Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 1799. Cap. X - Chiesa, santi e miracoli. E sullo sfondo il Vesuvio

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Già nel 1797, all’epoca della proclamazione della Repubblica Romana, molti preti, vescovi e cardinali, dopo l’arresto del papa, lasciano la città santa e trovano riparo a Napoli, dove non fanno altro che accrescere l’odio e lo sdegno contro la Francia.

Quando, poi, Ferdinando IV entra in Roma per liberarla dai Francesi, nella coda dell’esercito borbonico ci sono innumerevoli uomini di chiesa che, avidi di vendetta e di prede, si abbandonano a indicibili atti di violenza. Essi aizzano la plebe a commettere delitti atroci, spingono ad affogare innumerevoli giudei nel Tevere e, nel nome di Dio e del pontefice, organizzano una spietata caccia ai repubblicani.

Medesime scene di violenza si ripetono quando il generale Championnet cerca di ripristinare l’ordine a Roma. Di nuovo schiere di prelati ed abati scappano verso Napoli, non lesinando, lungo la strada, di insinuare un sospetto nei soldati allo sbando: quello di essere stati traditi dai loro comandanti che meritano, perciò, la morte.

“I costumi dei preti, dei monaci napoletani, erano più depravati ancora di quelli dei monaci degli altri paesi cattolici; le uccisioni, lo stupro, il veleno sono loro familiari… Quanto ai costumi delle monache non sono maggiormente conformi a quanto le regole loro prescrivono. I loro conventi sono continuamente teatro di odio sfrenato.

Il clero regolare è tanto ricco nelle due Sicilie che possiede quasi tutti i beni terreni, vi sono conventi che hanno redditi immensi, alcuni monasteri di monache hanno centomila ducati d’argento di netto prodotto”.

Agli eventi di fine secolo la chiesa napoletana, dunque, partecipa con tutto il peso ingombrante delle passioni terrene. Preti e monaci parteggiano per la monarchia, preti e monaci parteggiano per la repubblica; e ciascun gruppo lo fa con l’esasperazione che porta a macchiarsi di orrendi crimini,di sangue e di violenze inaudite. E’pur vero, in ogni caso, che, in periodo repubblicano, alcuni preti e frati, “sapienti ancor essi, parlavano al popolo di governo; e tirando dal Vangelo le dottrine di uguaglianza politica, e volgarizzando in dialetto napoletano alcuni motti di Gesù Cristo,incitavano e rafforzavano l’odio a’ re, l’amore a’ liberi governi, l’obbedienza all’autorità del presente.

Spiegavano, come pronostici avverati di profeti, la fuga di Ferdinando, la venuta di genti straniere, il mutato governo; così, messe insieme le profezie, la croce, l’uguaglianza, la libertà, la repubblica, mostrandosi con vesti sacerdotali, e parlando un linguaggio superstiziosamente credulo, insinuavano alla plebe sensi favorevoli al nuovo stato”.

Il francescano, padre Belloni, che “all’eloquenza univa l’istruzione”, è solito predicare sotto l’albero della libertà ed “infiorare il suo dire con le più gravi ingiurie al Re, alla sua famiglia ed ai partigiani della monarchia”.

Anche molti francescani sono soliti predicare in chiave repubblicana. Un sacerdote di Procida,invece, don Marcello Scotti, “scendeva esso nella via e serviva la repubblica parlando ai poveri idioti nel loro dialetto delle virtù antiche e dell’obbligo di ogni cittadino di difendere la patria, come del diritto che doveva assicurare loro una vita migliore”.

Anche Michelangelo Cicconi, con “La Reprubbeca spiegata co lo santo Evangelio”, una gazzetta dialettale, ideata per diffondere le idee repubblicane tra il popolo, “traduceva il vangelo nel dialetto napoletano, e sempre circondato da torme di lazzari, li democratizzava con l’esempio del Nazareno, e con tutti giurava il Vangelo essere il vero libro dell’istruzione repubblicana”.

In epoca di restaurazione, infine, il re Ferdinando fa ancora ricorso alla Chiesa per tenere sotto controllo la popolazione, ed in special modo quella delle province. Affida, infatti, ai preti ed ai frati il compito di vigilare sulla fedeltà alla corona e sulla moralità dei governatori e dei giudici. Sempre ai preti è affidata l’organizzazione delle feste per l’avvenuta restaurazione. A Giugliano, per il ritorno del re, "in rendimento di grazie, a dì 8 settembre avanti la chiesa di S.Sofia si piantò la Croce… e nella chiesa dell’Annunciata si fece una solenne festa con gran sparo, musica ed apparati, tenendosi esposte sopra un carro trionfale le immagini della bb.Vergine della Pace, di S.Giuliano, e di S.Antonio da Padova, facendosi ancora tre Orazioni Panegiriche”.

