Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La diversa realtà di Andreas Hofer

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Andreas Hofer La figura di Andreas Hofer (1767-1810), teoricamente il capo dell’insurrezione tirolese del 1809, è stata abilmente mistificata dalla vulgata del nazionalismo tedesco, austriaco o pangermanista. Secondo tale immagine propagandistica, la rivolta hoferiana sarebbe stata assieme e squisitamente nazionale e religiosa, contro un governo presentato come straniero ed ostile alla religione cattolica. In questa pubblicistica Hofer è dipinto come un coraggioso eroe dai tratti popolareschi, senza macchia e senza paura. Ma la realtà fu ben diversa.

Anzitutto la sollevazione di cui Hofer fu uno dei capi avvenne non contro i francesi, ma i bavaresi, tedeschi quanto gli austriaci e culturalmente anche più simili ai tirolesi degli abitanti di Vienna, cosicché il governo della Baviera non era per nulla definibile come “straniero” in senso proprio.

Inoltre le norme promosse da regno bavarese non avevano alcuna natura persecutoria diretta contro gli abitanti del Tirolo, poiché esse si limitavano a modernizzare l’apparato legislativo. Esse suscitarono malcontento per due ragioni principali, la coscrizione obbligatoria e la crisi economica.

La leva militare era in precedenza sconosciuta. Il vecchio governo imperiale viennese aveva già cercato in passato d’introdurla, ma aveva poi soprasseduto sia per debolezza politica, sia per dichiarato timore d’affidare le armi a sudditi giudicati di scarsa lealtà.

L’imperatore d’Asburgo ed i suoi ministri avevano concluso negli anni precedenti che un esercito di professionisti fosse più affidabile politicamente di uno basato su di una larga massa di coscritti. Soltanto in seguito la coscrizione militare fu adottata anche dall’Austria.

Si aggiunse poi la crisi economica che colpì alcune classi sociali. Essa non fu dovuta alle iniziative del governo bavarese, in sé efficaci, ma ad una serie di fattori da esso indipendenti, quali il blocco continentale o l’integrazione dell’area del Tirolo con altre molto più vivaci economicamente, quali la contea del Trentino e la Baviera, da cui prima era separata da dazi doganali.

Resta il fatto comunque che molte delle misure contro cui si sollevarono i tirolesi erano già state approvate dal governo imperiale degli Asburgo in passato, anche se poi si era disatteso alla loro concreta realizzazione per il rifiuto dei ceti dominanti tirolesi. Quasi tutte poi, dopo la Restaurazione, vennero ad essere conservate dall’amministrazione e dallo stato austriaci.

La rivolta hoferiana è stata presentata sovente da pubblicisti e propagandisti quale prodotta da presunte persecuzioni religiose anti-cattoliche. In realtà, non vi fu alcuna persecuzione contro il cattolicesimo e le norme legislative emanate dal ducato di Baviera s’ispiravano a principi oggigiorno seguiti ed applicati in tutta Europa. Le motivazioni “religiose” dell’insurrezione si possono riassumere in tre gruppi principali.

Il primo è l’affermazione della libertà di pensiero, stampa, credo religioso e dell’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini. Questo comportò anche in Tirolo  e nel Trentino l’abrogazione delle leggi discriminatorie e vessatorie contro i protestanti e gli ebrei, contemporanea alla cancellazione dei privilegi di cui godevano gli ecclesiastici. Veniva inoltre proibita l’attività di scomunica delle persone sospettate di “stregoneria”, semplicemente individui malvisti dal resto della comunità e che erano ritenuti essere degli “jettatori”: la scomunica comportava di fatto la loro morte civile.

Il secondo era la politica religiosa. Si era avuta una riduzione del numero di feste religiose e la cancellazione di un buon numero di enti religiosi. La loro finalità era quella d’accrescere il numero dei giorni lavorativi, alquanto ristretto dall’abbondanza di festività, e di favorire un passaggio di beni fondiari da proprietari ecclesiastici, che li trascuravano e non sapevano amministrarli, ad imprenditori capaci. Si trattava quindi di semplici provvedimenti di natura economica.

Misure analoghe erano già state emanate dal governo austriaco sotto Giuseppe II, anche se poi non erano state applicate per il reciso rifiuto dell’aristocrazia e del clero tirolesi. Altre norme che suscitarono forti contrasti perché accusate di “empietà” furono l’istruzione elementare obbligatoria, la costruzione di nuovi cimiteri all’esterno dei centri abitati conformi ai principi igienici e sanitari, la proibizione dell’uso delle campane per prevenire le tempeste.

L’utilizzo delle campane per impedire tempeste e grandinate era una pratica risalente al Medioevo, giudicata “superstiziosa” dagli stessi teologi cattolici e la cui origine derivava da credenze del paganesimo germanico.

