La Grande Guerra vista da una cittadina pugliese

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“Il general Cadorna si mangia le bistecche, ai poveri soldati ci dà castagne secche. Bom bom bom al rombo del cannon.”

Così cantavano i fanti italiani durante la Prima Guerra Mondiale, mentre Luigi Cadorna, il “generalissimo” poco amato dalla truppa, diventava l’oggetto dei lazzi e delle beffe contenute in canzoni improvvisate, nate nelle trincee, che, innestate su motivi musicali popolari, parlavano dei problemi quotidiani dei soldati al fronte.

E quando i viveri cominciavano a scarseggiare, i soldati inveivano scherzosamente nei confronti del Comando Supremo con i versi appena trascritti (1).

Proprio questi versi rappresentano la mia prima immagine della Grande Guerra, così come  essa si è formata, quando ero ancora bambino, attingendo ai racconti familiari.

Mi raccontavano, infatti, che anche un mio bisnonno, reduce dal conflitto, fosse solito canticchiare la stessa strofa, opportunamente adattata (nella forma dialettale e nel contenuto) al contesto manduriano e salentino:

“Il general Cadorna si mancia li bistecchi, alli poveri surdati li tai li fichi secchi”.

In queste parole scherzose ed irriverenti si condensava il racconto delle privazioni e delle sofferenze patite da uno dei tanti concittadini che avevano preso parte al primo conflitto mondiale e che, fortunato lui, aveva fatto ritorno a casa.

 

Ma di nostri concittadini, che vi avevano partecipato, ce ne erano stati veramente tanti, anche di meno fortunati perché erano deceduti nel corso dei combattimenti o, ancora peggio, per malattie contratte al fronte e durante la prigionia.

Il demografo Giorgio Mortara in un suo studio risalente al 1925, tratto dai dati ufficiali resi pubblici dal governo, calcolò in 651.000 i militari italiani caduti nella Grande Guerra, così ripartiti: 378.000 uccisi in azione o morti a causa delle ferite riportate, 186.000 morti di malattie e 87.000 invalidi, morti nel  periodo compreso tra il 12 novembre 1918 e il 30 aprile 1920 sempre per ferite riportate in guerra.

I caduti pugliesi nel conflitto sono stati stimati in 28.195, così distribuiti per ciascuno dei cinque Distretti Militari in cui era stata suddivisa la regione: Bari 4.572; Barletta 6.394; Foggia 5.287; Lecce 6.953; Taranto 4.989.

Manduria, rientrante nel distretto Militare di Taranto, ne avrebbe contati, secondo i dati riportati anche nella lapide murata sul prospetto del Palazzo municipale, ben 140, fra caduti e dispersi.

Uso il condizionale perché il dato, in realtà, non è attendibile e completo in quanto, da sommarie verifiche che ho avuto modo di effettuare direttamente nell’Albo d’oro dei caduti della Grande Guerra (consultabile su internet), su un campione di venti nominativi indagati, almeno 7 non figurano nell’elenco dei caduti riportato nella citata lapide marmorea e resi noti in una recente pubblicazione del Comune di Manduria e della locale sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci (2-3).

Si tratta per lo più (cinque casi, su sette) di militari deceduti per malattia in ospedali da campo, ospedali militari o, anche, in campi di prigionia, ma nei restanti due casi,  per uno il decesso è avvenuto in battaglia (“…il 23.5.1916 sul Monte Pasubio per ferite riportate in combattimento”), per l’altro, invece, il militare risulta disperso (“…disperso l’8.7.1915 in combattimento”).

Invece, tra i 13 nominativi del campione che sono compresi nell’elenco ufficiale dei 140 caduti,  5 appartengono a militari morti in combattimento a seguito delle ferite riportate,  3 a militari risultati dispersi in combattimento, 2 in ospedali da campo o militari per ferite riportate in combattimento, 1 per malattia in campo di prigionia, 1 per affondamento di nave militare nelle acque di Valona (Albania) e, infine, 1 “…sul Piave per infortunio per fatto di guerra”.

