Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 1799. Cap. VI - L’entrata dei francesi a Napoli (2)

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La notte del 19 gennaio 1799 è assalita l’abitazione dell’avvocato Fasulo; torme di plebei invadono la dimora dell’uomo di legge,sospettato di essere fiancheggiatore dei cospiratori. Subito dopo è la volta dei fratelli Filomarino, che sono arsi per mano dei lazzari, così com’è bruciata la loro casa ricca di preziosi libri. Molti cittadini, sospettati di essere di simpatie giacobine, sono trucidati.

Moliterno e Roccaromana, allora, pensano che l’intervento del cardinale di Napoli, Capece Zurlo, possa servire a stemperare gli  odii ed a calmare la furia omicida della plebe. Così il prelato, sempre estraneo dai continui voltafaccia politici del clero e lontano dal manifestare idee filomonarchiche, è invitato a preparare la processione di San Gennaro, santo protettore della città ed in grado di esercitare un grande fascino sul popolo napoletano.

Dopo la processione, con la plebe più calma, Moliterno e Roccaromana, riuniti con i più arditi fra i congiurati, decidono di entrare nella fortezza di sant’Elmo, allo scopo di mettersi in salvo dal furore del popolo e, nel contempo, di rispettare la parola data a Championnet, che si è impegnato ad assalire Napoli, solo quando la rocca sarebbe stata nelle mani dei partigiani.

Intanto, a metà gennaio 1799 un comitato repubblicano, riunito segretamente nella casa dell’avvocato Luigi de’Medici, ha inviato un messaggio a Championnet col quale lo si invita ad affrettare l’avanzata, potendo contare, il francese, sulla cooperazione dei giacobini di Napoli. Il generale francese manda a dire che l’attacco alla città sarà possibile solo quando la rocca di Sant’Elmo sarà saldamente nelle mani dei repubblicani.

La rocca di Sant’Elmo,comandata da Nicola Caracciolo (fratello di Roccaromana) è presidiata dai lazzari. Uno stratagemma la consegna alla causa repubblicana. Alcuni ufficiali, infatti, si offrono di portare rinforzi ai difensori della rocca. Una volta entrati, convincono Luigi Brandi, il capo lazzaro, ad uscire in pattuglia con altri ottanta suoi compagni. La conquista è facile. Disarmati i pochi lazzari rimasti a guardia della rocca, i repubblicani, subito dopo, arrestano Brandi e issano la bandiera della vittoria senza il minimo spargimento di sangue. E’ il 19 gennaio 1799.

Nello stesso giorno le truppe francesi di Championnet si fermano nella piana tra Sarno ed Aversa ed aspettano la brigata, proveniente da Benevento,agli ordini del colonnello Broussier.

Il giorno 20 Championnet, dopo aver diviso l’esercito in quattro corpi, muove alla conquista di Napoli. Il primo corpo, agli ordini del generale Dufresse, occupa senza grosse difficoltà Capodimonte; il secondo corpo, agli ordini di Duhesme, muove verso Porta Capuna;Kellerman, alla guida del terzo corpo, si avvicina al bastione del Carmine; Broussier, a capo del quarto corpo, è di riserva tra  Porta Capuana e Foria.

Gli uomini di Duhesme varcano subito Porta Capuana, ma, per i colpi di archibugio che piovono da tutte le case, sono costretti a retrocedere immediatamente. Lasciano sul posto innumerevoli morti.

Dufresse, da Capodimonte, intanto, punta i cannoni contro la città, mentre Kellerman conquista agevolmente il ponte della Maddalena.

Duhesme, poi, riorganizzate le truppe, muove alla conquista di Porta Capuana,lasciando distruzione e rovine sul suo cammino. Si porta,quindi, attraverso la strada di San Giovanni a Carbonara, in via Foria ed occupa Porta San Gennaro e Largo delle Pigne. Dà ordine di mettere a fuoco il palazzo del marchese Solimene, a San Carlo all’Arena, luogo da cui i lazzari tengono sotto tiro le sue truppe. Oltre via Foria, però, i Francesi non riescono ad avanzare, perché eroicamente fronteggiati dai lazzari che sbucano da Porta San Gennaro e dai Vergini.

