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Memorie del patriota Costabile Carducci

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Costabile Carducci nacque a Carpaccio in provincia di Salerno il 15 giugno 1804 da Antonio e Giuseppina Verduzio. Compì i primi studi nel paese natìo, dominato da due potenti famiglie, i Bellelli e i De Marco che controllavano la vita del paese, impedendo a chiunque di esprimere dissensi. A Carpaccio, Costabile ottenne l’incarico di ricevitore del Registro, ma, ardente cospiratore qual’era per indole, si recava spesso a Napoli per partecipare alle riunioni del comitato rivoluzionario.

Dopo la notizia dello scoppio dell’insurrezione del 10 gennaio a Palermo 1848,  ricevette  da Carlo Poerio l’incarico di provocare la rivolta nel comune di Torchiara, ma ben presto il movimento insurrezionale si estese da Torchiara ai paesi vicini.

Il Carducci, dopo aver raggiunto Rutino, si diresse verso Valle della Lucania. Qui, come comandante in capo degli insorti, lanciò il famoso proclama, che incitava alle armi i fratelli dei distretto di Vallo, e che, tra l’altro, diceva: “Napoli accoglierà con trasporto quanti salernitani armati si presenteranno a sostegno della causa comune, per stabilire riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo voluto dall’Europa, dall’Italia e da Pio IX”.

 

Quel proclama riproduceva non solo nel concetto, ma anche nelle parole, una buona parte del proclama con cui, il 10 gennaio, era stato dato avvio alla rivolta di Palermo.

Le masse dei rivoltosi furono divise in varie colonne, ad ognuna delle quali venne assegnato il compito di occupare determinati paesi. Sull’argomento, lo storico Giorgio Candeloro scrive: “Nel Cilento, a Castallabate, a Pollica, a Torchiara, l’insurrezione cominciò il 17 gennaio per opera di alcuni patrioti di idee radicali, come Costabile Carducci, Leontino Vinciprova, Ulisse De Dominicis, e di un ex ufficiale, il siracusano Antonio Leipnecher”, aggiungendo “sembrò ai cospiratori napoletani che la zona più adatta per cominciare una rivolta armata fosse la provincia di Salerno e il Cilento” in quanto provincia irrequieta, dove avevano attecchito le idee di pur piccoli gruppi rivoluzionari radicali.
Il governo borbonico, allarmato per gli sviluppi della nuova rivolta, fece partire da Napoli, il 24 gennaio, il colonnello di artiglieria Carlo Lahalle, col categorico incarico di domare i ribelli. Tuttavia, nonostante un successo di Lahalle nell’assalto del comune di Laurino, non si riuscì ad ottenere alcun risultato, in quanto, in pochi giorni, l’insurrezione, sotto l’energica guida di Costabile Carducci, divampò in tutto il Cilento.
Ottenuta la Costituzione, Carducci rivestì il ruolo di colonnello comandante nella guardia nazionale di Salerno. In questa provincia fu eletto deputato nell’aprile del 1848. Quando la monarchia borbonica sciolse il parlamento, Carducci partecipò all’aspro combattimento del 15 maggio in Piazza Carità a Napoli e, in serata, sottoscrisse, la famosa protesta popolare, redatta da Pasquale Stanislao Mancini. In quello stesso giorno, egli lanciò un disperato appello alla Guardia Nazionale di Salerno, scongiurandola di raggiungere Napoli, ma, come è noto, gli eventi precipitarono.
Represso il movimento insurrezionale, Carducci riparò a Roma e poi in Sicilia. Si unì successivamente alla spedizione del generale Ribotti, e sbarcò in Calabria, dove si batté insieme coi rivoltosi.
Negli ultimi giorni del giugno 1848, gli fu affidata la missione di recarsi ancora nel Cilento, per provocare un’insurrezione che stavolta avrebbe dovuto estendersi, non solo in tutta la provincia di Salerno, ma anche nella provincia della Basilicata. In effetti- come osserva Candeloro- come rivincita per la dura e sanguinosa repressione del 15 maggio 1848, alcuni patrioti democratici speravano di sollevare completamente le tre province calabresi e da queste procedere verso il Nord, facendo insorgere la Basilicata, il Salernitano e le Puglie e quindi a marciare su Napoli per imporre alla capitale del regno la rivoluzione.
Alla testa di una quindicina di uomini, il Carducci partì per il Cilento. Giunto a Sala, prese a nolo una barca, dirigendosi il 4 luglio a Sapri. Fu un’improvvisa tempesta di mare che lo costrinse a sbarcare ad Acquafredda, fra Maratea e Sapri.
Qui un prete reazionario, Vincenzo Peluso, costretto dal gennaio del 1848 a fuggire da Sapri per la rivoluzione popolare del Cilento, seppe dell’arrivo di Costabile Carducci e pochi altri.
Nelle condizioni in cui si trovava  il Carducci fu un gioco per il prete Peluso radunare un forte nucleo di parenti, amici e contadini armati ed aizzarli contro l’arrivo di presunti briganti.

I superstiti del naufragio furono assaliti sulla spiaggia di Acquafredda e durante l’intensa scarica di fucilate il patriota Carducci fu ferito al braccio destro, fatto prigioniero, legato e derubato. Poi gli fu detto che sarebbe stato tradotto a Lagonegro per essere consegnato alle autorità. Ma a Lagonegro il Carducci non ci arrivò mai. Il 9 luglio 1848 una pastorella di nome Maria Paesano vide un cadavere in un burrone di una contrada di Acquafredda. Era quello di Costabile Carducci.
Chi fu l’assassino? Per Luigi Settembrini fu lo stesso prete Peluso, come anche per lo storico Giorgio Candeloro, ma per altri storici il Peluso fu solo il mandante. Gli esecutori di quell’atroce delitto furono i due nipoti del prete, Leopoldo e Vincenzo Peluso, che portava lo stesso nome dello zio prete.

Un altro prete, invece, Daniele Faraco, mosso da umana pietas,  compose i resti del Carducci e lo seppellì nella piccola chiesa di Maria Santissima Immacolata ad Acquafredda, al cui esterno una lapide tuttora lo ricorda.
Al prete Peluso fu data quale ricompensa un pensione vitalizia, ma tutta l’Europa liberale condannò severamente l’omicidio. Della condanna si fece interprete lo stesso William Gladstone in una lettera a Lord Aberdeen.
Il prete Peluso, colpito da idropisia, morì quattro anni dopo il martirio di Carducci, tra atroci sofferenze che lo resero inabile a muoversi.

 

 

Bibliografia:

Saverio Cilibrizzi, Il pensiero, l’azione e il martirio della città di Napoli nel Risorgimento, vol. II, Conte Editrice, Napoli.
Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna. La rivoluzione nazionale,  vol III, 1846-1849, Feltrinelli,  prima edizione, 1970.
Marco Maldonato, Teste mozze, Rubettino, 2015.

 

 

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