Procida 1799. La rinascita degli eroi. Introduzione

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Procida 1799. La rinascita degli eroi. Introduzione di Renata De Lorenzo

Una breve storia d’amore che finisce nel maggio 1799, quando la rivoluzione sta per terminare e i francesi stanno per partire, ha come sfondo Procida, luogo che ha dato un notevole contributo di martiri alla causa patriottica. Qui  nel castello dei d’Avalos si era festeggiato l’avvento della repubblica il 27 gennaio ed  Eleonora de Pimentel Fonseca vi si era recata  per la proclamazione del nuovo governo.  Ma  le  isole del golfo vivono una dimensione più complessa  in quanto maggiormente esposte alle navi nemiche e costrette a percepire in maniera dilazionata tutto ciò che si decide a Napoli. 

Breve è, anche per questo motivo,  la vita della repubblica  nell’isola: solo 64 giorni. Breve anche la vita del giovane protagonista, il notaio napoletano Bernardo Alberini, Commissario dell’isola, appena trentenne, che  invano aveva sperato di ricevere dall’ammiraglio Caracciolo aiuti per la difesa.  Il suo cadavere, già in decomposizione, viene restituito dal mare a Miliscola.

Incrociando storia e letteratura l’Autrice  racconta realisticamente un’atmosfera diffusa e ci dà una rappresentazione del passato, a metà tra il romanzo e la tragedia. Procida, ove “la libertà …era durata poco più di due mesi”, è  un  microcosmo della rivoluzione, capace di rifletterne tutte le attese e le contraddizioni: speranze, timori, sofferenze, complessi equilibri sociali, coinvolgimenti e ripulse.

D’inverno, quando soffia il vento tagliente, e poi in primavera, nello splendido  mutare dei colori,  molti sono i  “luoghi della memoria”:   il citato castello, piazza di Santa Maria delle Grazie, dove è  piantato l’albero della libertà,  il colorato porto di Marina Grande, San Cattolico (in dialetto Sent’ Co),  siti di raduni, scontri, di risse di marinai ubriachi, ma anche di appuntamenti amorosi. Ed ancora i palazzi storici, come quello Scialoja, dove vive una numerosa famiglia in un’atmosfera “gradevole e calorosa”, e le case più modeste del basso popolo.

Della repubblica, come della libertà, sempre presente sullo sfondo, sia per essere esaltata che contestata, varia è la percezione:  gruppi dirigenti, contadini,  marinai (il contadino Cesare Albano di Spaccone, degno di essere chiamato “cittadino”; il marinaio Giacinto Calise), sono capaci  di schierarsi, di rischiare, avendo percepito il senso del messaggio politico e sono impegnati a loro volta nel diffonderlo.

 

In questo contesto si sviluppa  un amore che altrimenti non avrebbe avuto ragione di esistere.

Storia collettiva e individuale,  esperienza politica e sentimentale si condizionano reciprocamente,  in un racconto che compensa la mancanza di una idonea documentazione: notizie frammentarie si hanno infatti sul personaggio (attraverso Lomonaco, Dumas, D’Ayala), ma chi scrive è legittimato ad inventare, a fare proprio il personaggio, adattandolo  al proprio sentire, alla propria immaginazione. Le fonti, interrogate in maniera trasversale, ci danno  un’atmosfera, fatta di razionalità e sentimento.

Sullo sfondo, e talvolta in primo piano, dialogano  i grandi protagonisti del 1799 napoletano, Eleonora de Fonseca Pimentel, Carlo Lauberg, Vincenzo Cuoco, delusi per l’inutile sforzo di coinvolgere il popolo, fra sfiducia e constatazione della “passività” della rivoluzione.  La scelta è tra fuggire con i francesi, come fanno Lauberg e Cuoco, o restare, come fa Eleonora, ben consapevole che la capitolazione promessa dal Ruffo non avrebbe impedito la morte, vista anzi quasi come liberazione da una vita che l’aveva vista spesso soffrire. Quando i nemici Borboni stanno per tornare, rimane consolatorio il ricordo dei momenti iniziali della rivoluzione, dell’entusiasmo condiviso e coinvolgente.