Come si può ben vedere quindi le cause dei decessi sono alquanto varie, e l’essere deceduto in azione di guerra (in combattimento), anziché per malattia o durante la prigionia o, ancora, per altra causa, comunque legata al conflitto (ad esempio: l’infortunio), non è elemento atto a far sì che il nominativo sia ricompreso, o meno, nell’elenco ufficiale locale, atteso che vi sono, tra i 140 nominativi ufficiali, militari deceduti in combattimento e non, così come (in base al campione da me esaminato) vi sono tra i nominativi esclusi dall’elenco, tanto i morti in azione di guerra, quanto quelli per altre cause comunque legate al conflitto.

Sempre in tale campione figura il nominativo (compreso nell’elenco ufficiale) di un “ragazzo del ‘99” nato a Manduria il 13.10.1899, e morto il 19.6.1918 (circa cinque mesi prima della fine della guerra, probabilmente nella cd. battaglia del solstizio)  non ancora diciannovenne. Vi è anche un fante manduriano del 140° reggimento, beffato dalla sorte perché morto in campo di prigionia per malattia il 23.10.1918, dodici giorni prima della cessazione delle ostilità seguita alla  firma dell’armistizio di Villa Giusti (4.11.1918).

Vi è infine un concittadino decorato con medaglia d’argento al valor militare, fante del 15° reggimento, nato a Manduria il 17.2.1884 e morto il 29.7.1918 in Albania per ferite riportate in combattimento (4).

Tante storie drammatiche e vere, quindi, racchiuse nelle poche, fredde righe del citato Albo d’oro, conclusesi sempre tristemente, o nei vari teatri di guerra ivi indicati (Carso, Monte Pasubio, Ortigara, Piave, Isonzo, ecc.) o, in maniera più anonima, ma non per questo meno meritoria, in un campo di concentramento nemico o in strutture sanitarie militari.

Storie che, in ogni caso, meriterebbero di essere riportate alla luce con un indagine completa condotta sugli albi e sugli elenchi pubblici e con la pubblicazione dei risultati, in modo tale da rendere giustizia anche a coloro, tra i caduti nostri concittadini, che non figurano nella lista ufficiale, nota a livello locale.

Passando alla descrizione dell’impatto demografico che queste vittime militari della Grande Guerra hanno avuto nella nostra città, occorre dire che, a voler utilizzare il numero ufficiale dei 140 morti, esso rappresenta circa l’1% della popolazione manduriana dell’epoca, pari, secondo i dati ISTAT relativi al 1911, a circa 14.162 abitanti.

Il dato percentuale, con tutte le riserve innanzi espresse riguardo all’attendibilità del numero complessivo delle vittime, sarebbe, quindi, di molto inferiore a quello nazionale attestato intorno all’1,82% della popolazione italiana (651.000 caduti militari su una popolazione di 35.600.000 abitanti).

Ma, come sopra detto, il dato locale andrebbe rivisto in aumento, sulla base di accertamenti più meticolosi.

Anche nella nostra cittadina il conflitto ebbe importanti riflessi nella vita civile.

Sebbene non siano note vittime civili della guerra, Manduria conobbe l’esperienza degli esuli e degli sfollati, giunti dal Trentino, dal Friuli e dal Veneto nei primi anni di guerra e dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917. Da testimonianze raccolte, sembra che molti di essi siano stati ospitati  in città, nei locali del Convento delle Servite di Via Padre Ludovico Omodei.

Della notizia ho trovato una inaspettata conferma per quanto riguarda gli esuli della Valle di Primiero (in Trentino), che a partire dal maggio 1916, con l’inizio della cd. Strafexpedition (o spedizione punitiva) posta in atto dagli austro-ungarici del generale Conrad von Hötzendorf, furono fatti sgomberare dai vari paesi della valle per essere inviati a Cerisano, Isernia, Cerreto Sannita, Sant’Agata dei Goti, Aversa, Altamura, Manduria, Lucera, Montevarchi, Novi Ligure, Arquata, Gavi, Serravalle, Pistoia, e fecero ritorno a casa circa due mesi dopo (5). Analoghe conferme ho rinvenuto per l’esodo a Manduria di esuli provenienti dalla contigua Valle di Vanoi, sempre nel Trentino orientale (6 e 7).

