Napoli 1799. Cap. IX - L’albero della Liberta’ (2)

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Non sono estranee al rito dell’innalzamento dell’albero della libertà le zone nei dintorni di Napoli.

Quando Championnet, nel dicembre del 1798, aveva deciso di sferrare l’assalto conclusivo al Regno di Napoli, aveva affidato al generale Rey la penetrazione sull’asse Terracina-Itri-Gaeta, al generale Matthieu quella sull’asse Ceprano-San Germano ed al generale Macdonald quella che interessava i territori da Sora a Capua, città in cui dovevano convergere anche le truppe francesi provenienti dagli Abruzzi.

Il primo scontro si ha nelle gole di Itri, con la battaglia di sant’Andrea, località in cui i Francesi subiscono forti perdite e si scontrano con la ferocia della banda di Michele Pezza, Fra’Diavolo. Il 30 dicembre le legioni d’oltralpe entrano in Fondi, annientano la sua resistenza mettendola a ferro e fuoco, distruggono archivi pubblici e privati, innalzano l’albero della libertà.

Il 1°gennaio del 1799 Championnet raggiunge le truppe del Matthieu a San Germano e sulla piazza del Mercato vi innalza l’albero. Nel percorso verso Napoli i Francesi trovano il tempo per saccheggiare l’Abbazia di Montecassino.

Le truppe del Macdonald, intanto, avanzano attraverso Caianiello, Calvi e Teano ed una colonna, guidata da Boisgerard, entra in Caiazzo e, nella piazza del Mercato, vi innalza  il simbolico albero  della libertà.

Quando pensano che la strada per  Capua sia ormai spianata, i Francesi sono raggiunti dalle notizie provenienti dai territori del Garigliano e della zona di Sora dove imperversano, di nuovo le bande di Fra’Diavolo e Gaetano Mammone. L’armistizio di Sparanise risolve abbastanza i problemi di Championnet, che, il 13 gennaio, occupa Capua. Nello stesso giorno, in segno dell’avvenuta democratizzazione, i Francesi innalzano l’albero della libertà a Santa Maria Capua Vetere ed a Caserta.

Da Capua, poi, le divisioni francesi si dipartono verso Napoli. Championnet è alla testa di quella che giunge a Capodichino, dopo aver attraversato Aversa, Arzano, Giugliano, Sant’Antimo, Grumo Nevano e Casandrino.  Il generale Duhesme guida, invece, le divisioni che giungono a Porta Capuana, attraverso i territori di Acerra, Afragola, Casalnuovo, Nola e Pomigliano d’Arco. Il generale Kellerman, infine, guida i soldati che si aprono un varco al Carmine, dopo aver attraversato Pollena Trocchia, Massa di Somma, San Sebastiano e Ponticelli. In tutti i comuni in cui si assiste al passaggio dei Francesi si innalzano gli alberi della libertà. Ma ovunque  - talvolta in segreto, talvolta in forma più apparente - borboniani convinti già preparano piani di insorgenza.

Dopo l’armistizio di Sparanise i Francesi entrano anche in Benevento, città in cui innalzano subito l’albero della libertà ed in cui impongono a tutti i cittadini, escluse le donne, di portare un copricapo, quale atto di avvenuta subordinazione, sul quale è fissato un nastro tricolore. Quando, poi, negli ex territori pontifici arrivano le truppe di Broussier e si danno al saccheggio del tesoro della Cattedrale, i Beneventani si oppongono duramente ai modi da invasori dei Francesi, fino a fronteggiarsi con le armi ed a subire una cocente sconfitta nella battaglia di Montesarchio. Anche in Benevento, la notte del 13 febbraio, in piazza Orsini, è innalzato l’albero della libertà. Sull’esempio del capoluogo sannita, il simbolo della libertà è innalzato anche a Montesarchio, Arienzo, Airola e negli altri centri del vecchio ducato longobardo.