Il terzo motivo della rivolta, a detta di alcuni il principale, fu l’imposizione della vaccinazione contro il vaiolo voluta dal governo bavarese. Questo morbo, ancora diffuso in Europa, mieteva ogni anno molte centinaia di vittime nel già spopolato Tirolo, ma i suoi abitanti erano convinti che la vaccinazione fosse una creazione diabolica, tramite la quale venisse iniettato il protestantesimo (sic!). L’obbligo della vaccinazione anti-vaiolosa provocò violenti tumulti nel Tirolo propriamente detto.

Hofer, oste ed ex commercianti di cavalli, divenne uno dei capi dell’insurrezione, che era stata istigata e veniva finanziata e controllata da agenti imperiali, principalmente grazie alle sue doti di buon parlatore.

Questo albergatore era privo di qualunque capacità militare, ignorava la strategia e la tattica, anche nelle forme più rudimentali, anzi neppure se ne preoccupava, poiché era convinto d’essere strumento di una missione divina. Egli inoltre non reggeva alla vista del pericolo e non prendeva parte attiva ai combattimenti. Per farsi coraggio era solito bere molto ed era spesso alticcio o proprio ubriaco.

Infatti, l’esame storico degli iniziali successi degli insorti, in una guerra poi catastroficamente perduta, furono dovuti alla maggiore conoscenza del terreno ed al ruolo degli ufficiali regolari dell’esercito austriaco posti alla loro guida. Il ruolo di comando dell’ex commerciante di cavalli era in sostanza nominale. L’incapacità militare di questo albergatore risalta in modo netto dal proseguimento della rivolta dopo che essa era stata abbandonata dai militari e funzionari austriaci, in seguito alla capitolazione dell’Austria a Napoleone. Privato del supporto di ufficiali e truppe regolari, le poche ed indisciplinate milizie rimaste ad Hofer restarono praticamente senza una guida, causa l’incapacità del loro teorico comandante di svolgere la propria funzione, e vennero facilmente sconfitte, nonostante potessero appoggiarsi a posizioni per natura fortissime.

Sul piano politico e giuridico, il breve periodo di governo di Hofer consistette di fatto in un ritorno alla situazione dell’Antico Regime, col ripristino dei privilegi per l’aristocrazia e soprattutto per il clero, le norme discriminatorie contro chi non fosse cattolico, rigide limitazioni delle libertà civili. Inoltre, questo oste emise una serie d’editti moraleggianti: i balli e le feste danzanti popolari furono vietate; le donne dovevano portare i capelli in modo ritenuto “castigato” ed indossare abiti che  coprissero braccia e spalle; le locande avrebbero dovuto chiudere durante l’orario delle cerimonie religiose.

È divenuta celebre o famigerata la proibizione della vaccinazione contro il vaiolo imposta da Hofer, perché, spiegava uno dei maggiori consiglieri dell’ex oste, il frate cappuccino Joachim Haspinger, gli uomini non avevano il diritto d’intromettersi nei piani divini e privare la nascita di «nuovi angeli in cielo»!

Dopo la sconfitta dell’esercito regolare austriaco nella grande battaglia campale di Wagram ed il successivo armistizio, i funzionari e le truppe asburgiche abbandonarono il Tirolo.

Napoleone affidò a Eugenio di Beauharnais, suo figlio adottivo e viceré del Regno d’Italia, l’incarico di pacificare il territorio, con il ricorso alla forza solo nella misura strettamente necessaria. Il viceré Eugenio, dopo aver annientato il grosso delle forze dei rivoltosi in una sola battaglia, rese pubblico il suo proclama, trilingue. Esso concedeva totale impunità a tutti i rivoltosi. Hofer decise allora d’arrendersi, invitando tutti gli altri ribelli a fare altrettanto.

Il governo austriaco però non si premurò di comunicare ufficialmente ed in modo chiaro ai tirolesi che la guerra era finita, col risultato che gli insorti decisero di continuare una rivolta divenuta ormai del tutto inutile ed impossibile a vincersi. Hofer in parte fu ingannato dall’imperatore Francesco I, in parte fu costretto a combattere dai suoi “consiglieri”, il che dimostra quale autorità effettiva avesse.

L’oste prima inviò degli ambasciatori al viceré per trasmettergli la notizia della propria resa. Poi, persuaso con le minacce da alcuni suoi collaboratori, Hofer cambiò idea, venne meno alla parola data ed ordinò di riprendere le armi. L’oste scrisse in proposito in una sua lettera che egli avrebbe voluto non combattere più, ma che alcuni «mascalzoni» lo avevano costretto alla decisione di riprendere le armi, minacciandolo in caso contrario di morte.