Sono vicende riguardanti la sorte delle popolazioni dei centri di confine nella guerra '15-'18: paesi che trovandosi in territorio austriaco e poi italiano con l’avanzare del fronte, o addirittura nella “terra di nessuno” tra le linee nemiche, subirono dapprima la deportazione degli abitanti nei campi profughi di Mitterndorf, in Austria ad opera degli austroungarici e, successivamente, con l’arrivo degli italiani il trasferimento  a Manduria, e in altri centri dell’Italia.

La vita sociale cittadina subì notevoli modifiche: tutti gli uomini abili erano stati chiamati al fronte (addirittura lo stesso Sindaco dell’epoca Ignazio Scalinci, fu richiamato come ufficiale medico, 8) e le donne dovettero, per la prima volta in modo diretto, occuparsi della gestione dell’economia familiare e, nelle famiglie contadine, della conduzione dei terreni, effettuata a costo di enormi sacrifici.

Non furono poche le “madri di famiglia” che riuscirono da sole, o con l’aiuto di familiari, a garantire la coltivazione di fondi agricoli posti anche a notevole distanza dal paese, recandosi a piedi, spesso con un figlio piccolo al collo, o, in casi più fortunati, a dorso di mulo o utilizzando il treno.

Anche a Manduria i superstiti, al ritorno, trovarono condizioni difficili, che, in parte, furono alleviate dalla concessione in enfiteusi di terreni facenti parte del cospicuo patrimonio della Congregazione di carità (o Opera Pia Ente Monte di Misericordia) e rinvenienti dall’antico lascito della benefattrice Marianna Giannuzzi. Si trattava dei terreni delle Masserie Bagnolo, Marina ed altre.

Molto spesso, queste concessioni consentirono la formazione di un primo nucleo di piccola proprietà contadina, destinato successivamente ad espandersi.

Da un punto di vista sociale, pertanto, la guerra ebbe alcuni effetti positivi: come si è detto, ciò avvenne soprattutto, con riferimento alla ripartizione della proprietà fra le diverse classi sociali ed alla questione della emancipazione femminile, ma anche con riferimento alla formazione di una coscienza nazionale unitaria.

Per il resto, nella nostra cittadina, come altrove in Italia, si commemorarono i morti attraverso varie iniziative che, promosse dai congiunti ed amici, dall’istituzione comunale e dalla neocostituita associazione combattentistica locale, condussero dapprima alla realizzazione delle lapidi marmoree contenenti gli elenchi dei caduti (murate sul prospetto del municipio ed all’interno della chiesa di s. Francesco)  e,  più tardi (negli anni ’60 dello scorso secolo), alla erezione dell’attuale ricordo monumentale, dedicato anche ai caduti del secondo conflitto mondiale.

Altri ricordi degli eventi bellici furono tramandati nella toponomastica viaria cittadina, con la intitolazione di molte strade alle località che furono teatro di guerra ed ai personaggi più noti (Via Monte Sabotino, Via Monte S.Michele, Via Armando Diaz, ecc.)  e, perfino, nei nomi imposti ai bambini nuovi nati (ad esempio Armando, Vittorio, Gorizia, Triestino, ecc.).

 

La leva militare di massa aveva portato al fronte persone provenienti da ogni parte del Paese ed appartenenti a tutti i ceti sociali, contribuendo ad omogeneizzare dal punto di vista politico e culturale la società italiana.

Uomini che non erano mai usciti dal loro paese, avevano colto, così, l’esistenza di una comunità politica più ampia, unita da un comune destino.   Anche chi era rimasto a casa (anziani, donne e bambini) aveva avuto, sia pure in modo diverso, la medesima percezione. 

  Queste erano state, a livello nazionale e locale, le risorse umane a cui si era reso necessario attingere per far fronte ad un conflitto che, per dimensioni, non aveva ancora avuto precedenti nella storia.

