Francesco Antonio Astore, il sacerdote repubblicano

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Si può morire per aver insegnato che le virtù cristiane si accordavano meglio con uno Stato democratico e repubblicano? Nell’ultimo anno del Settecento Francesco Antonio Astore fu condannato a morte per questo.

Il sacerdote pugliese non fu contro la religione cattolica, come propagandavano i controrivoluzionari reazionari, ostili al pensiero moderno. Il suo intento fu quello di insistere sullo “stretto intreccio fra virtù cristiane e democrazia repubblicana”, palesando la volontà politica di far maturare la figura del buon cittadino in coincidenza con quella, ritenuta inseparabile, del buon cristiano, attraverso lo strumento del catechismo repubblicano, come avevano fatto Mons. Michele Natale, Onofrio Tataranni e Stefano Pistoja.

Certamente vi era qualcosa di nuovo nel pensiero di Astore che consisteva nella tolleranza verso le altre religioni, per cui i fedeli non dovevano essere sottoposti a inquisizioni, Giunte di Stato, Tribunali di Vescovi, fuoco e ferro, armi e crociate. Lo spirito di tolleranza nei confronti delle altre religioni era il semplice vero “spirito della Religione Cristiana”.

Dalla biografia di Mariano d’Ayala, impavido storico dell’Ottocento, Francesco Antonio Astore nacque il 28 agosto 1742 a Casarano, nei pressi di Gallipoli, dal dottore Andrea e da Domenica Cozza. Ricevette la prima educazione a Stradà, continuando gli studi nel seminario di Nardò e a Lecce, e completandoli a Napoli, ove fu alunno del padre Gian Maria Della Torre per le scienze naturali, di Giuseppe Pasquale Cirillo e di Domenico Cavallaro per le materie giuridiche ed economiche, di Antonio Genovesi per la filosofia, e si addottorò in utroque jure nell’ottobre 1763.

Ben presto la letteratura si rivelò la sua passione, in quanto la considerava uno studio più tranquillo, rispetto ai “tumultuosi stridii del foro e il far da Cerbero ne’ Tribunali”. Dei suoi vari scritti ricordiamo: La filosofia dell’eloquenza ossia l’eloquenza della ragione (Napoli 1783); La guida scientifica (Napoli 1791); Dialoghi sul Vesuvio (Napoli 1794).

Nonostante il trasferimento a Napoli, il sacerdote  rimase in contatto epistolario con gli intellettuali della sua nativa Casarano, Giovan Battista Lezzi e Giacinto D’Elia.
La sua adesione alla Repubblica Napoletana è stato oggetto di varie interpretazioni che hanno interessato cronisti importanti dell’epoca e Benedetto Croce.
Studi più approfonditi hanno dimostrato che la sua fu una maturazione di pensiero che lo portò non solo a scrivere il Catechismo repubblicano in sei Trattamenti a forma di dialogo,  ma a tradurre anche Des droits et des devoirs du citoyen di Mably. Come scrive Francesco Zerella, la decisione fu una manifesta e chiara conquista dei nuovi princìpi.

L’accusa che il religioso rivolgeva in maniera determinata al governo borbonico, era il mantenimento di uno stato di ignoranza in cui era tenuto il popolo, che non riusciva a comprendere “l’antinomia dell’assurda Alleanza Trono - Altare attraverso i precetti e i consigli del Santo Evangelio”.

Importante, e forse tale asserzione si dimostrò una delle più determinanti nella sua condanna a morte, dopo la sconfitta della Repubblica, Astore scriveva e predicava la tolleranza verso le altre religioni, che non significava affatto essere contro la religione cattolica, ma libertà di consentire a qualsiasi cittadino, non più suddito, secondo lo spirito di tolleranza, di professare liberamente e tranquillamente il proprio credo religioso.

A tal riguardo Astore enucleava i  “doveri di un buon ecclesiastico”, che consisteva nel  far capire al popolo la nuda e semplice verità del Vangelo, predicando la giustizia e la morale non “al modo degli antichi casuisti e dei Forensi, i quali han corrotta la morale e la giustizia; ma al modo dell’Evangelio, e dello spirito patriotico”.

Troncare il legame tra Trono e Altare era fondamentale per la Repubblica Napoletana, e ciascun buon religioso era tenuto a “disingannar la plebe dagli errori, e dalle dottrine inique fatte radicare, e piantare ne’ loro cuori dagli antecedenti Tiranni, svelando le iniquità de’ medesimi”.

In tale contesto, secondo i canoni dei semplici princìpi del Vangelo, Astore proponeva la necessità di finalmente svincolare gli ecclesiastici dalle cure de’ beni temporali. La Chiesa era da considerare come riunione dei fedeli, essendosi costituita nella Repubblica Napoletana un’identità tra il fedele e il cittadino.

Per i pensieri esposti nel suo Catechismo, come ha scritto, Indro Montanelli, anche Astore fu i martiri del 1799, patrioti che “avevano predetto i tempi e la cui unica colpa fu quella di essere nati in anticipo sui tempi”.

Dopo il ritorno dei Borbone, Francesco Antonio Astore  fu impiccato il 30 settembre 1799.

 

 

Bibliografia

Zerella Francesco, Francesco Antonio Astore: martire e pensatore,  Lecce, 1938.
Catechismi Repubblicani, a cura di Pasquale Matarazzo, Napoli, 1999.

 

 

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