Ignazio Ciaia: cantore di liberta’ ed uguaglianza

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Nel XVIII secolo l'instaurazione  della nuova monarchia borbonica consentì al Regno di Napoli  di uscire dall’oscurità vicereale e di intraprendere un cammino di riforme e di ammodernamento dello Stato.

La nascita di una nuova borghesia della terra e delle professioni,  fu promotrice di un riformismo attivo finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita e alla partecipazione attiva nell'amministrazione. I nuovi borghesi   denunciarono le ingerenze della Chiesa e combatterono contro i privilegi e le disuguaglianze sociali. Numerosissimi furono gli  intellettuali che per difendere quelle istanze illuministiche persero poi la vita nella rivoluzione napoletana del 1799.  

Ignazio Ciaia poeta, eroe e martire del  1799, autore di versi di forte tensione morale e civile, profuse un grande impegno politico nel disegno rivoluzionario e costituzionale della Repubblica Napoletana. Giunto a Napoli da Fasano, frequentò le conversazioni e i circoli patriottici più compromessi, portando al centro dei suoi interessi la politica. Si avvicinò anche alla poesia, considerata il mezzo più elegante di espressione.

Alcuni critici letterari  ne hanno evidenziato l'asperità e la ruvidezza della scrittura, esplicitano la scelta consapevole di un urgente contenuto di impegno morale.

Durante la rivoluzione del 1799, sospettato di congiura, venne imprigionato in celle tanto basse da non consentirgli di rimanere in piedi.

In quella segregazione la sua ispirazione si fece cupa e disperata, pur mantenendo viva la sua fede negli ideali di giustizia e libertà. Ciaia rappresenta uno degli esempi più nobili di poesia civile che ripudia le eleganze e i modi dell'Accademia neoclassica.

Decisivo fu l'incontro con Carlo Lauberg, un ex frate scolopio, originale figura di scienziato e uomo di azione, al quale il Ciaia si sentì subito legato da fervida amicizia e da comunità di ideali.

Attraverso l’Accademia delle chimica, da lui fondata a Napoli nel 1792, il Lauberg aveva diffuso le idee giacobine fra studenti e giovani che ardevano di realizzare i principi della Rivoluzione francese e ne discutevano i testi e i fondamenti ideologici.

All'Accademia subentrò la Società patriottica, nata sul tronco dell'antica massoneria, nella quale sia il Lauberg che il Ciaia ebbero un posto di primo piano, destando i sospetti della corte borbonica, che appunto per reprimere ogni forma di cospirazione, su istigazione di Maria Carolina, divenuta più intollerante e spietata dopo il regicidio di Parigi, nominò una giunta di Stato per la ricerca e la punizione dei sospetti.  

Il Ciaia sfuggì alla prima repressione che si concluse nel 1794, benché fosse coinvolto nell'accusa di aver collaborato con Lauberg alla traduzione italiana della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e di aver partecipato alle cospirazioni che portarono all'arresto di numerosi patrioti e all'impiccagione, il 3 ott. 1794, di tre giovani, Emanuele De Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani.

Il Lauberg si mise in salvo con la fuga, per proseguire la sua opera in Francia e rientrare a Napoli nel 1799 al seguito delle truppe francesi. Il Ciaia gli dedicò una elaborata ode, alla quale si aggiunse l'anno successivo una canzone Alla Francia, in cui venivano ribaditi gli ideali repubblicani e l'attesa del liberatorio intervento francese.

Dopo i processi del 1794 riparò a Fasano, ma quando a Napoli il primo ministro Acton assunse personalmente la direzione delle indagini, il 26 luglio 1795 fu arrestato,  forse per il ritrovamento in casa sua di una lettera dal contenuto sospetto a firma di Ettore Carafa inviatagli da Parigi.

Dei tre anni trascorsi in carcere sono scarse le testimonianze, rappresentate principalmente dalle ultime poesie, le più malinconiche e sconsolate, e da due lettere ai genitori.

