Procida 1799. Cap. XI "E venne marzo"

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Trascorsero dei giorni in una spasmodica attesa degli eventi. Tra le pagine del Monitore Napoletano non compariva alcuna notizia su Procida, forse era un modo per non creare agitazione, forse anche da Napoli aspettavano di saperne di più.

Una cosa era certa, i repubblicani di Procida come quelli delle vicine isole si sentivano abbandonati a loro stessi. Nell’aria era stagnante il sentore della morte, si tremava all’avvistamento di una qualsiasi nave all’orizzonte e prima ancora di distinguerne la bandiera già tutte le guardie sulle torri di avvistamento e sulle alture stavano pronti coi fucili ed i cannoni  puntati, illudendosi che potessero servire a qualcosa.

Il cuore di Bernardo era sprofondato nella malinconia più profonda: era certo dell’amore di Aurora, ma anche di quel crudele destino che li aveva fatti incontrare in un’epoca sbagliata.

Di tanto in tanto, solo con se stesso aveva accarezzato l’idea di scappare via con lei, di salvare la sua vita e quella della donna amata, ma un gesto così vile nei confronti dei tanti che avevano deposto in lui fiducia  e rispetto, non lo avrebbe portato lontano, tantomeno gli avrebbe consentito di  godere a lungo di quella felicità rubata.

Aurora amava l’eroe che vedeva in lui ed anche per Aurora lui doveva rimanere a Procida e difendere l’amata Repubblica  ad ogni costo.

Il buon don Antonio Scialoja gli leggeva quel tormento negli occhi, una pena che giorno per giorno si faceva sempre più palese e difficile da sopportare.

-Il vostro tormento è il mio, e Dio solo sa quanto soffro a vedervi così, Bernardo, voi più degli altri, perché sento il vostro cuore ardere di amore, di speranze disperate. Figliolo mio, chi più di me potrà capirvi, nessuno sarà all’altezza di giudicarvi se deciderete di scappare. Siete ancora in tempo, fatelo! Cercate Aurora e scappate con lei!

-No, io resto qui e farò il mio dovere fino alla fine! Non sono un codardo! Aurora ha compreso e condivide le nostre pene! Lei stessa me lo impedirebbe. Combatterò insieme agli altri e lo farò per la Repubblica e per l’unico vero amore che io abbia mai conosciuto in questa vita.

-Siete esemplare e sono certo che sarete ripagato per questa immensa sacrificio! Quando arriveranno gli inglesi noi proveremo sicuramente a difenderci,  ma quando finiranno le munizioni saremo costretti a nasconderci! E’ una storia già scritta e purtroppo nelle segrete del nostro cuore noi  tutti già la conosciamo. Nessuno spera realmente di salvarsi, nessuno, ma certo non sarà questo ad impedirci di combattere. Lo faremo mossi dal sacro fuoco della libertà, lo faremo per noi stessi, per le nostre famiglie, ma alla fine lo faremo per lasciare il nostro esempio nella storia, quella che i nostri posteri apprenderanno dai libri, quella che per secoli verrà dannata e condannata dal Borbone perché, comunque andranno le cose sarà la storia della sua sconfitta! Lui si riprenderà il suo regno lordo del nostro sangue innocente, ma i nostri spiriti aleggeranno chiedendo giustizia e faranno impazzire chi ci ha fatto del male e ci ha traditi. Le nostre idee sopravvivranno e si rafforzeranno in quelle menti che infaticabili ricercheranno la verità, rievocando il nostro tempo, ed alla fine torneranno fuori più forti di prima, perché nessun uomo è nato per essere schiavo, ma per essere libero!

-Voi credete alla possibilità di una vita nuova, don Antonio?

-Lo vorrei tanto, sarebbe bello crederci, pur se il mio credo religioso me lo impedisce.

-Io, invece lo sto desiderando ardentemente. Voglio  tornare a vivere in un’epoca nuova e rincontrare voi, Aurora, e tutte le persone a cui ho voluto bene in questa dannata esistenza!

-Questo è il sogno di tutti noi e  il buon Dio non dovrebbe negarci questa speranza.

-Si, dite bene, perché negarci anche questo? In fondo cosa abbiamo fatto? Quale grave sacrilegio abbiamo commesso al suo cospetto? Abbiamo creduto in qualcosa prima degli altri, abbiamo sognato un mondo libero, uno Stato di tutti e non di uno soltanto, abbiamo creduto nella possibilità di cambiare, i nostri occhi hanno visto dove altri sono stati orbi. Abbiamo pensato alla Repubblica, alla democrazia, ad un’Italia repubblicana  unita e con l’Italia l’Europa, noi cittadini europei, liberi. Siamo stati dei rivoluzionari sognatori, pronti a sacrificare la nostra esistenza per realizzare anzitempo un’epoca nuova.

-Questa è stata la nostra forza, Bernardo, ed anche la nostra condanna. Siamo stati troppo lungimiranti e questo agli ottusi di mente e spirito  ha fatto paura…. Tutto ciò che è cambiamento a loro fa paura e va ferocemente soppresso.

-Non riusciranno ad annientare anche le nostre anime. No! Non potranno farlo!

-L’anima è immortale e non teme. Consoliamoci così, figliolo mio. Oramai non ci resta che questo!