La sua richiesta di prolungare la lotta non ottenne comunque molto successo e la maggior parte dei suoi combattenti, rimasta senza il soldo in seguito al cessare dei finanziamenti imperiali, preferì tornare a casa. I restanti furono facilmente sconfitti.

Hofer si nascose, ma fu consegnato ai militari o dagli stessi abitanti locali, o da agenti asburgici, interessati alla sua fine. Dopo un regolare processo, in cui fu difeso  d’ufficio da un avvocato (per ironia della sorte, il difensore legale di questo antisemita fu un ebreo), fu poi fucilato. A detta dei testimoni, l’oste si presentò tremante e terrorizzato davanti al plotone d’esecuzione.

Chi fu quindi il vero Andreas Hofer? Fu una persona priva di capacità politiche e militari, che si dava all’alcool per cercare di superare in qualche modo la paura del nemico e timoroso persino dei propri “consiglieri”, un individuo intollerante sul piano religioso ed un sostenitore dei privilegi dell’aristocrazia e del clero, che capitanò malamente bande violente e sfrenate.

Le truppe hoferiane erano indisciplinate e contavano al loro interno un buon numero da avventurieri, criminali e saccheggiatori, tanto che si resero responsabili di gravi violenze contro le popolazioni civili, di cui  furono vittime gli italiani e le minoranze religiose tirolesi.

Nell'agosto del 1809 gli Schützen ampezzani e sudtirolesi, capitanati da Giuseppe Hirschstein e da Ferdinand Anton von Oulerich, soprannominato Luxheim, invasero le valli dolomitiche del Cadore, con saccheggi ed incendi di villaggi ai danni degli abitanti della zona. Durante l’insurrezione la maggioranza dei protestanti che vivevano in Tirolo fu scacciata.

Si ebbero inoltre due gravi pogrom antiebraici, a Trento ed ad Innsbruck. Hofer ad Innsbruck impose una tassazione straordinaria, nonostante le loro abitazioni fossero state saccheggiate ripetutamente. La natura pretestuosa della motivazione “religiosa” del saccheggio, in cui l’ostilità antigiudaica aveva fornito banalmente l’occasione per impadronirsi dei beni degli ebrei, traspare dal fatto che nella circostanza furono depredati anche molti commercianti e studenti tirolesi.

L’ex commerciante di cavalli era personalmente un uomo mite e generoso, tutt’altro che feroce, tuttavia non riusciva affatto a guidare e controllare effettivamente bande in cui invece fanatici religiosi o criminali comuni erano numerosi. Egli era insicuro e facilmente manipolabile, tanto che nella sua epistolografia e nei suoi proclami si ritrovano sovente posizioni contrastanti. Secondo lo storico Andreas Oberhofer, l’oste tirolese fu abilmente plagiato dai suoi collaboratori, che si poterono servire della sua grande insicurezza caratteriale e giocare sulle sue condizioni economiche.

Lo storico altoatesino Hans Heiss nel suo libro “Mythos: Andreas Hofer” prova anche a compiere un esercizio di storia ipotetica, immaginando in che modo si sarebbe ricordato l’oste di Val Passiria se non fosse stato fucilato. Heiss presenta allora l’immagine di un individuo in cattive condizioni economiche e dedito all’alcool, una sorta di miles gloriosus chiacchierone e fanfarone al punto da millantare finte prodezze in battaglie non combattute.

La ricerca di questo storico intende evidenziare il contrasto nettissimo fra la figura storica di Andreas Hofer, e le posteriori celebrazioni, in cui il personaggio realmente esistito è sparito, per venire sostituito da narrazioni fasulle, modificate a seconda dei bisogni propagandistici del momento.

Per circa 15 anni dalla sua morte Hofer e la rivolta furono praticamente dimenticati nello stesso Tirolo, anche dopo il ritorno della regione sotto la corona degli Asburgo. La situazione economica permaneva negativa ed era diffusa fra i tirolesi l’opinione che la guerra fallita, con tutte le sue devastazioni, fosse la causa principale della crisi. Inoltre molte misure legislative contro cui i rivoltosi avevano combattuto erano state conservate dall’impero d’Austria, cosicché anche sul piano politico l’insurrezione appariva un sostanziale fallimento.

Lo stesso governo austriaco non aveva alcun interesse a celebrare la memoria di uomini che, dopo aver combattuto per l’imperatore, erano stati da questi abbandonati se non traditi. D’altronde a Vienna era ben noto il malcontento esistente in Tirolo per la conferma della legislazione dell’epoca napoleonica, cosicché le autorità imperiali non potevano certo favorire la conservazione del ricordo di chi si era sollevato in armi contro di essa.

