Altamura 1799. La Leonessa di Puglia

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La partenza di Ferdinando IV  in Sicilia e la fuga da Altamura del governatore regio Gennaro Taveri determinarono nel paese una situazione di anarchia. Dal 1° febbraio al 10 maggio del 1799 Altamura fu scossa da avvenimenti drammatici che, dopo la fase repubblicana culminarono, con l’arrivo del cardinale Ruffo, nell’assedio e nel saccheggio. Per la sua eroica difesa la cittadina avrebbe meritato il titolo di Leonessa delle Puglie. 

La notizia dell’arrivo a Napoli del generale Championnet e la nascita della Repubblica Partenopea fondata sui principi di libertà e uguaglianza diffusi dalla Rivoluzione francese, alimentarono il desiderio di formare anche qui, come in tante altre città della Puglia, il governo repubblicano.

La delusione per il comportamento del re, che nella sua visita alla città nel 1797, era stato accolto con delirio dal clero, dai nobili, dagli intellettuali e dal popolo, fece si che la Altamura borbonica, dalla stima passasse repentinamente allo sdegno e da monarchica diventasse fortemente repubblicana, fino al sacrificio. 

Secondo lo scrittore altamurano Ottavio Serena, Altamura aderì con sollecitudine alla repubblica, e le nuove istituzioni trovarono terreno fertile.

Nei cittadini altamurani era ancora viva  un’antica memoria d’essere repubblica, un’esperienza già vissuta nel 1648, quando l’insurrezione di Masaniello a Napoli aveva coinvolto molte città in un moto contro la feudalità, e tutte queste cittadine si erano proclamate repubbliche.

Un ruolo di primo piano per la nascita della repubblica nella città altamurana, spettò all’università presente nella cittadina dal 1748, grazie all’iniziativa dell’arciprete Cusani.

Nel regio studio di Altamura, seconda università del regno di Napoli, dotti maestri, tra cui Antonio Genovesi e Luca de Samuele Cagnazzi, avevano insegnato  idee moderne ai loro allievi.

L’antagonista principale del periodo pre-repubblicano nella città di Altamura, fu il governatore regio Giovanni Taveri, un uomo altero e avido, che in occasione della leva obbligatoria del 2 settembre 1798, aveva estorto denaro alle famiglie più facoltose, allo scopo di  evitare ai propri figli di finire nelle liste dei circoscritti. Questa deplorevole azione contribuì ad esacerbare gli animi e a mantenere alta la tensione nel paese,  fino a quando l’intera popolazione prossima alla sollevazione costrinse il venale governatore a lasciare in fretta e furia la città durante  notte del 21 gennaio.

La fuga di Taveri determinò un breve periodo di anarchia. Il primo febbraio giunse da Napoli la notizia della proclamazione della Repubblica e due giorni dopo nella cittadina pugliese  si tennero in piazza le prime manifestazioni e i primi discorsi in favore del nuovo governo democratico. L’albero della libertà, un olmo, fu piantato in piazza l’8 febbraio. La sua posa era considerata dal governo repubblicano una vera e propria festa civica; si interrava una pianta viva, perché la libertà doveva crescere mettendo salde radici.

Si creò la municipalità formata da un presidente, il conte Pasquale Viti e dodici membri (quattro ecclesiastici, quattro civili, tre popolani, un nobile); si costituì la Guardia civica composta da 300 uomini scelti tra tutte le classi sociali. La Guardia civica rappresentò la risposta ordinata di Altamura all’anarchia allora presente in molte città. Il 22 marzo giunsero i commissari del Governo del Dipartimento del Bradano che avrebbero dovuto stabilirsi in Matera, designata dal governo centrale repubblicano come capoluogo, ma la situazione nella cittadina materana drasticamente mutò. Fu abbattuto l’albero della libertà e la città tornò sotto il dominio dei Borbone. Tale situazione costrinse il governo dipartimentale del Bradano ad insediarsi nella vicina cittadina altamurana, sciogliendo la prima Municipalità che gli altamurani avevano costituito liberamente.

I rapporti tra i commissari compartimentali e la Municipalità repubblicana furono contrassegnati da forti e continue tensioni. Essi mantennero gli altamurani in continua allerta e li illusero su imminenti arrivi di soldati francesi. Solamente il 22 aprile furono costretti ad ammettere che gli aiuti francesi non sarebbero mai arrivati e che bisognava prepararsi a difendersi da soli. Il 13 aprile giunsero in Matera le prime avanguardie dell’esercito del Cardinale Ruffo, formate per la maggior parte da elementi di origine calabrese. Fu inviata ad Altamura un’ambasciata per intimare la resa, ma lo scontro era oramai inevitabile, e gli altamurani si prepararono alla difesa.

La cittadina fece arrivare altri cannoni, si studiarono i luoghi migliori per piazzare l’artiglieria, si murarono le porte della città. Il 6 maggio, arrivò a Matera il Cardinale Ruffo con il grosso delle sue truppe, e si rinnovarono le minacce contro Altamura; due giorni dopo l’intera armata sanfedista fu sotto le mura della città. La massa degli assalitori era formata da seimila uomini della truppa regolare, diecimila individui armati e migliaia di saccheggiatori, giunti da centri vicini, allettati dalla possibilità di bottino.

