4 Novembre, giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate

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Il 4 novembre è un giorno di memoria e di festa.

Commemoriamo coloro che, in tutte le guerre, combatterono con coraggio, con sofferenza, con eroismo, con dignità, con senso del dovere permettendo di completare e consacrare l'Unità d'Italia che, il 17 marzo, ha compiuto i suoi primi 154 anni.

Sono trascorsi 154 anni, infatti,  da quando a Torino fu proclamato il Regno d’Italia, che vide l’unificazione politica della nostra penisola e l’affidamento a Re Vittorio Emanuele II e ai sui discendenti delle sue sorti fino al 1946, quando, dopo il secondo conflitto mondiale con un referendum istituzionale, gli Italiani scelsero, felicemente, di trasformare la Monarchia Costituzionale, basata sullo Statuto Albertino del 1848, in una Repubblica che darà poi vita, nel 1948, alla Costituzione che ancora oggi, a 67 anni dalla sua promulgazione, è la Legge fondamentale dello Stato Italiano.

Il 4 Novembre di 97 anni fa si concludeva vittoriosamente per le nostre armi il lungo e sanguinoso primo conflitto mondiale. I soldati italiani, spesso in condizioni di inferiorità, combatterono con onore e con valore quel conflitto.

Oggi, davanti ai monumenti ai caduti di tutte le Città italiane, si celebra la giornata dedicata alle Forze Armate e all’Unità d’Italia per ricordare l’anniversario di quella vittoria, per cui lottò e si sacrificò un’intera generazione. Una giornata per rappresentare i sentimenti delle nostre comunità e poter rivolgere sentimenti di gratitudine alle autorità militari e ai militari tutti. La ricorrenza del 4 novembre ci riporta al sentimento dell'Unità Nazionale ed è un invito continuo a ritrovare in noi le ragioni profonde di una memoria condivisa, la capacità di ricomporre gli antichi valori della nostra indipendenza nazionale con i valori di oggi, che vogliamo orientare alla costruzione di una grande Europa Unita.

Con il 4 novembre celebriamo la vittoriosa conclusione di una guerra che ci impone di mantenere uno stretto rapporto fra quel momento storico e lo spirito che ci anima nel nostro tempo. Un rapporto che non può prescindere dal costo di quella vittoria. Fu, allora, immenso lo sforzo industriale e l’onere finanziario; immane lo sforzo militare, ma soprattutto il costo tragico in vite umane.

In cambio di centinaia di migliaia di vite sacrificate e dell’enorme spreco di energie e di risorse naturali, l’Italia ottenne poche soddisfazioni e molte amarezze. Il nostro Paese aveva dato un contributo notevole alla vittoria alleata, affrontando la guerra con idealismo e patriottismo, e con sacrifici immensi e immensa generosità. Purtroppo quella non fu, come qualcuno la definì, la guerra che doveva "mettere fine a tutte le guerre". L’Italia, purtroppo, era destinata a subire un’altra dolorosissima guerra.

La nostra Costituzione e l’inizio del processo di costruzione dell’Europa furono ispirati da quanti avevano ancora negli occhi le scene terrificanti di quella guerra e nel cuore il patriottismo e il senso di sacrificio dei combattenti. Avevamo tutti pensato che i giovani del terzo millennio non avrebbero più dovuto misurarsi con la guerra. Invece da subito abbiamo dovuto affrontare, a pochi chilometri da noi, le atrocità dei Balcani e, dopo il tragico 11 settembre 2001, dalla guerra in Afghanistan e contro il regime di Saddam Hussein fino alla cosiddetta Primavera Araba che, dalla fine del 2010 ad oggi, ha visto la fine di diversi regimi totalitari di Paesi Arabi del Mediterraneo e migliaia di vite umane sacrificate in nome della libertà. Per non parlare delle nuove minacce che arrivano dall’ISIS che, in nome di un Dio e di una religione, sta portando morte e distruzione nel Medio Oriente e nei paesi Nord Africani vicini all’Italia.