Da Benevento le truppe di Broussier marciano verso Napoli e a Pomigliano d’Arco, il 20 gennaio, incontrano una forte resistenza da parte dei realisti. Nell’attraversamento dei centri vesuviani, infatti, i filoborbonici di Nola, Ottaviano, Somma Vesuviana, Marigliano infliggono gravi perdite ai Francesi. Poi, supportati dai giacobini locali e dalle popolazioni di Acerra e Casalnuovo, le colonne del Broussier raggiungono Napoli. Nei centri vesuviani è innalzato, ovunque, l’albero della libertà, ma sempre col rischio che il partito borbonico lo abbatta.

Nel periodo che va da gennaio ad aprile, l’albero della libertà è innalzato anche nelle piazze dei comuni isolani ed in quelli della fascia costiera. Ad aprile, infatti, giunge una squadra navale inglese, agli ordini dell’ammiraglio Troubridge, con il compito di recuperare alla corona tutte le isole partenopeo - pontine e di organizzare incursioni lungo la fascia costiera da Capo Miseno a Punta Campanella e sui litorali amalfitani e salernitani. Per cui gli alberi innalzati nelle piazze di Capri e di Ischia, di Sorrento e Castellammare, di Bacoli e Pozzuoli,di Torre del Greco, Ercolano, Portici, Vico Equense e negli altri comuni viciniori, con l’avvicinarsi della flotta inglese sono rapidamente abbattuti.

Nell’Irpinia la prima città che accoglie i Francesi è Ariano, dove il 4 febbraio, nella piazza principale, si innalza il simbolo della democratizzazione. Precedentemente, a fine gennaio, l’albero già troneggia nelle piazze di Atripalda e Bonito. In modo discreto, senza sfarzo e feste, onde evitare possibili rappresaglie borboniche, l’albero è innalzato anche ad Avellino, Mugnano del Cardinale, Cervinara, Lauro, Montella e molti altri centri. Molte resistenze ad innalzare l’albero, invece, si incontrano, per la radicata fedeltà borbonica delle popolazioni, a Roccabascerana, Sant’Angelo dei Lombardi, Cassano Irpino, Rotondi, Aquilonia, Pietrastornina ed in qualche altro piccolo centro. A Volturara addirittura l’albero è abbattuto dopo pochi giorni per l’insorgenza della popolazione. Comunque nei centri irpini il simbolo della libertà dura meno che negli altri territori.Quando, infatti, a fine aprile, giunge l’eco dell’avanzata del cardinale Ruffo, dalla valle di Lauro a Gesualdo, da Solofra a Fontanarosa, da Avellino a Mirabella, a Liveri, a Visciano, a Montella  e in molti altri centri,si pianta “il sacrosanto Legno della Croce, dicendo viva il Re e muoia l’infame Repubblica”.

Nel salernitano i primi alberi sono innalzati a Nocera,Sarno e Salerno.Successivamente l’emblema repubblicano compare anche nelle piazze di Amalfi, Positano, Cetara, Eboli, Campagna, Ascea. A fine gennaio si innalzano alberi anche a Pertosa, Polla e Padula. La vicinanza, però, del Cilento con la Basilicata e le Calabrie, regioni verso cui partono adepti della santafede, e contrasti sociali esistenti tra le municipalità di Amalfi e Cetara, di Eboli e Campagna o Pagani e Nocera, condizionano moltissimo l’esistenza in vita del simbolo repubblicano. Già a fine febbraio, infatti, a Cetara, Vietri, Angri, Scafati e Cava, i realisti insorgono e costringono alla fuga verso Torre Annunziata i Francesi di stanza in quei luoghi. Conseguentemente l’albero della libertà è abbattuto in tutta fretta.

Ed anche se, nel momento in cui a Napoli c’è il cambio di guardia tra Championnet e Macdonald, sembra, da Nocera a Maiori, da Positano ad Eboli, che possa esserci un ritorno del simbolo della repubblica nelle piazze di quei centri, in effetti la sorte dell’albero della libertà è definitivamente segnata. A Salerno, infatti, opera Gerardo Curcio, l’ex comandante delle guardie repubblicane recuperato alla causa borbonica, noto col nome di Sciarpa, che ispira e guida tutte le insorgenze della zona.

 

 

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