Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Shakespeare e la difesa degli immigrati “Lombards”

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Tommaso MoroFu il drammaturgo Antony Munday a scrivere una biografia drammatica di Tommaso Moro, convinto di rappresentare emozioni forti. Sir Thomas More, come è noto, fu il cattolico integerrimo che, dopo essere stato nel XVI secolo sindaco di Londra e cancelliere di Enrico VIII, preferì la morte piuttosto che rinnegare la sua fede.

In effetti Antony Munday non si era posto il problema delle implicazioni politiche e religiose, nonostante la regina regnante in quell’anno 1593 fosse la figlia di colui che era stato il carnefice di Tommaso Moro. Dopo tre quarti di secolo dagli avvenimenti l’Inghilterra non poteva temere alcun pericolo. La questione  anglicana era stata definitivamente conclusa da Elisabetta I con la soppressione di Maria Stuarda e soprattutto dopo la sconfitta dell’Armada spagnola.

Per realizzare la sua opera, Antony Munday chiese la collaborazione di altri  drammaturghi, Henry Chettle e Thomas Dekker; d’altronde era prassi scrivere copioni a più mani e, ultimato il copione, esso fu presentato alla compagnia del grande attore Edward Alleyn.

Si mostrava necessario, tuttavia, l’avallo di un drammaturgo e teatrante ben introdotto a corte e politicamente equilibrato, William Shakespeare.

Nonostante la garanzia di un nome altisonante quale quello di Shakespeare, Edmund Tinley, Master of the Revels, censurò l’opera. A fianco di Shakespeare intervenne anche Thomas Heywood, ed entrambi nel 1594 apportarono delle modifiche al “Sir Thomas More”.

Oltre al taglio della scena in cui Tommaso Moro, prima della decapitazione, teneva un brillante dialogo con il boia, Shakespeare e Heywood compresero che vi era da superare altre due questioni, quella religiosa e quella relativa alla rivolta dei londinesi contro gli immigrati stranieri, accusati di rubare lavoro, casa e donne.

 

Heyvood intervenne per attenuare l’eccessiva rettitudine e coerenza cattolica di Tommaso Moro, mentre Shakespeare lavorò alla  sommossa anti- “Lombards” del primo Cinquecento, che era stata risolta proprio da Tommaso Moro. D’altronde  la questione era ancora viva, considerato che i londinesi, sul finire del XVI sec., erano insorti contro gli immigrati che erano arrivati a Londra e dopo decenni avevano occupato una posizione dignitosa nel commercio e nell’artigianato. Il censore di corte Edmund Tinley pretese il chiaro uso del termine “Lombards” per sottolineare la nazionalità degli immigrati contro cui c’erano state le sollevazioni nei mesi precedenti.

ManoscrittoNon piaceva al censore il termine vago di ‘stranieri’, pertanto operò ben  17 sostituzioni nel testo. In alcuni casi anche i “francesi”, che rappresentavano la maggior parte degli immigrati, furono sostituiti con  “Lombards”.

La difesa gli immigrati era la politica adottata dalla regina Elisabetta, che si faceva anche paladina di tutti i protestanti che, a causa della Controriforma cattolica, erano dovuti emigrare in Inghilterra. Vi era un preciso disegno politico teso ad accreditarsi quale protettrice di tutti gli avversari del Papa. In tale contesto storico Shakespeare scelse di far emergere le istanze di accoglienza degli immigrati clandestini, perorate da Tommaso Moro, riportandone le parole:

“Vorreste abbattere gli stranieri, ucciderli, tagliar loro la gola, prendere le loro case e tenere al guinzaglio la maestà della legge per incitarla come fosse un mastino. Ahimè, ahimè!Diciamo adesso che il Re misericordioso verso gli aggressori pentiti, dovesse limitarsi, riguardo alla vostra gravissima trasgressione, a bandirvi, dov’è che andreste? Che sia in Francia o Fiandria, in qualsiasi provincia germanica, in Spagna o Portogallo, anzi, ovunque non rassomigli all’Inghilterra,orbene, vi trovereste per forza ad essere degli stranieri.

Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara che, in un’esplosione di violenza e di odio,non vi conceda un posto sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole, vi scacci come cani, quasi non foste figli e opera di Dio,o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere, ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste di essere trattati così? Questo è quel che capita agli stranieri, e questa è la vostra disumanità da senzadio.”

Messo da parte ogni riferimento al credo religioso, cattolico o anglicano, l’intento di Shakespeare fu di lanciare un chiaro messaggio educativo ai fini di una rispettosa accoglienza da parte di una comunità laica. L’intento veniva ribadito con le parole di Tommaso Moro:

“Ammettiamo che costoro siano allontanati ed ammettiamo che questo abbia messo a tacere tutta la maestà dell’Inghilterra. Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto, e che voi vi atteggiate come re dei vostri desideri – l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato –  e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione. Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato a tutti che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante.”

Il conclusione Shakespeare, come in altri suoi capolavori, affrontò nel Sir Thomas More una delicata questione politica in termini letterari, facendo sì che, in relazione all’immigrazione, l’autorità del re anglicano, capo di Stato e della Chiesa, fosse salva in coerenza con i princìpi cristiani, comuni agli anglicani e ai cattolici, della tolleranza e del rispetto dell’altro in quanto uomo, prima che migrante.

Il manoscritto “Sir Thomas More”, mai rappresentato, è stato mostrato al pubblico il 15 aprile 2016, in occasione di una mostra alla British Library dedicata a Shakespeare.

 

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