Altamura invece, poteva contare solamente sui suoi cittadini. I primi assalti sferrati dai sanfedisti si trasformarono in una vera e propria carneficina. La mattina del 9 maggio, mentre gli altamurani erano impegnati a respingere gli assalti delle masse sanfediste, il commissario Palomba, ormai convinto che non ci fosse più alcuna possibilità di salvezza per la città, decise di abbandonarla al suo destino. Accortisi del tradimento, gli altamurani continuarono a combattere, ma verso sera le munizioni cominciarono a scarseggiare.

Nella notte tra il 9 e il 10 maggio, presso la sede della Municipalità si tenne una drammatica riunione, che si concluse con la decisione di abbandonare la città. Alle tre di notte, iniziò l’esodo dei cittadini, che uscirono dalla città, ma non tutti vollero abbandonarla. Alle quattro riprese il bombardamento nemico e alle prime luci dell’alba Ruffo fu avvisato che i difensori non rispondevano più al fuoco. Un’avanguardia si avvicinò alla porta di via Matera, che fu trovata aperta, e vi penetrò senza incontrare alcuna resistenza. Poche ore dopo vi entrò il resto della truppa e fu il saccheggio.

Il sacco della città era già stato deciso dal Cardinale Ruffo e divenne indispensabile per mantenere la coesione con il suo esercito, che non era un esercito regolare; nonostante fosse chiamato della “santa fede”, era composto da briganti e galeotti calabresi, tolti dalle galere con il miraggio del bottino, dell’impunità e dell’assoluzione promessa dal  cardinale.

Con l’entrata delle truppe sanfediste tutto fu distrutto, bruciato e rubato. La prima preda fu il monastero delle Orsoline. Le monache lì rifugiate furono prima violentate e poi uccise. Gli assalitori non risparmiarono nessuno, entravano nelle case e portavano via tutto, chiunque trovarono sulla loro strada cadde vittima di violenza e morte.

Tra le storie ancora vive nei ricordi popolari si racconta di una attempata monaca, che  urlò contro i saccheggiatori: “Cosa fate delinquenti! I soldati non devono toccare i civili,è il diritto di guerra”. Ma a poco servì la sua rimostranza: fu rinchiusa in un sacco e bruciata viva.

Non fu certo l’unica religiosa a cadere vittima dei sanfedisti. Sotto l’arco della cattedrale don Nicola Popolizio venne picchiato, torturato e ucciso; nella cappella di S.Giuseppe don Celio Colonna venne sgozzato mentre pregava davanti all’altare; don Giuseppe Di Leo venne accoltellato mentre usciva dalla sua parrocchia, col sacramento da portare ai moribondi.

In quei giorni di terrore per la cittadina altamurana, il cardinale Ruffo, dopo centinaia di uccisioni, violenze e saccheggi,  decise di emanare un bando, il “bando del perdono”, con il quale tutti i cittadini fuggiaschi sarebbero potuti rientrare in città e sarebbero stati perdonati, con la possibilità di tornare alle loro abitazioni e alle loro attività lavorative. Molti lo fecero, ma fu una trappola: alcuni furono arrestati, processati e inviati in varie carceri, presso il castello di Melfi e nel forte di Brindisi, altri, invece, furono mandati in esilio. Ruffo rimase in Altamura ancora due settimane, nonostante fosse sollecitato da più parti a riprendere immediatamente la sua marcia verso Napoli.

La caduta di Altamura fece da cassa di risonanza in tutta la Puglia e non solo. Molte altre città abbatterono immediatamente l’albero della libertà e furono risottomesse alla dittatura borbonica. Alla sua partenza Ruffo lasciò nella cittadina distruzione, dolore, miseria ed una indimenticabile rabbia che sarebbe riesplosa in occasione dei primi moti del 1820-21.

Il preludio della fine della Repubblica napoletana, caduta un mese più tardi, fu talmente tragico che ancor oggi, nella memoria popolare, storia e leggenda sono intrise di orgoglio e dolore. La coniazione dell’epiteto “leonessa di Puglia” rappresenta il tassello più persistente di un lungo  processo di elaborazione della memoria e di costruzione della tradizione.

In occasione del primo centenario della Repubblica Napoletana dalle strade furono cancellate intestazioni secolari legate alle caratteristiche ambientali e comunitarie sedimentatesi nel corso dei secoli. La città divenne un pàntheon all’aria aperta, il luogo pubblico per eccellenza della memoria, con i nomi dei protagonisti del 1799 trascritti sulle strade e per ciò esposti alla venerazione quotidiana.

Il Museo municipale, costituito nel 1891, diventò depositario degli oggetti della memoria, tra i quali i tre cannoni, Dentamaro, Pezzente, Sfrattacampagna, attribuiti alla difesa di Altamura e che, in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, furono inviati a Napoli alla Mostra di ricordi storici del Risorgimento nel Mezzogiorno d’Italia.

Pubblicazioni e stampe popolari diffusero il recupero della memoria su scala regionale.

La produzione nella Città di monumenti della memoria a committenza pubblica e privata non si arrestò negli anni a venire.

Altamura nel 1799 accese la sua fiaccola di libertà che nessuna revisione storica potrà mai spegnere.

 

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