Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 1799. Cap. XXI – La restaurazione

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La Giunta di Stato, istituita dal cardinale Ruffo il 15 giugno 1799, il giorno 21 luglio sostituita, perché ritenuta “toppo morbida”, all’inizio di settembre ha in corso circa 8.000 processi a carico di quanti si sono macchiati del tradimento del trono e dell’altare.

I processi non si fermano con le esecuzioni dei patrioti. Gli eletti della città, accusati di usurpato impero, di disobbedienza al vicario del re Pignatelli e di sostegno al governo repubblicano, sono condannati a lunga prigionia e confinati nelle isole siciliane. Sono coinvolti nei processi anche quei cittadini che hanno garantito la partecipazione  alle amministrazioni municipali, che si sono iscritti alla Guardia Nazionale, che hanno, in un qualche modo, mostrato simpatie per i Francesi.

Per Maria Carolina bisogna punire con la morte quelli che “avendo servito il Re, come il Caracciolo, Moliterno, Roccaromana, Federici, ecc.si trovavano con le armi alla mano combattenddo contro di lui”; tutti gli altri, invece, bisogna deportarli “o in America, o le difficoltà e spese essendo sovrerchie, in Francia, luogo di loro piacer, ma con l’obbligo e giudizio fatto e sottoscritto di non tornare in Regno”.

In città come in provincia la mannaia della vendetta cala con inaudita ed assurda violenza. “Vedevi tra gli esiliati vecchi infermi, cadenti, giovinetti o fanciulli, che non passavano i dodici anni! donne matrone e donzelle; e tutta questa innocenza castigata, chi per aver tagliata la coda dei capelli o portato il nastro tricolore, chi per aver assistito a repubblicana cerimonia, le donne per aver accattato limosine ai feriti ed agli infermi.

 

Né mancò in tanta licenza di pena la spinta degli odj o delle avarizie private mandando in esilio, sotto pretesto di ragione di Stato, il nemico, il creditore, l’emulo, il rivale, perloché si tollerarono traditori e spie, i servi, le domestiche persone, gli amici, i congiunti, il fratello, la moglie. I costumi già fiaccati dalle condizioni antiche del regno e dalle più recenti narrate nei primi libri di queste istorie, caddero affatto in quell’anno 1799, sotto innumerabili esempi di virtù punita e di perversità rimunerata”.        

Intere famiglie sono ridotte in miseria. Hanno subito, infatti, il saccheggio delle suppellettili da parte della plebe, e la confisca o il sequesto dei beni da parte del governo. Lo stesso popolo,d’altra parte,è solito cantare:   

 

T’aggio visto no’bello gallone

Chest’è robba da santa Fede e ba là

A santa Fede t’ha fatto fa.

 

I detenuti sono sottoposti ad un regime carcerario inumano, fatto di violenze carnali, restrizioni di cibo e di acqua, torture inflitte dai carcerieri.

L’arte della delazione cresce in modo sconsiderato; infatti, la Giunta di Stato invita “chiunque sapesse dei giacobini nascosti, a rivelarli sotto massimo silenzio, perché trovandosi vera la notizia si sarebbe premiato”.

Come se non bastasse la violenta repressione per i fatti della Repubblica Napoletana, si assiste, poi, ad una recrudescenza delle pene nei mesi di settembre ed ottobre del 1799. In quel periodo, infatti, circola voce di una nuova congiura nei confronti della corona, organizzata da Luigi de’Medici e dai patrioti  superstiti. Per quanto tutti siano convinti dell’impossibilità di un nuovo moto rivoluzionario, tuttavia l’occasione è propizia per incrementare le condanne a morte.

L’ultima esecuzione è quella di Luisa Sanfelice, nel settembre del 1800. Complessivamente le vittime della reazione borbonica, tra Napoli e province, sono 118 (alcuni sostengono 120), i condannati ad altre pene superano le 1200 unità, gli esiliati assommano a più di duemila.

La ferocia della Giunta di Stato e la vendetta borbonica hanno cancellato in un momento ogni nozione di libertà, tradendo i patti delle capitalozioni, istruendo processi sommari, negando qualunque confronto di opinioni e consolidando una politica assolutistica. Con l’eliminazione sistematica degli uomini giacobini si genera anche la distruzione di un tipo di cultura, quella dei “lumi”, che è stata il maggior patrimonio del secolo diciottesimo; “la nazione potrà rimpiazzare gli uomini, ma non la coltura”.

Ora re Ferdinando, sazio di quanto è riuscito a combinare in vendette e soprusi, pensa di tornarsene in Sicilia, non prima, però, di aver lautamente compensato i suoi sostenitori.