Alle passioni politiche partecipano anche i santi e le madonne delle edicole votive,sia all’epoca della congiura del 1794 che nei giorni dell’ingresso francese nello stato pontificio.

“Trovandosi lo Stato Romano in questi tempi in maggior commozione, ed elettricismo, ch’il Napoletano, per commuovere il popolo si disse che una Madonna avesse aperti e chiusi gli occhi. Molte figure di esse si sparsero per la città. Non volendo esser meno i Napoletani de’Romani, si disse che nel dì 19 luglio ’96, di martedì, l’Ecce Homo situato nella strada di Forcella avesse aperti gli occhi. Questa fu un’illusione de’fedeli, non essendosi avverato niente; ma non perciò in queste giornate era un furore nella popolazione, delle Madonne e Cristi ch’aprivano e chiudevano gli occhi. Dove eravi un Santo se gli guardava agli occhi”.

La Chiesa ha avuto, quindi, sempre un ruolo di grande responsabilità, sia nell’indirizzare le scelte del popolo, sia nel rendere coese le difese a vantaggio della monarchia o della repubblica. E questo peso ben lo intuisce Championnet, che, appena entrato in Napoli, informato del potere che i preti sono in grado di esercitare sulla plebe, subito scrive al cardinale Capece Zurlo:

“Eminenza, approfitterò di questo momento per far aprire tutte le chiese fare esporre il Santissimo e farò predicare la tranquillità, la pace e l’obbedienza alle leggi… Farò mettere una guardia d’onore a san Gennaro.Napoli, 4 Piovoso dell’anno VII [23 gennaio 1799]”.

Ed il cardinale, il 25 gennaio, manda il seguente avviso circolare:  “D’ordine di Sua Eminenza il cittadino cardinale arcivescovo di Napoli è stato stabilito che in tutte le chiese de’religiosi e religiose di questa città si faccia la esposizione del SS.Sacramento per otto giorni continui colla orazione pro gratiarum actione, per lo felicissimo ingresso delle armi francesi in questa Capitale: e che i parrochi di tutte le chiese di questa medesima città continuino siccome fu loro ordinato la esposizione del SS.Sacramento e la predicazione da farsi al popolo, insinuandogli la tranquillità, il buon ordine e l’obbedienza alle leggi, con farli capire che le armi repubblicane protette specialmente dalla Provvidenza, hanno rigenerato questo popolo”.

Championnet, poi, tramite intermediari, si raccomanda al cardinale perché il giorno dopo voglia intonare il Te Deum nel Duomo ed intercedere presso san Gennaro perché compia subito il miracolo della liquefazione del sangue; “non dimenticando sua eminenza di far intendere al santo i pericoli che minaccerebbero monsignore ed il suo clero se rifiutasse di far bollire il prezioso suo sangue o vi mettesse troppo tempo di mezzo;conchiudendo infine dicevano (gli intermediari): i pericoli sono grandi ed estremi, il generale avrebbe deciso di appiccare vostra eminenza insieme al suo stato maggiore di canonici e diaconi. E siate discreto, eminenza!”.

L’esito del miracolo è importante; la plebe deve capire se San Gennaro sta col re o con la repubblica. Per la verità un segnale già lo si è avuto:è stato quando nell’imminenza della spedizione romana, Ferdinando intercede il santo perché faccia ribollire le sacre ampolle. Ma di miracolo, segno premonitore, manco a parlarne! Perciò la plebe attende con ansia l’alba del 25 gennaio. Quel giorno Championnet, insieme ai suoi ufficiali, è in prima fila nel Duomo mentre tutta la plebe affolla, trepidante, il tempio, le strade e le piazze vicine.

Le oranti pregano: San Gennaro, ora pro nobis; san Gennaro, miserere; chistu popolo è fedele, san Gennaro misere! Faccia jalluta, fa’il miracolo!.” Il sangue comincia a bollire nelle sacre ampolle. Il popolo grida: “Miracolo,miracolo! Viva san Gennaro! Viva Championnet! Viva la repubblica!” San Gennaro non solo ha fatto il miracolo, ma si è dichiarato anche di simpatie repubblicane! Ma non tutti sono convinti. Qualcuno è certo che san Gennaro si sia venduto.

“Nel passare per i vicoli del Lavinaio avvenne una cosa straordinaria: una dopo l’altra le finestre delle miserabili case, le portelle dei bassi, si chiudevano con sgarbati tonfi. Pum pum pum. Un gruppetto di vecchie sformate e zozze sputava in terra senza ritegno, al passaggio del grande busto d’oro.

 -Vattènna, santo Jennaro puorco. Puh,puh! Non ce venì cchiù, ccà dinto.Ca’ te si’fatto Giacomino pure tu”.