Dufresse, sempre da Capodimonte, si mette in comunicazione con i partigiani napoletani che precedentemente sono riusciti ad entrare nella rocca di sant’Elmo ed il giorno 21 gennaio hanno proclamato la Repubblica Napoletana. L’aggancio avviene non prima di aver lungamente combattuto con uno stuolo di lazzari, che si oppone con tutte le forze alle armi francesi e, che una volta annientato, si convince di essere stato sconfitto non dai soldati di Dufresse, ma “dai nostri concittadini che combattono per gli stranieri”.

Il mattino del 20 gennaio 1799 l’esercito francese entra in Napoli.

Si accende subito una sanguinosa battaglia tra i Francesi ed i Napoletani. Proiettili, sassi e suppellettili sono scagliati sulle truppe albioniche – ricche di soldati francesi, italiani e napoletani filo repubblicani - dai lazzari e da una plebe che ancora credono di dover combattere,contro l’invasore straniero, per un ideale monarchico. Championnet è sorpreso dalla difesa della plebe, che disputa ogni piccolo spazio al fuoco ed ai nemici, che si batte con coraggio inaudito, tanto da far annotare al duce francese che “gli scalzi e cenciosi napoletani pugnarono in quel giorno come i giganti fulminati da ogni parte”.

L’alba del 21 gennaio si apre con la conquista della fortezza di Sant’Elmo da parte dei repubblicani napoletani. Il generale Championnet, cercando di limitare i danni della battaglia che si sta combattendo, cerca di indurre alla resa i Napoletani con un proclama:  “Il vostro tiranno, napoletani, ha da se stesso abdicato al trono, provocando la nazione francese, della quale sperimentato avea la clemenza.Voi non avete più re; rientrate nei vostri diritti già da tanto tempo usurpati. Avrete un governo libero e repubblicano,fondato sui principi dell’uguaglianza: gli impieghi non saranno più il patrimonio esclusivo dei nobili e dei ricchi, ma la ricompensa dei talenti e delle virtù.

Ricevete i Francesi come amici e liberatori e respingete le istigazioni perfide di coloro che vorrebbero eccitare in voi la diffidenza ed il timore. Le vostre proprietà, il vostro culto sono sotto la garanzia della lealtà francese. Oramai un santo entusiasmo si è manifestato in tutti i luoghi per dove siamo trascorsi, la coccarda tricolore è stata innalzata, gli alberi della libertà sono stati piantati, le municipalità e le guardie civiche organizzate. I satelliti della tirannia fuggono dinanzi a noi, come la polvere spinta dai venti, e i patriotti proscritti da lungo tempo si radunano intorno alle nostre bandiere repubblicane: dichiaratevi senza timore: organizzate legioni, create municipalità, che sono le prime magistrature popolari; abbiate guardie nazionali, alzatevi per mantenere i vostri diritti; i destini dell’Italia debbono adempiersi, e voi ancora siete chiamati a godere i benefici del governo repubblicano”.

Ma la battaglia continua; anzi infuria a San Carlo all’Arena, a Porta San Gennaro, ai Vergini,alla Pigna (attuale piazza Cavour), dove combatte eroicamente il lazzaro Michele ‘o Pazzo, strenuo difensore delle idee monarchiche. Anzi,insieme al lazzaro guerriero, si manifesta anche l’avversione alle truppe francesi degli studenti di medicina al largo della Pigna e dei frati della Pace del convento della Vicaria.

La notte tra il 22 ed 23 gennaio Championnet decide di sferrare l’attacco definitivo.

Così,all’alba del giorno 23, il generale Rusca assalta il bastione del Carmine, Kellerman  muove verso Castel Nuovo e Championnet, riunite le divisioni di Duhesme e Broussier,combatte contro i lazzari, guidati da Michele ‘o pazzo, ai Vergini, a Porta San Gennaro ed in Largo Pigne. Nelle strade si contano i cadaveri di oltre duemila lazzari e circa mille francesi.