“Al cardinale Ruffo il re diede in benefizio la badìa di Santa Sofia con l’entrata di novemila ducati, perpetua nella famiglia, ed altre terre che fruttavano quindoicimila ducati a pieno e libero possesso, e l’uffizio di luogotenente del regno con lo stipendio di ventiquattromila ducati all’anno; largità nuove, solamente possibili dove gli affetti del re sono leggi dello Stato. Lettere che accompagnavano i doni esprimevano la regia benevolenza e la gratitudine per il ricuperato regno. Altre lettere dell’imperatore delle Russie Paolo I dicevano al cardinale che per la brillante impresa delle Calabrie egli nel mondo era segno di ammirazione ai virtuosi, e perciò lo nominava cavaliere degli ordini di Santo Andrea e Santo Alessandro; ad un fratello del cardinale, capitano in ritiro, fu dato grado di colonnello e pensione di tremila ducati all’anno; i vescovi di Capaccio e di Policastro ebbero benefizi ecclesiatici, e doni, terre, pubblici uffizii; il cavaliere Micheroux ottenne grado di maresciallo e splendido impiego in diplomazia, e ricchi stipendii; Pronio, Frà Diavolo, Mammone, Sciarpa e tutti i capi delle bande regie, nominati colonnelli, baroni la più parte, e insigniti dell’ordine Costantiniano, arricchirono di pensieri e di terre”.

L’ammiraglio Nelson, in onore del quale si organizza una sontuosa festa nella reggia di Palermo, ha in dono dal re una preziosissima spada  d’oro e di diamanti (appartenuta a Filippo V) ed è nominato duca di Bronte, titolo che gli assicura una rendita annua di seimila once. Altre ricompense sono riservate ai soldati bobrbonici che non hanno tradito, ai sodali dei briganti che hanno ingrossato le bande sanfediste, a tutti quelli che, in qualche modo, si sono distinti, per violenza e ferocia, nella lotta ai giacobini.

Anche il padre dei Baccher è lautamente compensato. Il vecchio Vincenzo, che chiede incessantemente la morte della Sanfelice, è insignito, infatti, della groce costantiniana; gli sono assegnati, inoltre, una rendita annua di duemilacinquecento ducati ed alcuni terreni “per sé e per i suoi eredi o successori legittimi”, nelle vicinanze di Napoli.

“Sul finire del 1799 Napoli sembrava immersa nell’immobilità del sepolcro… Decimare lentamente un popolo per consolare e vendicare la corte d’esser fuggita; distendere le liste di esilio in cui i principi, i ministri, i gran signori ed i mezzani loro scriveranno i nomi degli uomini che odiano e che vogliono perdere; prendere il denaro del povero e del lavoratore per pagare dapprima gli stranieri che combatterono per essi, ed in seguito indennizzare i cortigiani delle doppie spese fatte al di là della frontiera quando fuggirono; riconoscere le leggi emanate per difendere la patria, conservarle un nome ed armarsi di queste leggi contro i loro autori; odiare e disprezzare il più gran numero di sudditi invece di confessare la propria viltà…governare, infine, contro gli interessi, la dignità e l’avvenire di un milione di famiglie pel profitto d’una dinastia ormai divenuta estranea ai lumi, al progresso e agli stessi costumi dell’Europa: ecco ciocchè i valletti titolati, i compagni di caccia, il confessore e gli staffieri di Ferdinando chiamavano una restaurazione”.

Ma la restaurazione più grande avviene nella memoria storica del 1799.

Sia il re Borbone che i rappresentanti della chiesa bruciano e distruggono tutto quanto riescono a trovare dell’esperienza repubblicana del 1799. La parola d’ordine sottesa a questa operazione è di non lasciare traccia di quanto è avvenuto nel regno.

Un nipote del cardinale Ruffo, divenuto a sua volta arcivescovo di Napoli nel periodo murattiano, quotidianamente si introduce nell’Archivio diocesano della città, raccoglie tutti i documenti relativi all’esperienza repubblicana e ne fa un rogo. Zio e nipote hanno la stessa intesa sulla realizzazione del generale “ripurgo”.

Ferdinando di Borbone emana, invece, un editto in cui decreta che “per condannare all’oblio finanche la memoria dell’estinta anarchia, che intendeva distruggere la regione e lo Stato, si è degnata Sua Maestà di emanare la seguente sovrana determinazione. Si dispone dunque che venga pubblicato un editto, per il quale sia proscritta ogni carta, ogni editto, manifesto, proclama e collezione di esso formate nel tempo della battuta anarchia”.

