Eleonora Pimentel Fonseca: Monito universale e moderno, e sensibilità filologica

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Nel Complesso monumentale di San Domenico Maggiore, dal 22 al 24 gennaio, è andato in scena lo spettacolo di Stati Teatrali che ha ricostruito la vicenda della fondatrice del Monitore Napoletano, emblema della Rivoluzione napoletana del 1799.

Riccardo De Luca è abituato a pensare "nel contemporaneo": in passato ha già dimostrato come anche Shakespeare, Cechov e Totò potevano essere guardati dallo spettatore con gli occhi di chi ci trova qualcosa di sé, seduto in una modernità che per natura, via via, cambia anch'essa il suo punto di osservazione eppure continua a riconoscersi.

E questa nuova occasione si offre come un luogo privilegiato, per riconoscere i tratti fondamentali di una società e di un motus comune, quello affrontato con la vicenda della Rivoluzione napoletana del 1799, e per di più tratteggiata all'interno di un ambiente anch'esso privilegiato, come è la Sala del Capitolo nel Complesso monumentale di San Domenico Maggiore, uno dei cuori più significativi del Centro storico di Napoli – patrimonio UNESCO.

 

L'operazione di mettere in scena Eleonora Pimentel Fonseca - Con civica espansione di cuore da parte di Stati Teatrali, oltretutto nei giorni in cui si commemorava la fondazione della Repubblica del '99, ha ottenuto un giusto e meritato successo, stando alla grandissima partecipazione che ha riscontrato, cosa che dal punto di vista etico e civile ci fa chiedere come mai, dopo 217 anni, dobbiamo ancora lottare tanto, per mettere in luce la fondamentale importanza di quei sei mesi del 1799 che dovrebbero invece essere il pane quotidiano della coscienza e della grandezza dell'anelito di libertà e democrazia del popolo napoletano, per certi versi anche superiore a quello della stessa Rivoluzione francese cui si era ispirato; un momento rivoluzionario che dovrebbe essere da esempio oggi ancor più di ieri, per una collettività (napoletana, italiana ed europea) che non ne porta nel sangue il gene.

Dal lato della resa scenica, uniamo dunque i discorsi ed otteniamo il risultato di una modernità, appunto, che la regia offre al pubblico sotto alcune interessanti forme, unite ad una precisione e ad un ammirevole dettaglio storiografico. 

Rispettando sempre un piano narrativo condotto in prima persona, anche per la necessità di attraversare un grande numero di vicende che in tal modo vengono legate con precisione, viene creato un sottofondo di passaggi stridenti in cui si evidenzia il distacco fra le idee e la presa che (non) ebbero sul popolo; si affida il principio al melos che dopo Una furtiva lacrima unisce il Canto dei sanfedisti alla Marsigliese, in uno dei vari insiemi che soprattutto attraverso la musica (come in seguito arriveranno ad esempio anche Palummella e J'entends siffler le train) e la voce di una ispirata Francesca Rondinella, tutto abbraccia e comprende nella narrazione; e si porgono maschere assai riuscite come quelle che lo stesso De Luca interpreta, scegliendo per sé i tre personaggi più odiosi (il re Ferdinando IV, il marito Pasquale Tria de Solis ed il giudice Vincenzo Speciale).

Ed ovviamente, l’attenzione si incentra sul simbolo più brillante, una Eleonora de Fonseca Pimentel (Annalisa Renzulli) che diciamolo, finalmente viene restituita alla sua indole caparbia ed irriducibile, lontanissima da scialbe versioni cinematografiche poco realistiche, con uno sguardo alla figura privata che non aveva la percezione della sua grandezza a causa della mancanza di risultati, che usa la lingua napoletana dell’epoca per avvicinarsi al popolo, e che se all’inizio risente del mancato riconoscimento “ambientale”, in seguito, più si avvicina alla nascita della Repubblica, ancor più si rafforza nella sua quasi statuaria presenza, viva nel suo pathos, compresa e fiera, intensa eppure senza forzature.

Il lavoro sulle fonti, bisogna aggiungere, ha permesso di inserire frammenti preziosi, estratti direttamente dalle pagine del Monitore Napoletano, dal processo di separazione e da documenti d'archivio, con qualche aggiunta dal romanzo “Il resto di niente” di Enzo Striano e dalle intense ricerche storiche di Antonella Orefice, consentendosi in tal modo anche di inserire dettagli preziosi, assai significativi e poco conosciuti, come quelli sulla tomba di Ferdinando e sulla fossa comune dei Martiri, che ancora oggi non hanno ricevuto l'onore ed il riconoscimento che meritano. Il cast, completato da Gino Grossi, Salvatore Veneruso, Maria Anna Barba, Dario Barbato e Lucrezia Delli Veneri, agisce appropriatamente con il proposito di trasmettere, appunto, un’ambientazione non necessariamente soltanto filologica ma anche contemporanea, facendo vivere quella Napoli settecentesca lazzara, asservita ad un monarca inetto e rozzo e ad una consorte ispida e vendicativa, con approccio di genere sempre ben diversificato, fra dramma e comicità.

 

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