Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 1799. Cap. VII - Il Generale Championnet

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Jean-Etienne Championnet, nato il 14 aprile 1762, è figlio naturale di Etienne Grand, avvocato al Parlamento,consigliere del re e luogotenente dell’ufficio di Valenza, e della sua cameriera Madeleine Vachier Collion. Jean-Etienne prende il cognome Championnet da un quartiere di Valenza dove il padre ha dei possedimenti.

Di  bello aspetto e di spirito avventuriero, il giovane Championnet, all’età di 18 anni, parte per la Spagna e si arruola nelle truppe valloni. In terra iberica incontra molti camerati del suo collegio,militanti nel reggimento Bretagna, che lo convincono a passare con loro come volontario.

Quando, nel 1789, si registrano le prime agitazioni rivoluzionarie, Jean-Etienne si arruola di nuovo ed assume il comando del 6° battaglione della Drome  (il dipartimento francese, che prende il nome dall’omonimo fiume affluente del Rodano), col quale raggiunge Besançon. In questa città incontra il generale Pichegru che lo chiama nell’esercito attivo.

Da questo momento il giovane Championnet si distingue per intelligenza e coraggio e si conquista il titolo di generale di divisione. Poi, quando Napoleone parte per la campagna d’Egitto, Championnet assume il comando dell’esercito d’Italia ed incrocia il suo destino con gli eventi che caratterizzano la storia del regno di Napoli di fine secolo.

Oltre che coraggioso Championnet è di grande onestà ed entra subito nelle grazie e nelle simpatie del popolo napoletano, del quale riesce ad interpretare gli umori ed i sentimenti. Il generale francese, infatti, in una conversazione col viceammiraglio Tréville non esita a chiarire che “non avrebbe mai potuto impadronirsi di Napoli se, arrivato qui, non avesse avuto il soccorso dei diecimila patrioti che lo aiutarono a domare i lazzaroni, che i monarchici pagavano per sostenere il partito della chiesa e del re…”.

In verità, dopo le fasi drammatiche della battaglia che avevano caratterizzato l’ingresso in Napoli dell’esercito francese, si stabilisce una immediata intesa tra il generale di Valenza ed il popolo napoletano.

Quando, infatti, Michele ‘o pazzo, nella piazza in cui Championnet chiede ai napoletani di collaborare,gli dice: “Un’altra domanda generale, e saremo amici.Come tratterete la nostra religione e san Gennaro? La nostra santa fede e il nostro protettore saranno rispettati?”, egli prontamente risponde: “Sì lo saranno. La vostra religione è puranco la nostra”. E, poi, rivolto al Marino: “Michele, la repubblica francese onora i prodi d’ogni paese. Voi siete da oggi cittadino della repubblica,colonnello dei suoi eserciti e mio aiutante”.

Il muro della diffidenza è abbattuto; il generale è riuscito, in pochissimo tempo, a far dimenticare il sangue versato e l’avversione mostrata nei confronti dei Francesi sino ad un momento prima.

Anzi, addirittura i napoletani immaginano che il generale possa essere un loro concittadino. Avviene quando il prete della parrocchia di Sant’Anna dice di aver trovato sui registri di nascita il nome di un Giovanni Cahampionné. E’ la consacrazione. Un tripudio che preoccupa non poco i veri rivoluzionari. Championnet, infatti, alla ricerca del consenso a tutti i costi, dispensa sorrisi e denari a tutti quanti lo applaudono. Coi lazzari, suoi acerrimi rivali sino a qualche giorno prima,c’è uno scambio continuo di doni e premi.Un loro capo, Luigi Avella, detto Pagliuchella, è addirittura nominato,benché illetterato, giudice di pace.

Il generale francese, in verità, non dimentica mai che la Repubblica napoletana è stata possibile crearla grazie al fanatismo di questi uomini del popolo, che combattono “con una intelligenza ed un accanimento che non aveva mai mostrato l’esercito regolare nelle battaglie compiute contro il nostro esercito”. Ed anche nella conquista della rocca di Castel Sant’Elmo, Championnet non dimentica la fattiva presenza dei popolani  “patrioti italiani, degni di essere amici dei francesi.”.

