La Repubblica del 1799. I luoghi della Memoria

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Castel Sant'ElmoLa Repubblica Napoletana durò appena sei mesi, eppure la memoria del 1799 vive con forza in ogni piega e anfratto della città di Napoli. E’ vivido il ricordo fra le mura di Castel Nuovo, Castel dell’Ovo, Castel Capuano con la famigerata Vicaria, Castel Sant’Elmo, e palazzo Serra di Cassano, il cui portone, dopo la decapitazione di Gennaro Serra avvenuta il 20 agosto del 1799, fu definitivamente sprangato dal padre, il duca Luigi, in segno di eterno lutto e chiusura nei confronti di un regime sanguinario e retrogrado, quale fu quello borbonico.

Il luogo, però, più tristemente noto resta Piazza Mercato, simbolo della decimata intellettualità meridionale. Come ricordò Ugo Foscolo in “Scritti sulla Repubblica Napoletana”, “fu proprio in questa piazza che l’Italia perdette quasi tutta una gioventù piena di promesse insieme alla parte generosa della nobiltà nel fiore delle speranze”.

Significative furono anche le parole di Pietro Colletta riportate in "Storia del Reame di Napoli": “Qui perirono uomini che erano invecchiati nella diffusione del sapere, Cirillo, Pagano, Conforti, Russo, Ciaia, qui morirono Eleonora Pimentel Fonseca, Luisa Sanfelice […]”.

I castelli furono luoghi di prigionia, ma anche di conquista. In Sant’Elmo i patrioti proclamarono la Repubblica il 23 gennaio del 1799 e qui sottoscrissero al cardinale Ruffo le famose capitolazioni non rispettate poi dal dispotico  borbone, con somma disapprovazione delle stesse potenze alleate, turche, russe e inglesi.

In Castel Sant’Elmo avvenne ciò che non era avvenuto quasi mai nella storia europea moderna: il non rispetto di un trattato di capitolazione.

 

Il francese Méjan, che avrebbe potuto fare decisamente di più e si limitò a dire che “era tempo d’infamie”, fu apostrofato da Francesco Lomonaco con l’appellativo di “Méchant”. Così i “Granili” di Sant’Elmo, un enorme edificio adibito a deposito di grano che correva lungo il porto nella zona detta appunto dei Granili, si riempirono di migliaia di cittadini terrorizzati.
La memoria di quento avvenne tra quelle mura è immortalata dal quadro di Giuseppe Sciuti “I prigionieri di Castelnuovo dopo la capitolazione del 1799”.

Altri luoghi tristemente noti furono le terribili prigioni ubicate nelle  fosse del ‘Panaro’ nella Vicarìa di Castel Capuano e del ‘Coccodrillo’ in Castel Nuovo. Di quest’ultima resta la descrizione di Giovanni La Cecilia, che ne fece esperienza diretta:

Vasto è il sottorraneo, solidissime le mura, ciclopico il voltone. Un fanale sospeso a catene di ferro rischiara l’eterna notte che vi regna; il sole, la luna, l’aria, tutto ha perduto l’infelice ivi sepolto, dove per quel pozzo, il coccodrillo in cerca di preda introducevasi e vi divorava i reclusi. In tale luogo furono rinchiusi Manthoné, Massa, Albanese, Eleonora Pimentel Fonseca, Ettore Carafa e una folla di altri illustri repubblicani - prosegue La Cecilia - di cui leggemmo i nomi a metà cancellati sulle neri pareti. E in pensando a quei grandi, al loro sublime martirio e al disperato coraggio, accusavamo la nostra fralezza, la nostra infiacchita natura, per aver bene sperato ad esserci affidati alla parola, al giuramento di quello istesso Borbone, il quale aveva violato le capitolazioni del 1799”.

I succitati luoghi sono solo alcuni tra i più noti che Benedetto Croce menzionava spesso, esortando i posteri a recuperare quel glorioso passato, strappandolo alla damnatio memoriae ordinata dai borbone.

 

 

Bibliografia:

AAVV- Da Sud- Le radici meridionali dell’unità nazionale- Silvana Editoriale- 2011

 

 

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