Il Commissario Alberini e i suoi collaboratori, sacerdoti Antonio Scialoja, Niccolò Lubrano ed Antonio De Luca, impegnati a divulgare il catechismo repubblicano del giurista Francesco Astore, sono i portavoce della repubblica, cui aderiscono prontamente notai, medici, possidenti, il chirurgo  Vincenzo Assante ed altri, ma ciò che manca è il popolo, presso il quale a Napoli facevano proselitismo i capi lazzari “Pagliuchella” e “Michele il pazzo”. Frequenti sono perciò gli sfoghi sulla difficoltà di comunicazione fin dal primo momento: il popolo non partecipa ai festeggiamenti dei patrioti, assiste con diffidenza all’affermarsi  della repubblica, dal momento che numerose  sono le fazioni borboniche che avevano appoggiato il governatore De Curtis, poi costretto ad abbandonare l’isola. Molte donne, nonché un popolo “altro”, sono capaci in compenso di esprimere grande entusiasmo, hanno voglia di rischiare.

Al di là dei festeggiamenti la percezione diffusa è quella della tensione del momento, che si esprime in un modo diverso e molteplice di percepire la decantata libertà da parte di chi la esalta e ne è subito conquistato, ma anche da parte di chi la teme perché la fase di guerra comporta reclutamenti forzati e perché è meglio non fidarsi dei nobili convertiti. La normalità della vita quotidiana è solo apparente.

Che rapporto ha con tutto ciò la storia d’amore tra Bernardo, entusiasta o pessimista, e Aurora, pacata, triste, misteriosa,  lapidaria nelle sue dense risposte, donna dal nome simbolico e promettente,  “una figurina esile e  gentile”, che indossava “abiti stravaganti e demodé”, dagli  occhi “permeati di tristezza”, donna il cui mestiere è cercare di “immortalare le grandi imprese e gli uomini che le compiono”,  donna dai discorsi non banali, ironica, con la quale si può parlare di libertà, donna votata ad una “missione”? 

L’amore si basa su un dialogo che presuppone conoscenze comuni, Ettore Carafa conte di Ruvo, l’avvocato Pagano, don Gennaro Serra, l’avvocato Pigliacelli. L’ iniziale  colpo di fulmine dà luogo sì ad una passione, ma passione da patrioti,  che rende calda la notte del loro innamoramento e si intreccia, nei successivi, spesso casuali incontri, strettamente con la politica e poi con la morte. Aurora infatti è sfuggente, scompare, è invano da lui ricercata,  per ricomparire all’improvviso  “avvolta in un mantello di pizzo nero, pallida e pensierosa”, imprevista e inattesa, portatrice di una missione, annunciatrice di libertà.

Durante la gita a Vivara, la riserva di caccia di Carlo di Borbone,  Bernardo  esprime la difficoltà di gestire la repubblica  serenamente. Si prospetta un’altra diade, carica di atmosfera romantica, per cui rivoluzione e morte convivono, data la consapevolezza di un nemico presente e, supportato dagli inglesi, sempre pronto a riprendersi il trono.

Una libertà quindi che non si riesce  a respirare “a pieni polmoni”, ma solo “a piccole dosi”, che si identifica con le scelte amorose, col rifiutare colei  che la famiglia aveva indicato come sua sposa in quanto “il vero amore può nascere solo dalla libertà di amarsi”.   Libertà che comporta   doveri, come  correre a sedare una rissa, che dà occasione ad un marinaio ubriaco di esprimere i suoi pareri contrari alla rivoluzione e alla repubblica, evidenziando i problemi di ordine pubblico dell’isola.

Quando è riunita l’Assemblea dei rappresentanti del governo di Napoli è già chiaro che l’iniziale entusiasmo si sta allentando nonostante le belle parole del ministro della Guerra Gabriele Manthonè. La necessità di controllare il territorio, le tasse imposte per far fronte a spese urgenti, sono  i contraccolpi negativi della libertà, tuttavia essa andava diffusa e occorreva un’attività pedagogica fra il popolo per farne conoscere i vantaggi, come sottolineava la Pimentel Fonseca o il presidente della Giunta esecutiva Giuseppe Logoteta; le nuove sfide vengono   dall’allontanarsi dei francesi, ma la situazione esige ancora maggiore impegno nel difendere la Nazione napoletana. È facile di fronte a queste ribadite aspirazioni ritrovarsi uniti, pronti a combattere e a morire.

Gioia quindi della libertà, ma anche sofferenza, di fronte  alla constatazione di incomprensioni, doppiezze, tradimenti, di fronte ad una Napoli che appare lontana, troppo presa  nell’affrontare la complessità del momento in cui i rappresentanti della repubblica  arrivano e rapidamente ripartono dall’isola senza percepire le difficoltà e senza porvi adeguatamente rimedio. 

Quando la situazione si fa critica per la presenza e l’azione continua dei realisti, mentre i francesi sono per partire e nessuno più si converte alla causa, lo scoraggiamento è totale;  eppure è questo il destino di quelli che rischiano, che vogliono trasmettere  la memoria di sé,  aspirare a diventare modello, essere eroi.