Questi recenti eventi ci costringono a fare i conti con una nuova e difficile declinazione del concetto di "guerra" e richiamano profondamente la comunità mondiale, le Organizzazioni internazionali e l’Europa a moltiplicare gli sforzi, per recitare un ruolo più efficace nel governo dei conflitti internazionali e per evitare l’affermazione di posizioni unilaterali. Del resto, sia l’Unione Europea nel suo processo federativo, sia l’ONU, stanno tracciando faticosamente una nuova prospettiva, la cui chiave di volta deve essere una politica fatta non di imposizioni o di gerarchie, ma che deve essere il frutto di rinnovate collaborazioni e di rinsaldate solidarietà, per l’allargamento degli spazi di libertà, di prosperità e di democrazia dei popoli.

Questo è quello di cui il 4 novembre parleranno Ministri, Prefetti, Onorevoli, Presidenti, etc., ma che il cittadino comune sente molto distante da sé e non gli permette di capire come realmente anche lui può fare per contribuire al sogno di tutti: la pacificazione di tutti i popoli.

Eppure, senza fare della falsa retorica,  bisognerebbe imparare a riflettere su alcuni punti: innanziutto sulla parola ‘Pace’, termine, nell’uso comune, sempre contrapposto alla parola ‘Guerra’ e legato quindi solo ai conflitti armati tra Stati, Tribù, Popoli, ecc…; Wikipedia così la definisce: “la pace è una condizione personale (intraindividuale), sociale, relazionale, politica o legata ad altri contesti caratterizzata da condivisa armonia ed assenza di tensioni e conflitti.”

La definizione è condivisibile, ma andrebbe aggiunto che è anche un modo di vivere.

Molti hanno nella propria abitazione, nell’ufficio e sul posto di lavoro una bandiera con i 7 colori dell’arcobaleno e la scritta centrale‘Pace’. Queste stesse persone partecipano ogni anno alla “Marcia della Pace”che si svolge tra Perugia ed Assisi e partecipano a tutte le manifestazioni di piazza, più o meno organizzate, in occasione di nuovi conflitti o per ricordare quelli in corso. Costoro, giovani e meno giovani, quando sono in gruppo, sono pronti a raccogliere firme, fare scioperi della fame e della sete, organizzare eventi, concerti e raccogliere fondi per difendere il principio di ‘Pace’tra i popoli.

Ma, non appena restano soli dimenticano il principio per il quale hanno appena manifestato o scioperato e litigano con il vicino di casa per il vaso di fiori davanti la porta, o per il cane che abbaia, con il collega di lavoro che fa il tifo per la squadra di calcio avversaria, con l’automobilista che gli ha “rubato” il parcheggio al centro commerciale, con il parente che non lo ha invitato al battesimo del figlio, con il fratello/sorella per la successione dei beni dei genitori defunti, con l’agente di polizia che gli ha elevato una contravvenzione per un divieto di sosta, con il parroco perché ha deciso che il giorno delle comunioni è il 25 maggio piuttosto che il 10 di giugno, con il Sindaco perché ha aperto un centro di accoglienza per migranti, piuttosto che dare aiuto ai suoi concittadini, con l’insegnante del proprio figlio che si è permesso di rimproverarlo e di mettergli un voto basso, con l’avversario politico che ha un’idea diversa… e potrei andare avanti per ore elencando le “guerre” che ognuno di noi, comune cittadino, inizia ogni giorno.

Allora: come possiamo pretendere dai nostri figli, dai ragazzi in generale, che saranno i futuri amministratori e governanti, la futura classe dirigente, di avere il rispetto per il prossimo, se quotidianamente facciamo vivere loro queste situazioni, queste prepotenze, queste umiliazioni? Come possiamo infondere nelle loro menti il significato di ‘Pace’se li facciamo trastullare da piccolissimi con giochi che simulano guerre ed omicidi, e sono di una violenza inaudita che farebbe rabbrividire un soldato professionista degli Stati Uniti?

Papa Giovanni Paolo II diceva: “La pace non può regnare tra gli uomini se prima non regna nel cuore di ciascuno di loro.E solo questa può essere la strada giusta per iniziare a cambiare le cose.

Per questo non pensiamo che tutto dipende sempre da chi ci governa o amministra, ognuno di noi può fare qualcosa per migliorare il Mondo e ognuno di noi, prima di parlare, dovrebbe essere e dare l’esempio.

Solo così i bambini di oggi potranno divenire una futura brava classe dirigente con l’esempio che hanno avuto in famiglia e a scuola.

Viva la ‘Pace’, viva l’Italia Unita.

 

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