Il 24 gennaio 1800, Antonio Della Rossa, direttore generale di polizia, in virtù dell’editto reale, ordina che “in base alla sovrana determinazione,nel termine di giorni 8 siano tenuti ad esibire tutte le carte enunciate nel reale dispaccio, e, dopo raccolte le carte, come sopra divisate, sarà destinato il luogo in cui, per mano del boia, saranno pubblicamente bruciate… Affinché nessuno possa allegare causa di ignoranza, ordiniamo che il presente editto sia ordinato a suon di tromba, nei luoghi della città e casali della nostra giurisdizione”.

Fortunatamente, dal rogo e dalla distruzione voluti dai Borboni, si salvano i documenti destinati al solo re, insieme ad alcune corrispondenze regie ed ai verbali di alcuni processi. Li ritrova, circa sessant’anni dopo, Alessandro Dumas, che li restituisce alla memoria, alla storia ed alla testimonianza del tributo di sangue pagato dai patrioti napoletani  per immaginare un primo percorso dell’Italia Unita.

 

Napoli 1799. Cap. I - Il vento rivoluzionario (1)

Napoli 1799. Cap. I - Il vento rivoluzionario (2)

Napoli 1799. Cap. II - Come si vive a Napoli nel XVIII secolo

Napoli 1799. Cap. III - Il re Ferdinando IV di Borbone (1)

Napoli 1799. Cap. III - Il re Ferdinando IV di Borbone (2)

Napoli 1799. Cap. III - Il re Ferdinando IV di Borbone (3)

Napoli 1799. Cap. IV - La regina Maria Carolina d’Austria (1)

Napoli 1799. Cap. IV - La regina Maria Carolina d’Austria (2)

Napoli 1799. Cap. V - Il governo di Napoli dopo la fuga del re

Napoli 1799. Cap. VI - L’entrata dei francesi a Napoli (1)

Napoli 1799. Cap. VI - L’entrata dei francesi a Napoli (2)

Napoli 1799. Cap. VII - Il Generale Championnet

Napoli 1799. Cap. VIII - La Repubblica Napoletana (1)

Napoli 1799. Cap. VIII - La Repubblica Napoletana (2)

Napoli 1799. Cap. IX - L’albero della Liberta’ (1)

Napoli 1799. Cap. IX - L’albero della Liberta’ (2)

Napoli 1799. Cap. X - Chiesa, santi e miracoli. E sullo sfondo il Vesuvio

Napoli 1799. Cap. XI - Anche il vesuvio s’e’ fatto giacobino

Napoli 1799. Cap. XII - I lazzari

Napoli 1799. Cap. XIII - Briganti e leggende

Napoli 1799. Cap. XIV – Il cardinale Ruffo e l’esercito sanfedista

Napoli 1799. Cap. XV – La marcia sanfedista

Napoli 1799. Cap. XVI - Atrocita’ dell’esercito controrivoluzionario

Napoli 1799. Cap. XVII - Gennaro Rivelli

Napoli 1799. Cap. XVIII - Caduta della Repubblica Napoletana

Napoli 1799. Cap.XIX - Le donne della rivoluzione

Napoli 1799. Cap. XX – La congiura dei Baccher

 

Convegni

Eleonora Pimentel Fonseca a Napoli

La Salerno Editrice è lieta di invitarvi alla prima presentazione del volume Eleonora Pimentel Fonseca. L'eroina della Repubblica Napoletana del 1799, di Antonella Orefice, pubblicato nella collana "Profili".

L'evento si terrà a Napoli all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano sito in Via Monte di Dio, 14, il giorno

16 Ottobre 2019 alle ore 17:30

Interverranno con l'autrice il presidente dell'I.I.S.F. Massimiliano Marotta, il prof. Luigi Mascilli Migliorini dell'Università di Napoli "l'Orientale", la prof.ssa Renata De Lorenzo dell' Università "Federico II" e il prof. Davide Grossi, ricercatore dell'Istituto Italiano Studi Storici.

 

 

 

 

 

 

 

Eleonora Pimentel Fonseca, la nuova biografia di Antonella Orefice

A dieci anni dalla pubblicazione de “La Penna e la Spada” la cui monografia “Eleonora de Fonseca Pimentel. Il mistero della tomba scomparsa” ha avuto nel tempo ben cinque diverse edizioni, la Casa Editrice Salerno pubblica una nuova biografia sulla protagonista femminile della Repubblica Napoletana del 1799 nel 220 anniversario della sua morte.

L’opera “Eleonora Pimentel Fonseca” è stata curata da Antonella Orefice che da anni si occupa e pubblica lavori di ricerca relativi a quel periodo.

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