Tuttavia, in una pur così scarna documentazione letteraria, emerge, oltre alla matura raffinatezza dei mezzi espressivi nelle poesie, una ardentissima e intrepida fede nei valori della libertà, di cui la Francia sembrava in quel momento depositaria e garante presso i popoli oppressi, fede che appariva sempre accompagnata dalla ferma consapevolezza storica della  necessità di una rivoluzione e della fine certa di ingiustizie e disuguaglianze.

La liberazione del Ciaia avvenne il 25 luglio 1798 per effetto di "rescritto sovrano" e al termine di un lungo processo, sollecitato dall'opinione pubblica e anche delle mutate relazioni della corte borbonica con la Francia.

Tra i "rei di Stato" degli anni 1794-95, oltre al Ciaia, furono dimessi dalle carceri ventotto "giacobini": gli altri lo furono all'arrivo delle truppe francesi l'anno successivo.

Il Ciaia, privato dell'ufficio statale da lui ricoperto, ritornò a Fasano, ma nel settembre dello stesso anno, a seguito di una perquisizione nella sua casa di Napoli, fu di nuovo arrestato e relegato a Bisceglie. Frattanto, dopo l'infelice intervento di Ferdinando IV nella coalizione antifrancese e la marcia nello Stato pontificio, seguita dalla precipitosa ritirata dell'esercito borbonico al comando del generale Mack, i Francesi entrarono in Napoli il 23 gennaio 1799 con alla testa il generale Championnet, che proclamò subito la Repubblica e chiamò il Ciaia a far parte del governo provvisorio costituito da 25 membri e presieduto dal Lauberg.

L'arrivo a Napoli del Ciaia fu segnalato dal Monitore napoletano (n. 5) del 16 febbraio: evidentemente il Ciaia, liberato a Bisceglie, volle recarsi a Fasano per riabbracciare i suoi parenti prima di partire per Napoli.

Pochi giorni dopo, il 19 febbraio, successe al Lauberg come presidente. Come membro del governo provvisorio era stato assegnato al Comitato centrale uno dei sei comitati in cui si divideva la municipalità. La sua presidenza durò fino al 23 marzo; passò quindi a far parte della Commissione esecutiva di cinque membri, insediata a Castel Nuovo per la difesa della città che, dopo la partenza dei Francesi l'11 giugno, era assediata da truppe borboniche e dai "lazzari" scatenati dal cardinale Ruffo.

Il 19 giugno, ottenuta la promessa di capitolazione  a seguito delle trattative condotte dal cardinale Ruffo, i patrioti, e tra essi il Ciaia,  si imbarcarono sulle navi da trasporto della flotta inglese per essere espatriati in Francia; ma poi i borbone non mantennero i patti, per cui nei giorni successivi i mancati esuli furono fatti sbarcare e tradotti nelle carceri in attesa di processi sommari e le conseguenti sentenze di morte per Lesa Maestà.

L'esecuzione del Ciaia fu fissata per il 29 ottobre. Ancora una volta si trovò unito in quel triste destino con i suoi compagni Mario Pagano e Domenico Cirillo, ai quali si aggiunse nelle ultime ore Giorgio Pigliacelli, impiegato governativo. L'esecuzione, per impiccagione, avvenne nel Castello del Carmine e furono poi seppelliti nei sacelli dell’omonima chiesa.

Ignazio Ciaia  ha rappresentato il tipico esempio di quella classe colta, di provenienza aristocratica o borghese, che si illuse di poter realizzare, dopo l'89 francese, quel passaggio dal riformismo illuministico alla istituzione di liberi ordinamenti repubblicani, che avrebbe dovuto costituire lo scopo finale della rivoluzione napoletana del 1799.

La figura del Ciaia, come scrisse Benedetto Croce, rappresenta "una delle più belle anime e uno dei più squisiti ingegni di quella generazione". Di lui ci restano solo dieci poesie, gli unici componimenti che non sono andati perduti  tra rivoluzione e reazione.

 

 

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