente quelli interessati alla ricerca delle fonti biografiche dell’autore della Scienza Nuova, potranno pertanto utilmente approfondire e forse anche emendare.

 

 

 

Abstract da A. Illibato, La famiglia di Giambattista Vico, Napoli, 2016.

Il processetto matrimoniale di Giambattista Vico sarà esposto al pubblico in occasione della prima mostra documentaria dell'Archivio Storico Diocesano di Napoli che si terrà il 25 settembre 2016.

 

 

 

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