La terribile morte della principessa Caracciolo di Santobono

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Dopo lo scioglimento per ben due volte del sangue di San Gennaro in date straordinarie, seguito dall’eruzione del Vesuvio e dal Te Deum, parte del popolino si convinse che il generale Championnet non poteva che essere napoletano.

La credulità derivò anche dal ritrovamento nei registri battesimali della chiesa di Santo Spirito un nome simile a quello del generale francese, particolare, questo, che fu  riportato da Ugo Foscolo nel suo scritto sulla Repubblica Napoletana: “Odiavano i lazzaroni il governo, amavano il Championnet, vociferandolo napoletano, perché uno di tal nome trovavasi iscritto ne’ libri battesimali”.

Championnet aveva mostrato interesse per la figlia del principe Caracciolo di Santobono, tanto che  Carlo De Nicola, nel suo Diario, alla data del 18 febbraio 1799, annotava: “Il generale Championnet ieri sera prese in moglie col rito cattolico la figlia del Principe di Santobono”. E poi il giorno dopo si curò di smentire: “La notizia del matrimonio del generale Championnet colla figlia dell’ex principe di Santobono, è stata falsa, si vuole che non vi sia stata che la semplice richiesta”.

 

Nel furore della reazione realista e legittimista, dopo la caduta della Repubblica Napoletana nel giugno 1799, con Championnet destituito dal Direttorio e richiamato in Francia già dal 25 febbraio precedente, la giovane figlia del principe di Santobono fu tra le tantissime donne che “furono vittime della brutalità e della scelleratezza di mille e mille scellerati, più barbari degli stessi barbari; poiché senza rispetto di età, né di qualità, toglievan loro la vita, dopo averle rapito in pubblica piazza l’onore. Basta tra mille il solo esempio della giovinetta figlia del principe di Santobuono, la quale, dopo essere stata condotta per la città completamente nuda, vietandole financo di covrirsi con le mani quelle parti che l’onestà e il pudore tiene celate, fu situata sulla soglia della porta della chiesa dello Spirito Santo, la qual è posta nel quartiere più cospicuo e popolato di Napoli (ndr. Via Roma) ed ivi ne fu da que’ cannibali fatto orrendo uso ed abuso, e finalmente le fu data una lenta e dolorosa morte”.

Sul terribile crimine, il  cardinale Fabrizio Ruffo, capo dell’armata sanfedista,  in una lettera ad Acton il 21 giugno, commentò: “Il dover governare una ventina di capi ineducati e insubordinati di truppe leggiere, tutte applicate a seguitare i saccheggi, le stragi e la violenza, è così terribile cosa e complicata che trapassa le mie forze assolutamente”.

 

 

Bibliografia:

Carlo De Nicola, Diario napoletano,  Napoli, 1906

Anonimo, Compendio storico della Rivoluzione e Controrivoluzione di Napoli, Napoli, 1999

Ugo Foscolo, Scritti sulla Repubblica Napoletana, Napoli, 1999

 

 

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