Eppure, solo qualche giorno prima, il 19 gennaio, le venerate reliquie del sangue di san Gennaro in processione sono valse a frenare le violenze ed i saccheggi dei lazzari! Quando, infatti, si è sparsa la voce che Championnet non ha accettato di riscrivere il trattato di pace, un popolo spietato ha cominciato a dare la caccia ai giacobini (i nemici del re e del popolo, come dicevano molti preti!) ed a bruciare le loro case.

A calmare quell’esercito di facinorosi, che già ha dato fuoco al palazzo dei fratelli Filomarino, su invito del Moliterno e di Roccaromana al cardinale arcivescovo della città,riesce solo la processione del santo protettore che sfila per le strade più popolose di Napoli e ferma la furia omicida dei lazzari. 

Si è dichiarato di simpatie repubblicane anche il quasi novantenne arcivescovo di Napoli Giuseppe Maria Capece Zurlo, per la verità sempre estraneo a tutti i crimini del suo clero. E per questa simpatia deve pagare. Il 21 giugno 1799 la regina Maria Carolina chiede a Ruffo che Zurlo sia punito, reo di aver tradito i reali borbonici e favorito i Francesi.

“Una delle prime necessarissime operazioni da fare è di smettere e di rinchiudere il cardinale arcivescovo in un convento a Montevergine o in altra parte fuori la sua diocesi come scimunito, mentre solo sotto questo titolo si può diminuire la sua grave reità: e come reo e come scimunito non dev’essere più il pastore d’un gregge che ha cercato colle sue pastorali di indurre in errori, né dispensatore di sagramenti, di cui ha ordinato un abusivo uso:insomma,è impossibile che sia pure arcivescovo esercitante di Napoli uno che ha così indegnamente parlato e abusato della carica”.

E’ un piacere per Ruffo poter annientare il suo storico nemico ed antagonista. Zurlo ha sempre definito il cardinale di Bagnara “disfacitore e vergogna della religione e della chiesa”, comminandogli anche la scomunica. E Ruffo, a sua volta, ha ribaltato la scomunica ed ha inviato minacce di morte ad “un traditore, contrario a Dio, al pontefice ed al re”.

Dalla disputa ne esce a pezzi anche san Gennaro. Il cardinale Ruffo istruisce, infatti, i suoi seguaci perché diffondano il racconto di una falsa apparizione di sant’Antonio da Padova, come di un santo controrivoluzionario. Preti e frati accreditano la voce che il santo, la cui festa si celebra proprio il 13 giugno, si sia mostrato al cardinale e gli abbia svelato un piano dei giacobini che prevedeva la morte di circa trentamila sostenitori della monarchia.

“Come se la ferocia di quella plebe senza freno avesse bisogno di maggiore stimolo, le si fa credere che i repubblicani avessero risoluto d’impiccare, se avessero potuto, la sera del giorno precedente, tutti i lazzaroni. Fu olio a fiamma. Cercarono diligentemente in tutte le case; e sfortunata quella in cui fosse rinvenuta o corda o spago o simili; dicevano essere i capestri apprestati; onde senz’altro saccheggiavano, tormentavano, uccidevano.

Un Cristoforo macellaio che per uso del suo mestiere aveva corda in casa fu straziato con orribili tormenti;  poi la sua testa tronca portata a dileggio di popolo sopra la punta di una baionetta per la città: l’avevano tutta cinta di corde e gridavano esser miracolo di sant’Antonio (correva appunto la festa), perché si era dato voce che il santo fosse stato quello che avesse rivelato a  scampo dei lazzaroni il tradimento dei capestri. Dichiararono sant’Antonio protettore di Napoli e degradarono san Gennaro come giacobino e come protettore dei giacobini”.

Eppure san Gennaro, fino a qualche giorno prima è stato invocato unicamente come protettore di Napoli! Michele ‘o pazzo, quando guida i suoi lazzari contro i Francesi di Championnet, non esita a gridare: “Chi ama san Gennaro e il crocifisso miracoloso mi segua”. E, solo qualche mese prima, nel corso dei riti del Natale 1798, padre Ignazio da Monte Carmelo, un frate filomonarchico, così parla ai suoi fedeli:

“Ricordatevi fratelli le parole della nostra regina che pronunziò partendo: - Il popolo solo è ancora fedele, tutti i nobili e i ricchi e i letterati del regno sono giacobini.- Ricordatevi di questa parola dell’ottima regina nostra, che ora scacciata dal nostro seno per opera dei giacobini maledetti da Dio deve rifuggire tra i siciliani… Giacobini sono i generali che  comandano oggi. Deponeteli e sceglietevi uomini tra voi stessi, uomini che non stanno superbamente a cavallo sono fedeli cristiani e onorano noi sacerdoti e san Gennaro potentissimo… Su figlioli ai fatti, scannate, uccidete gli empj, disertate le loro case, non vi arresti pietà pei parvoli e le donne, Iddio vi benedice già dall’alto se coll’opera del braccio gridate con me: viva la santa fede, morte ai giacobini”.

