I dignitosi anni di dolore di Carolina Poerio

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Carolina PoerioCarolina Sossisergio Poerio, nata in provincia di Lecce nel 1775, in seguito alla precoce morte del padre,visse insieme con la madre e le sue due sorelle a Napoli sotto la tutela di uno zio, nella cui abitazione conobbe il giovane avvocato ed eroe della Repubblica Napoletana Giuseppe Poerio, di cui divenne moglie.

Nel 1802 diede alla luce Alessandro, nell’anno successivo Carlo, e Carlotta nel 1807, una famiglia di patrioti perseguitati per le loro idee politiche liberali moderate. Carolina durante la sua vita, conobbe le dignitose sofferenze di moglie, ma soprattutto di madre, allorché non ebbe più il sostegno del marito Giuseppe morto nel 1843.

Da allora dovette da sola far fronte ai duri anni di sofferenza per la morte del figlio Alessandro che perse la vita nella difesa della Repubblica di Venezia nel 1848, ed i continui imprigionamenti del secondogenito Carlo, per la sua attività di patriota liberale moderato. Quest’ultimo era già stato imprigionato nel 1837, nel 1844 e nel 1847, ma dopo il 1848 trascorse un decennio nelle prigioni borboniche.  

Ricordando le donne dei patrioti ed il dolore patito per i loro cari,  Benedetto Croce scrisse: “E tutte le vorrei qui ricordare[…] madri dolorose […] ma non posso tacere di due di quelle donne, la cui virtù privata s’innalzò pareggiando esse gli uomini cui appartennero a virtù civile[…] Quelle donne conferirono a formare quegli uomini quali furono; e quegli uomini, a lor volta, a formare esse a propria sembianza. Il mio quadro resterebbe manchevole, e avvertirei come un vuoto, se non vi si scorgessero almeno nel fondo la madre di Alessandro e di Carlo Poerio, e la sua figliuola e la loro sorella, la madre degli Imbriani”.

Se il 1848, l’anno delle rivoluzioni in Europa, fu quello tremendo, sventurato, in cui da Venezia le pervenne a Carolina la triste notizia che il figlio Alessandro il 27 ottobre era stato ferito mortalmente, combattendo a Mestre per la difesa della Repubblica di Venezia, nel 1849 il figlio Carlo, accusato da un falso testimone di appartenere alla setta l’Unità Italiana, fu imprigionato e condannato, innocente, a languire incatenato per dieci anni nelle prigioni borboniche.

Carolina ebbe la forza di affrontare anche questo ennesimo duro colpo con grande dignità, mettendo al primo posto l’onore della famiglia. Durante il processo, non mancava mai di far visita al figlio nei giorni stabiliti dal regolamento carcerario e spesso gli faceva pervenire le sue amorevoli lettere.

Aveva scritto nel giugno del 1848, quindi precedentemente alla morte di Alessandro, alla cognata: “Io sono contenta, anzi orgogliosa che tutto ciò che ha nome Poerio si adoperi per la buona causa” Inoltre, nel luglio dello stesso anno, scriveva al figlio Alessandro: “Speriamo che la lotta tra Popoli e Sovrani sia alla fine decisa da chi merita la protezione divina”, chiarendo al giovane nipote Enrico Imbriani: “Caro Enrico, sei nuovo in questo genere di affari! Tutta l’Europa è in trambusto; la lotta sarà orrenda, universale e lunga: bisogna aver coraggio e fiducia nella Provvidenza”.

Quando apprese del ferimento di Alessandro, scrisse a sua figlia Carlotta che lui era stato colpito, battendosi a Mestre da vero Italiano, “rallegrandosi” di avere un figlio valoroso, non pensandolo in pericolo di vita. Quando ebbe la dura notizia della morte, tacque “trasognata” per un mese, rispondendo a stento alle parole di conforto inviatole da Niccolò Tommaseo, consolandosi al pensiero che  l’anima di Alessandro fosse in cielo, “pura, scevra da ogni pensiero di utilità propria”.

Ma già iniziavano i tempi, ormai, in cui le sue preoccupazioni  dovevano rivolgersi alla sorte dell’altro figlio perseguitato dal regime borbonico. Quando nel febbraio del 1850 Carlo fu chiamato dai giudici a esprimere la propria difesa, trovò forza e conforto nella lettera della madre:

“Carissimo figlio,
spero che questa mane sarai chiamato per fare il tuo costituto: il quale senza dubbio sarà dell’uomo di onore, come dev’essere il figlio di Giuseppe Poerio e mio. Ti abbraccio e ti benedico”.
Quando  fu condannato all’ergastolo da scontare nelle durissime prigioni di Montefusco, a Carolina fu lasciato credere che era stato condannato alla semplice relegazione nell’isola d’Ischia. Ormai la sua salute veniva meno e la si sentiva sospirare spesso: “sono proprio stanca”.

Il suo estremo desiderio prima di morire fu quello di rivedere  per l’ultima volta il figlio detenuto a Montefusco.
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A Carlo  fu proposto che, se egli avesse fatto domanda di grazia, gli sarebbe stato concesso il permesso di recarsi al capezzale della madre con l’obbligo di accettare la condanna di esilio perpetuo dal Regno. Ma neanche in quella triste circostanza Carlo volle cedere al ricatto dei suoi persecutori borbonici perché fare domanda di grazia significava ammettere di essere colpevole. Egli preferì salvare l’onore. L’11 settembre 1852 Carolina Poerio si spense senza poter avere il conforto né del figlio Carlo, né della figlia Carlotta, che aveva dovuto seguire il marito Paolo Emilio Imbriani in esilio a Nizza.

Quando seppe degli ultimi istanti di vita della madre, Carlo dalla prigione scrisse alla zia: “Donna eccelsa e magnanima che mi diede la vita e che il Sommo Iddio ha voluto richiamare a sé […] L’unico sollievo ch’io trovo nella tremenda condizione in cui mi ha collocato la sorte, è il pensiero che a quest’ora quell’anima benedetta è ascesa alla sua vera sede, che in mezzo a’ guadi sempiterni del Cielo volge un occhio pietoso su quel figlio che l’ha amata, e venerata per cosa celeste, che il compianto dei buoni l’ha accompagnata nella tomba, e che la sua memoria vivrà su questa terra come modello di tutte le virtù domestiche e sociali”.

 

Bibliografia:
Benedetto Croce- Una famiglia di patrioti- I Poerio- Adelphi- 2010

 

 

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