Il senso di abbandono per chi è nelle isole e la paura dei compromessi per il ritorno dei Borboni, la vicinanza degli inglesi, accentuano la percezione di non essere protetti dall’ammiraglio Caracciolo, che infatti non riuscirà nell’opera difensiva. Inutili sono le continue richieste di aiuti a Napoli. Occorre perciò recarsi nella capitale e  chiedere a Macdonald magari un presidio di guardie francesi (siamo in marzo) ma il generale è già in partenza, mentre Ettore Carafa è impegnato nella riconquista dell’Abruzzo e della Puglia,

Il viaggio di Bernardo a Napoli, insieme al sacerdote Antonio Scialoia, è quello della delusione, sia perché nella città si percepiscono la guerra civile, l’odio diffuso, si assiste alle fucilazioni di realisti, sia perché diventa chiaro, nei colloqui con la Pimentel e con Caracciolo, che si è soli, che il problema non è creare la repubblica, ma difenderla. Ormai sono in primo piano le difficoltà del governo.

La visita di Bernardo  alla casa dei genitori, attraverso vicoli che ripropongono immutati bozzetti di vita quotidiana napoletana, non è accompagnata da alcuna emozione nel rivedere luoghi e persone, ripropone l’ostilità e l’ironia paterna verso le sue scelte, attraverso un teso colloquio, che palesa non un classico scontro generazionale, ma l’ impossibile conciliazione di due mondi opposti. È  la Napoli della rivoluzione in crisi che soprattutto sconvolge invece Scialoia, con  “Michele il pazzo” e “Pagliuchella” che prendono la loro percentuale sulle tasse, con la diffusa smania di vendetta.

Il resoconto fatto nell’Assemblea straordinaria dopo il ritorno a Procida non genera reazioni evidenti, ma accentua il senso della fine imminente, che fa quasi da contrasto col trasformarsi dei colori dell’isola all’inizio della primavera. I tafferugli al porto evidenziano infatti  forti contrasti e generano feriti, tra cui lo stesso Alberini, con l’immancabile  ricomparsa di Aurora a consolarlo. 

Giornate massacranti per il protagonista, tali da consentire solo gli incontri con l’amata  e una passeggiata col piccolo Michele, capace, col suo entusiasmo,  di condurre l’amico commissario per strade affascinanti,  di comunicare dimensioni di pace, di giocare con lui, ma anche chiaramente consapevole di non voler “diventare grande”. Come Oskar Matzerath, il giovane protagonista de “Il tamburo di latta” di Günter Grass, che dal giorno del suo terzo compleanno e fino al suo ventunesimo anno d'età, aveva deciso di non crescere per protestare contro il mondo degli adulti,   Michele rifiuta dimensioni che non riconosce, grazie alla sua  caratterizzazione di   piccolo patriota. Prima vittima innocente col ritorno del Borbone, avrà anche lui diritto ad essere ricordato grazie alla morte.

Nel disincanto di tutto Bernardo  non accetta i consigli di fuggire con l’amata, visto che ogni possibile ripresa  è impossibile.  Quando compare la flotta inglese e i soldati fanno strage dei procidani,  tornato il governatore del re Michele de Curtis,  il giudice Speciale  porta a termine con efferatezza il suo compito:  si possono stilare in anticipo, rispetto alla terraferma, quei tristi e lunghi elenchi di martiri destinati  a fare la storia della nazione napoletana.

Ed ecco il trasformarsi dei luoghi, del castello d’Avalos da quartier generale dei repubblicani a  tribunale di morte, davanti al  quale compaiono  i sacerdoti Scaloja, Lubrano e De Luca, interrogati e insultati; della piazza di Santa Maria delle Grazie, ridiventata sito di torture e patibolo, oltre che dell’amore del protagonista (e nella vicina chiesa sono  seppelliti i martiri). Le notizie di  morti finalmente, giunte a Napoli, determinano l’arrivo tardivo nell’isola dell’ammiraglio Caracciolo, poi sconfitto e costretto a  ritirarsi e l’estremo, inutile tentativo di Gabriele Manthonè.

Bernardo non è fra i morti, un mistero circonda la sua fine, ma l’Autrice ce lo presenta ferito e lacero,  ancora una volta confortato dall’apparizione di Aurora, pronta a ricordargli la sua missione e la futura immortalità.

Un diverso 1799, già pienamente romantico, quello che ci restituisce Antonella Orefice con il suo racconto semi-inventato, il cui intento principale è la trasmissione di un sistema di valori, in una  dimensione insulare non marginale, essa stessa protagonista.

 

 

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