Ma questo eroico amico dell’Italia non vien meno al vezzo francese di razziare beni in terra straniera. Il 7 ventoso dell’anno VII (il 25 febbraio 1799), Championnet scrive al Direttorio: “Vi annuncio con piacere, che abbiamo trovato ricchezze che credevamo perdute. Oltre ai Gessi di Ercolano che sono a Portici,vi sono due statue equestri di Nonius, padre e figlio, in marmo; la Venere Callipigia non andrà sola a Parigi: abbiamo trovato alla Manifattura di porcellane, la superba Agrippina che attende la morte; le statue in marmo a grandezza naturale di Caligola e Marco Aurelio, un bel Mercurio in bronzo e busti antichi del marmo del più gran pregio…Il convoglio partirà fra pochi giorni”.

Eppure Championnet si è più volte opposto, in nome dell’autonomia della Repubblica napoletana, alla rimozione o al sequestro dei beni culturali! Come quando dal Direttorio è inviato a Napoli il commissario Faypoult, giunto per imporre le condizioni francesi. Latore di un decreto, infatti, Faypoult sostiene che tutti i beni della corona di Napoli, i boschi, i palazzi e le regge, i monasteri, i feudi allodiali, i banchi, i musei e la fabbrica di porcellana sono di proprietà francese.Alle proteste dei napoletani si associa Championnet, che pubblica un editto col quale annulla il decreto del Direttorio; quindi, fatto arrestare il Faypoult lo rimanda in patria, facendolo scortare sino ai confini della Repubblica romana.

Bastano già i vincoli imposti dalla Francia. “Championnet, entrando coll’armata vittoriosa in Napoli, impose una contribuzione di due milioni  e mezzo di ducati da pagarsi tra due mesi.Tale imposizione era assolutamente esorbitante per una sola città già desolata dalle immense depredazioni che il passato governo vi avea fatte. Championnet avrebbe potuto esigere il doppio a poco a poco, in più lungo spazio di tempo. Quando Championnet se ne avvide, si pentì o mostrò pentirsi del fatto, ma non lo ritrattò; anzi stabilì quindici milioni per le province”.

Contemporaneamente all’avvio organizzativo della Repubblica napoletana, il generale nativo di Valenza si preoccupa di allestire due divisioni, da inviare in Puglia e Calabria, per fronteggiare i ribelli delle province e le truppe della santa Fede del cardinale Ruffo.

Ma il tempo napoletano del generale Championnet va lentamente concludendosi.

Sul Monitore francese di metà marzo 1799 si legge: “Visto che il generale Championnet ha impiegato l’autorità e la forza per impedire l’azione del potere da noi confidato al commissario civile Faypoult, e che perciò si è messo in aperta ribellione contro il governo; il cittadino Championnet generale di divisione, già comandante dell’esercito di Napoli, sarà messo in arresto e tradotto innanzi un consiglio di guerra per essere giudicato del suo delitto”.

Non tutti concordano nel ritenere che i motivi dell’allontanamento da Napoli di Championnet siano da ascriversi solo al caso Faypoult. “Era Championnet venuto in disgrazia del Direttorio perché non contento di ricacciare dallo stato romano i napoletani, avesse subitamente non aspettati nuovi comandamenti, e invaso il regno; le cose non essendo ancora rotte con l’Austria e tenendosi ancora per gli Alemanni la fortezza di Erebrestein, forte propugnacolo della Germania, desiderava il Direttorio di temporeggiare. A siffatta cagione dei tempi presenti, se ne aggiungeva un’altra molto potente dei tempi futuri, ed era che Championnet si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per togliere al re quell’ultima parte dei suoi domini; della qual cosa sperava poter venire facilmente a capo, sì per la poca forza che Ferdinando aveva in Sicilia, sì pel terrore impresso dalle sue armi, massime in su quel primo giungere, e sì finalmente per la efficacia delle opinioni, le quali credeva che anche oltre il Faro si fossero introdotte. Le dimostrazioni di Championnet contro di quell’isola non erano occulte e già aveva mandato soldati in Calabria sotto colore di combattere bande di regi che scorazzavano il paese. Quest’intento toccava certi tasti molto reconditi. Il ministro Talleyrand voleva che si facesse ai Borboni il minor male che si potesse, forse anche intrinsecamente nudriva il desiderio di vederli ristorati in Francia. Alcuni suoi parenti ricoverati in Sicilia, siccome corse fama, lo tenevano con avvisi segreti bene edificato verso la famiglia reale di Napli ed istantemente gli raccomandavano re Ferdinando. Per la qual cosa egli che molto acconciamente sapeva trattare questi negozj, accennando col Direttorio in un luogo col pretendere che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet e battendo veramente in un altro, aveva operato che il Direttorio rivocasse il generale. A questa medesima rivoluzione cooperarono i desideri di Macdonald che se ne viveva in poca concordia col generalissimo, e siccome quegli che uomo valoroso era, ambiva molto e forse troppo dimostrarlo desiderava”.

