Forze politiche e sociali nel periodo della Rivoluzione francese

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La stagnazione economica e sociale della Francia dell’Ancien Regime era catastrofica. Se, da una parte, la borghesia francese ormai si era formata e consolidata nel commercio, avviando la nazione  verso le prime consistenti avvisaglie dello sviluppo industriale, soprattutto nella metropoli parigina, dall’altra  essa era esclusa completamente dalle leve del potere, anzi, la politica economica della corte tendeva a favorire la nobiltà e il clero.

Queste due classi privilegiate di chiara origine feudale non solo erano improduttive perché lasciavano incolto il latifondo, vivendo da parassiti alla corte a spese della nazione, ma erano escluse da qualsiasi  tipo di imposizione fiscale.  Improduttività, parassitismo, esenzione fiscale che si dovevano aggiungere  ai tanti altri privilegi politici e sociali di cui godeva la nobiltà e il clero francese.

Le rilevanti spese militari della corte,  come i suoi sprechi fastosi, non potevano che contribuire allo sfascio finanziario della nazione. Il carico fiscale finiva col gravare tutto soltanto sui ceti produttivi della borghesia commerciale ed imprenditoriale della Francia.

Non meno disastrose erano le condizioni economiche e sociali dei contadini che permanevano nella loro tradizionale miseria aggravatasi alla fine del ‘700.

Il latifondo aristocratico ed ecclesiastico schiacciava i contadini francesi, rendendo impossibile la loro emancipazione sociale.

Alcune frange dell’aristocrazia come pure del clero erano consapevoli del disastro economico e sociale cui stava andando incontro la nazione grazie alla politica della corte.

Questi gruppi transfughi dalla propria classe li ritroveremo allo scoppio del fermento rivoluzionario dall’altra parte, dalla parte dei rivoluzionari.

Chi contribuì in modo determinante prima alla diffusione delle idee illuministiche e poi a quella delle idee rivoluzionarie fu l’intellettualità borghese, che divenne intellettualità militante.

I soggetti sociali  della Rivoluzione francese furono la borghesia, i contadini e gli operai parigini  in lotta contro il dominio politico e sociale dell’aristocrazia.

Ma l’antagonista storico dell’aristocrazia e del clero e protagonista indiscusso della Rivoluzione fu la borghesia che si avvaleva di una ideologia chiara, semplice e travolgente: di fronte all’incapacità ormai storica dell’aristocrazia di risolvere i problemi finanziari della nazione, anzi, poiché essa li aggravava con la sua politica fiscale, danneggiando in modo quasi irreparabile la produzione industriale e il commercio, il ceto borghese, unica classe veramente produttiva della nazione, si sentiva in diritto e in dovere di pretendere il potere.

Dietro l’ideologia dell’uguaglianza, della libertà e della fraternità c’era la concretezza di interessi storici di una classe borghese matura, consapevole ormai delle proprie responsabilità di fronte alla collettività.

L’intelligenza e la maturità di tale classe borghese imprenditoriale e commerciale della Francia si verificava nella capacità di aggregazione  e di convinzione della classe contadina  perchè con un programma rivoluzionario, la terra del latifondo aristocratico ed ecclesiastico concessa in proprietà ai contadini con l’eliminazione definitiva di ogni forma di privilegio feudale, inseriva la casse contadina nel blocco di interessi borghese.

La capacità di mobilitazione dei contadini e il loro consenso erano la forza determinante di cui la borghesia francese si servì per affermare in modo stabile e definitivo il proprio potere politico.

Ma la capacità di aggregazione e di egemonia politica della borghesia francese rivoluzionaria per un certo periodo di tempo riuscì a  coinvolgere nei propri interessi storici gli stessi operai parigini, i sanculotti. Proprio questo tentativo di coinvolgimento dei sanculotti segnò il punto di discesa del fermento rivoluzionario borghese.

Eliminata la destra borghese monarchico-costituzionale, venuti meno i reazionari borghesi Foglianti  e i conservatori borghesi girondini, la Sinistra giacobina radicale del Robespierre  si impadronì del Comune rivoluzionario nel momento di massimo pericolo. La politica di Robespierre fu molto chiara: ridistribuzione della ricchezza  attraverso le confische dei beni dei controrivoluzionari,  consolidamento degli espropri fondiari in favore dei contadini, blocco dei prezzi e dei salari a vantaggio dei sanculotti, conseguente controllo politico delle attività  economiche della borghesia.

Ma quando il pericolo della sconfitta della Rivoluzione era passato, la borghesia francese non aveva più bisogno di Robespierre e del suo terrore.

L’estremismo radicale dei giacobini aveva fatto il suo tempo. La borghesia francese voleva stabilizzare le sue conquiste fondamentali: la presa del potere, la spartizione e la nuova ripartizione del latifondo aristocratico  ed ecclesiastico, le nuove ricchezze scaturite dalle spese della guerra rivoluzionaria.

Il Direttorio combatté  proprio contro quelle forze politiche e sociali che erano escluse dalla nuova geografia del potere borghese: la Destra monarchica nostalgica e la Sinistra giacobina radicale, ma anche ‘socialisteggiante’ (La Congiura degli Eguali di  Babeuf e Buonarroti ). La borghesia francese  ebbe così esaurito il suo slancio rivoluzionario, divenendo finalmente classe egemone  che escludeva la nuova classe emergente del proletariato operaio parigino.

 

 

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