Giustino Fortunato e i Napoletani del 1799

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Giustino FortunatoPolitico e storico meridionalista,  Giustino Fortunato (Rionero in Vulture, 4 settembre 1848 – Napoli, 23 luglio 1932) con uno scritto pubblicato nel 1884,  “I Napoletani del 1799”, rese il giusto omaggio ai protagonisti dell’esperienza repubblicana del 1799.

L’autore  ricordò quegli uomini “consacrati dalla gratitudine e dalla riverenza dei posteri, divenuti sacro patrimonio della nazione redenta”, il cui martirio costituì  un vivo sprazzo di luce, che redense tutto il passato d’obbrobrio, primo inizio delle rivoluzioni del secolo, monumento d’eroismo che diede fede alle giovani generazioni”.

Lo storico meridionalista mise in rilievo il sacrificio dei  martiri napoletani del 1799, rappresentati dalla migliore intellettualità del Regno, figli di una Napoli che non era un luogo appartato dell’Illuminismo europeo, ma che poteva vantare una fiorente attività intellettuale godente il rispetto e l’ammirazione dell’Europa. Pietro Giannone, Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Mario Pagano, avevano reso la Napoli della seconda metà del Settecento un ambiente illuminato, che aveva convinto una parte dell’aristocrazia, giuristi, medici, avvocati, ecclesiasti, uomini di lettere.

 

La sofferenza di quegli intellettuali durante la repressione delle congiure del 1794-95, fu espressa, tra gli altri, da Matteo Galdi,  in una lettera a François Cacault: “Ho riflettuto, poiché ho avuto la disgrazia di andar ramingo un anno e più per il regno di Napoli senza poter sortirne, ho riflettuto che il governo ha preso di mira assolutamente gli uomini di lettere, giacché teme che la rivoluzione delle lettere possa procedere[…] Si arriva a tal segno nella persecuzione degli uomini di lettere, che non si risparmiano neppure le ombre degli estinti. Le opere di Filangieri son proscritte, i di lui amici tutti in arresto, la virtuosa sua moglie mal veduta, i suoi figli derelitti”.

L’uccisione di centina di tali uomini, dopo la sconfitta della Repubblica, quell’ “ecatombe” spaventò Giustino Fortunato, che la definì “un macello di carne umana” da stupire “ tutto il mondo civile e rese attonita e dolente tutta l’Italia”.

Fortunato ricordò come costoro furono traditi e giudicati da Giunte, militari e civili, diventate “tribunali di sangue” e “abietti strumenti della vecchia tirannide”, i cui nomi furono tramandati “dalla storia come marchio d’infamia”, con un Nelson “più disumano e fedigrafo del Ruffo”.

“Tanto fior fiore dell’intellettualità napoletana nelle mani dello Speciale e del Guidobaldi, due avvocatucoli che d’un tratto divennero padroni assoluti della vita e degli averi de’ cittadini napoletani”. Quale deliberato oscuramento della memoria e della vergogna, “i processi di quelle Giunte furon preda delle fiamme” col proposito di “ rendere poco meno che ignota e ignorata tutta l’epoca fortunosa della Repubblica Napoletana”.

Nel voler ricordare uno ad uno i nomi di quei martiri, Giustino Fortunato esaminò la “ tavola necrologica” pubblicata da Francesco Lomonaco nel suo “Rapporto al cittadino Carnot”. Quella lista- ricordò Giustino Fortunato- fu redatta prima dell’impiccagione di Luisa Sanfelice e annovera centoventidue nomi di vittime gloriose cadute per mano del carnefice, ma si evidenziava- secondo il Fortunato alcune imprecisioni, come in quella di Mariano D’Ayala del 1865, per cui lo storico ed economista meridionale dichiarava di pubblicare una sua lista, facendo riferimento alle “indicazioni manoscritte de’ diurnali del Marinelli che oggi (1881 ndr) si conservano nella Biblioteca Nazionale di Napoli.

Quella terza lista di novantanove martiri costituiva l’omaggio e la volontà di condividere quello che erano state le parole di Luigi Settembrini: “La strage di quegli uomini, ne’ quali si volle spegnere l’intelligenza e la virtù, ruppe il sapere tra una generazione e l’altra, distrusse ogni principio di fede e moralità pubblica”.

 

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