Con il cuore in gola era trascorso anche marzo, la primavera si faceva sentire intensa nell’aria frizzante,  mattini giungevano soleggiati, il cielo era terso, popolato di uccelli migratori, gli alberi verdeggiavano frondosi, le azalee intorno alla piazza d’armi del castello rifiorivano, colorando di rosa, rosso e bianco uno scenario che da lì a poco avrebbe conosciuto l’orrore del sangue e le grida degli innocenti.

Era il due di aprile e l’isola ancora sonnecchiava, quando all’orizzonte comparve la maledetta flotta assassina. I patrioti non ebbero nemmeno il tempo di allertare la popolazione, di sparare qualche colpo di cannone dall’alto del castello di Ischia e dalle torri di Procida per intimarli all’arresto: in un lampo,  invulnerabili, le navi inglesi attraccarono alla banchine di Sent’ Co’. Scesero lesti a terra centinaia di soldati inglesi e mercenari e fu l’inizio della strage. I primi ad essere trucidati a colpi di spada e baionetta furono i marinai ed i pescatori che, come ogni mattina alla buon ora, popolavano il porto. Avevano avuto degli ordini perentori: ammazzare tutti senza pietà e fare prigionieri i rappresentanti del Governo. E così fu, non risparmiarono nessuno, nemmeno i bambini.

Le grida ed i colpi di fucile lo avevano destato di soprassalto ed armato della sua innocenza il piccolo Michelino era uscito a vedere cosa stesse succedendo. Non impiegò tanto a capire, sulla banchina già si contavano i cadaveri. Terrorizzato corse scalzo verso il porto in cerca di suo padre, corse da una casa all’altra gridando il suo nome tra la gente che scappava in preda al terrore. Quando lo scorse avvinghiato da due armigeri  che lo trascinavano sulla loro nave, corse all’impazzata e si scagliò su di loro.

-Lasciatelo! Lasciatelo! E’ il mio papà, lasciatelo!

-Sei il figlio di un ribelle! – imprecò a denti stretti uno degli sgherri, afferrandolo con una zampata felina. Lo scaraventò con violenza sul selciato e  senza pietà  gli tirò un colpo di fucile dritto al petto.

-Michelino!!!!! No!!!!!!

-Vieni con noi tu che devi fare una fine peggiore! – gli intimò rabbioso l’impietoso l’assassino.

-Michelino! Bambino mio….no!!!!!!!!!

Il piccolo era rimasto esanime accasciato sulla banchina, seguendo con gli occhi spalancati  il padre, mentre con una ferocia disumana, lo trascinavano disperato su una delle navi. Farfugliò qualche parola, poi volse la testa e rimase immobile con gli occhi fissi al cielo. Nell’estremo spasmo la sua mano lasciò cadere qualcosa che aveva tenuto stretto fino a quel momento: la sua amata piastra d’argento con la signora libertà che lo aveva accompagnato fino alla fine.

Non ebbero pietà per nessuno, uomini, donne e bambini furono trucidati fin dentro le loro case: si erano dimostrati tutti patrioti e tutti dovevano pagare per il reato grave di tradimento e lesa maestà. Il castello fu preso d’assalto, quei due marinai che Bernardo aveva fatto arrestare furono i primi ad essere liberati e ad unirsi al loro nella cattura dei  rappresentati del Governo, braccandoli ovunque. Erano riusciti a nascondersi, ma quasi tutti furono scovati in breve tempo, grazie alle spiate offerte al nemico per vendetta o mediante minacce e corruzione. Furono arrestate circa trecento persone, tra rappresentanti e semplici cittadini e per due mesi furono bestialmente tenuti ammassati in catene nelle stive delle navi inglesi e nelle celle del castello di Ischia, subendo torture fisiche oltre ogni umana sopportazione. In tanti morirono prima ancora di arrivare al patibolo.

L’eccidio cruento durò tre giorni, il quarto giorno discese dalla nave il governatore del re Michele De Curtis,  riabilitato alla sue funzioni, accompagnato da uno dei più miserabili carnefici del Borbonei: il giudice Vincenzo Speciale.

Finanche il capitano della flotta inglese Trowbridge era rimasto atterrito dalla malvagità di questo carnefice mandato da Palermo direttamente da Maria Carolina d’Austria. Così scrisse di lui una lettera inviata  all’Ammiraglio Orazio Nelson,  braccio destro di Ferdinando di Borbone:

 

Il giudice Speciale mi fa l’effetto della più paurosa creatura che abbia giammai vista. Io sono spaventato dei suoi sentimenti: egli dice che settanta famiglie procidane sono compromesse, ed afferma che vi è assoluta necessità di un vescovo per dissacrare i preti innanzi di giustiziarli. Io gli ho detto di impiccarli prima, e se egli trovava che l’impiccagione non era abbastanza degradante, allora consentirò a quello che egli mi proponeva. Mi ha soggiunto che deve andare a Palermo per un suo affare la prossima settimana, e egli aveva per costume nella sua professione di ritornare in casa sua dopo aver condannato. Ho capito dal suo modo di dire che i preti devono essere mandati a Palermo per essere degradati, per ordine del re, ed in seguito ritornare per essere giustiziati. Non posso farmi alcuna idea della loro proceduta, atteso che giudicano i loro prigionieri senza che alcuni di essi siano presenti ai loro dibattimenti.

 

 

Procida 1799. La rinascita degli eroi. Introduzione di Renata De Lorenzo

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