Lo stesso giorno 23 gennaio, però, le truppe francesi riescono a far prigioniero, tra gli altri, una pedina importante del fronte avverso: Michele ‘o pazzo. Il fortunato arresto del capopopolo Michele ‘o pazzo ed il conseguente repentino passaggio di quest’ultimo alla causa francese chiudono la battaglia e consegnano Napoli a Championnet.

Championnet, infatti, intuisce, nel momento stesso della cattura di Michele ‘o pazzo, che la partita sta per risolversi a tutto vantaggio della Francia. Avvicinandosi al capo lazzaro prigioniero, affettatamente dice:  “Onore al bravo popolo di Napoli. Onore ai valorosi lazzari, lodato sia San Gennaro, che li renderà amici del popolo francese.

Voi, o amici miei, lottate come giganti da quattro giorni, contro un esercito invincibile finora, ma è follia continuare la battaglia. Guardate i castelli: su i loro merli sventola la bandiera della nostra repubblica, ad una mia parola Napoli in poche ore è un mucchio di ceneri. Ma senza questo la vostra lotta è dissennata. Noi non vogliamo guerra con voi, ma col vostro tiranno, che attaccò noi, e precipitò voi nell’abisso. Combattete per un codardo principio che vi rubò i tesori e abbandonò il fedele suo popolo. Voi foste venduti non a noi ma agli Inglesi da quel traditore di Acton, che è fuggito vilmente come il re… I Francesi sono vostri amici, essi vi arrecano tranquillità e pace; essi vi arrecano libertà e benessere, un migliore governo e l’uguaglianza davanti alla legge. Da ora innanzi non vi ha più divario dal lazzaro al principe, voi tutti siete fratelli, come tutti i Francesi sono fratelli…”.

Alcuni repubblicani timidamente gridano:  “Muoia Acton…abbasso gli Inglesi…Morte a Nelson ed alla druda”.

E i soldati francesi: “Viva la libertà…vivano i napoletani”.

E il popolo napoletano: “Viva il generale Championnet…viva la Francia ed i Francesi”.

Il rumore della battaglia è ormai definitivamente scomparso. Nelle strade non si combatte più; si ritornano ad addobbare finestre e balconi.

Championnet, generale ora amato ed applaudito dalla folla che nel comandante francese ripone ogni speranza di futuro, pubblica il suo primo editto:  “Napoletani, siete liberi. Se voi saprete godere del dono di libertà la repubblica francese avrà nella felicità vostra largo premio delle sue fatiche, delle morti e della guerra. Quando ancora fra voi alcuno amasse il cessato governo sgomberi di sé questa libera terra, fugga da noi cittadini, vada schiavo tra schiavi. L’esercito francese prende nome di esercito napoletano ad impegno e giuramento solenne di mantenere le vostre ragioni e trattar per voi le armi, ogni volta giovi alla vostra libertà. Noi francesi rispetteremo il culto pubblico e i sacri diritti della proprietà e delle persone. I vostri magistrati per paterne amministrazioni provvedano alla quiete ed alla felicità dei cittadini, svaniscano gli spaventi dell’ignoranza, calmino il furore del fanatismo, sieno solleciti a pro nostro quanto lo è stata contro di noi la perfidia del governo”.

Uno dei primi provvedimenti francesi è il divieto di suonare le campane, che “sonar dovessero solamente il mezzogiorno, alle ventiquattro, ad un’ora di notte, e non in altre ore”. I responsabili di eventuali infrazioni sono considerati i preti ed i monaci. I repubblicani temono che il suono delle campane possa essere un segnale di raccolta dei controrivoluzionari. Ma i napoletani non sanno vivere senza il batacchio che scandisce il tempo, la festa, la vita e la morte; chiedono, quindi, il ripristino ai Francesi ed ottengono che “sfabricati e rifabricati siano molti campanili”. 

Quindi il generale francese, dopo averla dichiarata proprietà nazionale, occupa la reggia di Ferdinando e Carolina. Le feste appena bandite già hanno cancellato il sangue dei tremila napoletani e dei duemila francesi caduti nella battaglia dei giorni precedenti.

 

 

 

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