L’oste ed i suoi commilitoni si trovarono così obliati quasi da tutti, finché non sopravvenne un episodio di per sé minimo che offrì l’occasione per un primo stravolgimento della figura storica di Hofer e la sua ricostruzione immaginaria e retorica. Nel 1823 cinque cacciatori imperiali (Kaiserjäger), di ritorno da Napoli dopo aver partecipato alla campagna militare con cui l’impero d’Austria aveva schiacciato lo stato costituzionale seguito all’insurrezione carbonara ed alla posteriore occupazione militare del Mezzogiorno d’Italia, trafugarono la salma di Hofer da Mantova, in cui ancora si trovava, e la portarono in Tirolo.

Le autorità imperiali decisero di cogliere l’occasione per cercare d’impadronirsi a proprio beneficio non solo del corpo ma soprattutto dell’immagine del capo dell’insurrezione del 1809. Il corpo fu inumato nella chiesa di corte di Innsbruck con una solenne cerimonia nel 1823. Iniziava così la ricostruzione propagandistica in senso politico della figura di Hofer. 

È sintomatico della natura e delle finalità dell’azione compiuta dallo stato imperiale il fatto che i militari che avevano portato la salma da Mantova ad Innsbruck sia stati dapprima posti agli arresti, poi emarginati all’interno dell’esercito, venendo  spinti in questo modo ad abbandonarlo.

La retorica ufficiale comportò la rimozione dei veri obiettivi della rivolta (come l’opposizione alla vaccinazione contro il vaiolo), che per di più erano stati sconfessati dallo stesso impero d’Austria che aveva conservato buona parte della legislazione dell’epoca napoleonica. Parimenti scomparve nel discorso pubblico l’atteggiamento sottilmente infido dell’impero nei confronti degli insorti, che furono prima istigati alla rivolta, poi abbandonati a sé stessi se non letteralmente traditi.

Non si è mai saputo con certezza, come pure si è supposto,  se l’arresto di Hofer sia stato consentito da una delazione giunta da uomini al servizio dell’Austria. Secondo una versione della fucilazione dell’oste, questi al momento della morte avrebbe accusato apertamente l’imperatore.

Le tre guerre contro gli italiani, del 1848-1849, 1859 e 1866, comportarono l’uso di Hofer per una propaganda in funzione antiliberale ed italofoba. Successivamente, l’oste divenne poi uno dei simboli del nazionalismo pangermanista prima, del nazismo suo erede ideologico poi (il suo violento antisemitismo lo rese particolarmente adatto), prima d’essere riutilizzato dagli Schutzen per costruire una propria immagine etnica distinta da quella italiana.

 

 

Nota bibliografica

La bibliografia su Andreas Hofer è piuttosto abbondante, ma spesso di mediocre o pessima qualità. Si riportano qui soltanto alcune indicazioni essenziali.

Un saggio fondamentale per ricostruire la figura di Hofer è quello di A. Oberhofer, “Der Andere Hofer. Der Mensch hinter dem Mythos” Innsbruck 2009. Esso riporta una raccolta di 680 documenti di Hofer, fra atti, lettere, appunti, in uno studio di un ricercatore dell’Università di Innsbruck, Andreas Oberhofer. Esiste anche l’edizione italiana, Andreas Hofer (1767-1810). Dalle fonti alla storia (Trento 2010),  curata da Rodolfo Taiani e Valentina Bergonzi.

Un testo tipico dell’interpretazione nazionalistica di Hofer è quello di J. Hirn, Tirols Erhebung 1809”, Innsbruck 1909, pubblicato in occasione del centenario dell’insurrezione del 1809. Può essere utile per un confronto fra due epoche storiografiche differenti paragonarlo al più recente studio di M. P. Schennach, “Revolte in der Region. Zur Tiroler Erhebung 1809”, Innsbruck 2009, pubblicato nel bicentenario. L’opera di Jofes Hirn rimane notevole per la dovizia documentaria, mentre invece è discutibile il metodo prescelto e dall’atteggiamento apologetico.

È importante per la comprensione della costruzione del “mito” politico di Hofer, distinto dalla sua figura storica reale, il saggio di Laurence Cole, “Für Gott, Kaiser und Vaterland’. Nationale Identität der deutschsprachigen Bevölkerung Tirols 1860-1914”, Frankfurt -New York 2000.

Un’opera innovativa, sia nel ricorso a nuove fonti, sia nel porsi in modo critico nei confronti a posizioni in  precedenza ritenute assodate, è quella di Meinrad Pizzinini, “Andreas Hofer - Seine Zeit-Sein Leben-Sein Mythos”, Wien 1984.

Una presentazione  della figura di Hofer nella sua realtà concreta, rimuovendo la visione leggendaria di cui è stato rivestito a posteriori, si ritrova in Hans Heiss, “Andreas Hofer in seiner Zeit. Einspruch gegen den Mythos”, in “Mythos: An­dreas Hofer”, Wien 2008.

 

 

 

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