I costi sostenuti a Manduria, come altrove in Italia, erano stati altissimi. 

Ma solo attraverso di essi fu, ad altri, possibile dire, a guerra finita, con parole che, nonostante il contenuto retorico, valgono ad indicare ancora oggi, a cento anni di distanza dall’inizio del conflitto, il risultato innegabile, ottenuto con il sacrificio di molti:

 

“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.”(9).

 

 

Note

(1) Il testo integrale del canto è il seguente:

Il general Cadorna ha scritto alla regina
«Se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina»
Bom bom bom
al rombo del cannon
Il general Cadorna si mangia le bistecche
ai poveri soldati ci dà castagne secche
Bom …
Il general Cadorna è diventato matto
chiamà il '99 che l'è ancor ragazzo
Bom …
Il general Cadorna ha perso l'intelletto
chiamà il '99 che fa ancor pipì nel letto
Bom …
Il general Cadorna ha scritto la sentenza:
«Pigliatemi Gorizia, vi manderò in licenza»
Bom …
Il general Cadorna 'l mangia 'l beve 'l dorma
e il povero soldato va in guerra e non ritorna
Bom ….    

Dallo spettacolo La opposizione. Del Nuovo Canzoniere Italiano 1966 (Da La musica dell’Altraitalia).

(2) L’'Albo d'Oro dei Caduti della Grande Guerra è consultabile su: www.cadutigrandeguerra.it/

(3) Il monumento ai caduti,  Ricordo della inaugurazione 6 Novembre 1966, a cura di E.Dimitri, Citta di Manduria, Ass. Combattenti e Reduci, Manduria 2013.

(4) Il soldato è Dinoi Leonardo di Cosimo, nato a Manduria il 17.2.1884, decorato con medaglia d’argento al V.M. alla memoria.

(5) Per la valle di Primiero www.recuperanti.it/cssp_04g2.htm

(6) Per la Valle del Vanoi cfr.  Progetto della Pro Loco Prade Cicona Zortea “Il fronte del fronte”, il Vanoi si racconta con una docu-fiction Vanoi, composto da una docu-fiction, una mostra di fumetti, illustrazioni, disegni, manifesti dell’epoca e una graphic novel d’autore. Su www.docartoon.it/scheda2014.php?id=94

(7) La presenza di profughi trentini a Manduria è altresì attestata in un documento dell’epoca, il cd. memoriale che Nina Loss, che una donna di Canal San Bovo (Trentino), inviò nell'estate del 1916 al Segretariato per gli Affari Civili presso il Comando Supremo Italiano per ottenere il rimpatrio da Alessandria, dove era stata internata per accuse di collaborazionismo e spionaggio a lei rivolte da altri compaesani. Nel memoriale si parla di una lettera spedita dalla donna da Alessandria a Manduria, ad un compaesano profugo rifugiato nella nostra cittadina, che fu intercettata dalla censura militare creando problemi per alcune frasi ritenute “austriacanti” (ossia favorevoli al precedente governo austroungarico). Il passo della lettera memoriale è il seguente: “…caso volle che avanti a Manduria 
profughi del mio paese mi fosse presa la tentazione di scrivere ad un amico di casa 
che era italianissimo e che tra noi si godeva di una amicizia famigliare”.

Il documento è pubblicato sul sito on-line di università Cà Foscari di Venezia, Il memoriale di Nina Loss. Agosto 1916 (a cura di M.Ermacora).

(8) La notizia è riportata da P.Capogrosso,  Appunti di politica manduriana 1915 – 1961, Manduria Tiemme 1994.

(9)  Bolletino della vittoria, proclama del gen. Armando Diaz del 4 Novembre 1918 ore 12. Il testo spesso fuso nel bronzo delle artiglierie catturate al nemico è esposto in molti municipi ed uffici pubblici italiani. A Manduria è stato da qualche tempo ricollocato all’interno dell’edificio scolastico F.Prudenzano.

 

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