Jean-Etienne Championnet lascia, dunque, da uomo libero la piazza di Napoli, cedendo il comando al generale Macdonald. Una volta a Roma, poi, è arrestato e condotto a Torino e, dalla città sabauda, in Francia, dove è assolto dal consiglio di guerra e ricollocato a capo dell’esercito d’Italia.

Quando Carnot, ministro della guerra francese, lo richiama in servizio, gli scrive una lettera che così si conclude: “Dimenticate gli oltraggi, riprendete la spada, l’esercito d’Italia vi attende per cogliere nuovi allori: così la patria sa ricompensare i suoi grandi cittadini ingiustamente offesi”.

A Napoli Macdonald non gode della stessa fiducia e della stessa simpatia di Championnet. Di Macdonald si dice che sia altero, superbo, poco amante della repubblica e dell’Italia. Anche i suoi lineamenti somatici sono messi sotto  esame per giustificare antipatia e distacco. I lazzari, infatti, di Championnet e Macdonald, sono soliti dire: “Chillo ca se n’è ghiuto, teneva ‘o naso comm’’o nuosto; l’auto ch’è restato è nasillo franzese. Sarva! sarva!”

La partenza di Championnet da Napoli fa registrare anche l’epurazione del suo seguito. Nella città partenopea, infatti, torna Faypoult con l’aria di trionfo e con l’intento di vendicarsi della repubblica napoletana a tutto vantaggio della madre Francia.Macdonald, da parte sua, richiama i generali Duhesme e Broussier,amici di Championnet,dalle terre pugliesi e li sostituisce con i più fidati generali Olivier e Sarazin.

Di Jean-Etienne Championnet, a Napoli, resta un nostalgico ricordo e la lettera che il francese ha indirizzato alla città il 2 marzo 1799: “Io parto Cittadini per Parigi dove gli ordini del mio Governo mi chiamano, e nel partire porto meco la dolce soddisfazione di lasciar la Repubblica Napoletana, la quale mi sarà sempre cara, degli uomini virtuosi e Repubblicani che non hanno altra ambizione che la sicurezza della libertà del loro paese. Io non ho che un solo dispiacere, cioè quello di non aver potuto regolare la contribuzione Militare che vi era stata imposta; essa è al di sopra delle forze della Repubblica, e se io non avessi dato parte di quest’oggetto al Governo francese, l’avrei regolata in una maniera più confacente alla nostra situazione ed alle circostanze dispiacevoli nelle quali vi siete trovati. L’idea del mio successore non è sicuramente diversa, ed io non mancherò dal canto mio di usare i mezzi più efficaci presso il Governo per ottenere le giuste moderazioni che voi anche domandate, e farvi subito pervenire le delucidazioni che voi impazientemente aspettate su quel tanto che riguarda i beni personali del Re. Salute e fraternità. Championnet”.

Alla partenza di Championnet anche Faypoult è costretto, perché inviso a tutti, a lasciare Napoli. Al suo posto arrivano Bodard e Giuseppe Andrea conte di Abrial. Il primo lavora all’annosa questione dei tributi di guerra da versare alla Francia; il secondo si dedica, invece, ad una ristruttutrazione del Governo provvisorio, sostituendo i precedenti comitati con una commissione legislativa ed una esecutiva. La commissione legislativa si impegna subito a perfezionare il progetto di Costituzione elaborato da un gruppo di giuristi guidato da Mario Pagano.

 

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