E quando i Francesi sono ancora alle porte della città di Napoli, il 19 gennaio 1799, “duemila donne corrono al granaio, dove vi era stabilito un ospedale per i soldati feriti, buttano i marinai a terra, colla morte di alcuni, e danno il sacco. Dopo tale saccheggio, queste infami donne prendono il Crocefisso e san Gennaro, li portano in processione, gridando viva la fede: viva san Gennaro. Esse erano circondate di armati, e Dio non voglia che alcuni dei cittadini non si levasse il cappello, era all’istante massacrato. Non satolla ancora l’affamata canaglia, a 4 ore della notte obbligarono a forza il povero vecchio del cardinale a calare in chesa, prendere san Gennaro, e portarlo in processione sul ponte della Maddalena, e dopo le sei ore lo riportarono al vescovato; e ciò non per altro fine che per avere maggior libertà e ansia di rubare”.

La cerimonia di destituzione di san Gennaro è officiata dal cardinale Ruffo. Nel corso di una messa celebrata nei pressi del ponte della Maddalena, sede del quartier generale dei sanfedisti, sant’Antonio da Padova  è insignito del titolo di “santo controrivoluzionario”.

In una stampa conservata dalla Società storica napoletana è raffigurato tutto lo svolgimento del miracolo di sant’Antonio. Compaiono castel sant’Elmo che capitola e la spiaggia di santa Lucia, luogo del combattimento finale tra giacobini e sanfedisti. Dall’alto discende il santo di Padova, che impugna il vessillo borbonico a destra e la spada a sinistra. Nella parte bassa sono rappresentate scene di scontri ed il cardinale Ruffo che avanza con la bandiera con su scritto “In hoc signo vinces”.

“Sant’Antonio fu nondimeno proclamato patrono di Napoli fra la generale allegrezza. Vi furono balli, feste, giostre sull’acqua, distribuzioni gratuite, spettacoli all’aria aperta e fuochi d’artificio; di modo che sant’Antonio si ritenne così solido al suo posto come lo erano stati volta a volta i ventitrè romani successori di Carlomagno o i duecentocinquantasette papi successori di san Pietro.

Sant’Antonio non faceva i conti col Vesuvio… La lava procedeva verso Napoli. Si corse alla cappella del Tesoro, si trasse fuori la statua di sant’Antonio, sei canonici la presero sulle loro spalle e, seguiti da una parte della popolazione, s’avanzarono verso il punto dove il pericolo minacciava… Ma anche sant’Antonio fu costretto ad indietreggiare. Da quel momento si capì che tutto era perduto…

A un tratto la statua di marmo di san Gennaro che stava sulla spalletta del ponte con le mani giunte, staccò la destra dalla sinistra e con gesto supremo e imperioso tese il braccio marmoreo verso il fiume di  fiamme. Immediatamente il vulcano si chiuse; immediatamente il mare si placò. Poi la lava si fermò improvvisamente. San Gennaro le aveva detto, come già Dio all’Oceano: Tu non andrai più oltre!… Inutile chiedere se la reazione fu rapida: nello stesso momento i gridi di “viva san Gennaro” risuonarono da un capo all’altro della città… La statua fu subito trasportata nel tempio di santa Chiara e l’indomani reintegrata con pompa magna nella cappella del Tesoro… Quanto al povero sant’Antonio, fu degradato da tutti i titoli ed onori”.

Comunque le cronache del tempo riportano un netto schieramento di santi monarchici e di santi repubblicani. A quest’ultimo gruppo, oltre a san Gennaro, si iscrive S.Giuseppe di Altamura e la Vergine Immacolata di Martina Franca, la cui statua è bastonata per aver consentito la repubblicanizzazione.

Al gruppo filomonarchico appartengono, invece, oltre sant’Antonio, S.Oronzo di Lecce che, mentre nella piazza si erge l’albero della libertà, torce il viso dalla parte opposta e solleva la gamba dal piedistallo, pronto ad abbandonare la sua città ormai giacobina; S.Giuseppe di Copertino che, per lo stesso motivo, si copre di “copioso sudore”; la Vergine di Mesagna che cambia colore;  il Cristo di Andria che incita alla lotta anti repubblicana o l’Addolorata di Modugno che, personalmente, dai tetti delle case, protegge la città dal pericolo giacobino.

 

 

Napoli 1799. Cap. I - Il vento rivoluzionario (1)

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Napoli 1799. Cap. III - Il re Ferdinando IV di Borbone (1)

Napoli 1799. Cap. III - Il re Ferdinando IV di Borbone (2)

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