Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La Chiesa agnonese e la svolta del 1799

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Panorama di Agnone con campaniliQuando  sopraggiunsero  anche in Agnone  gli effetti della Rivoluzione Francese, che determinarono la sua adesione alla fugace ma intesa esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, la Chiesa aveva costituito per secoli in questa città un potere molto importante.

Agnone, sita nella diocesi di Trivento, ha una rilevante tradizione cattolica non solo per quanto riguarda il clero secolare, ma soprattutto per la presenza degli ordini religiosi.  E’ una città che, sorta nel Medioevo in epoca benedettina, ha subìto inizialmente gli influssi di due importanti monasteri: Montecassino e S. Vincenzo al Volturno. Successivamente si è affermato in essa il francescanesimo nelle sue varie versioni. Non sono mancati anche altri ordini religiosi. In questa città c’è stata la presenza di Santi e Beati, come S. Celestino V, S. Giovanni da Capestrano e S. Francesco Caracciolo.

Secondo gli “Statuti e i Capitoli de la Terra di Agnone”, pubblicati da don Filippo la Gamba (Athena Mediterranea, Napoli 1972), che vanno dal 1440 al 1675, salvo una lacuna intermedia,  la Chiesa, durante questo periodo, svolgeva un ruolo rilevante in Agnone.

A conferma della sua influenza sulla vita politica e civile, basta solo pensare che gli Statuti  vennero promulgati in due chiese della città (S. Francesco e S. Croce), oltre che nella Piazza del Mercato, e riportano diverse norme di carattere religioso.

Nei due secoli che precedono il 1799, si può assistere a un crescendo del potere della Chiesa in Agnone.

A conferma di ciò c’è il libro scritto dall’antropologo americano William A. Douglass, apparso prima negli Stati Uniti e poi tradotto e ripubblicato in Italia ("L’emigrazione in un paese dell’Italia meridionale. Agnone: tra storia e  antropologia", Giardini, Pisa 1990).

In esso viene rilevato come il potere della Chiesa si manifestava anzitutto nel considerevole numero degli edifici religiosi (chiese e conventi).

Si parla di ventidue nel centro abitato e di trentaquattro nell’agro nell’anno 1680. Un numero notevole rispetto alla popolazione che nel 1648 era costituita di 843 famiglie.

Agnone, Chiesa di San FrancescoTalvolta la vicinanza di queste costruzioni anche oggi in Agnone colpisce.  Basti pensare che le chiese della SS. Annunziata, di S. Giacomo Apostolo  (detta anche della Trinità) e il convento dei Filippini formano un unico complesso, per cui sono unite tra loro, e che le chiese di S. Francesco con attiguo monastero, di S. Biase e di S. Croce sono vicinissime e divise solo da strette strade. Meraviglia anche la varietà dei numerosi campanili.

In quel tempo il Vescovo di Trivento aveva un suo palazzo ad Agnone, adibito anche a seminario. Nel 1615 – secondo un rapporto di un rappresentante del Vescovo – in questa città c’erano trenta preti, ventotto seminaristi e sei diaconi. Non erano inclusi in questo rapporto i monaci e le suore degli  ordini religiosi.

L’Onciario del 1753 registra la presenza in Agnone di 65 preti. In esso risulta che il clero e le altre istituzioni religiose possedevano il 62,61 % delle terre coltivate, di cui l’11,62% dei vigneti. E così delle 1178 vigne elencate nell’Onciario, 842 e cioè il 71,48% avevano su di esse un’ipoteca religiosa così come il 39,60% delle terre seminate di Agnone.

Inoltre le chiese parrocchiali della città possedevano un monte frumentario per opere pie o di carità. Essi svolgevano la loro funzione in epoca di carestie o per prestare ad interesse il grano per la semina ai contadini più disagiati.

Anche il prestito di denaro costituiva un’altra attività della chiesa. L’ Onciario del 1753 elenca 1.127 prestiti. Di questo totale 1.099, ossia il 97,52% delle cedole, erano dei vari enti religiosi.

Il Douglass, dopo aver rilevato  i grandi ricavi effettuati dalle istituzioni ecclesiastiche in Agnone, che superavano di gran lunga la spesa municipale, conclude dicendo “Verso l’ultimo secolo dell’epoca feudale, la Chiesa era il solo potere autorevole negli affari di Agnone. Né il Principe e i baroni locali, né l’università potevano tenerle testa in termini di pura copertura economica”.

Questa era la situazione della Chiesa ad Agnone prima del 1799.

Allorquando l’ esercito francese conquistò il Meridione dell’Italia e si avvicinò anche a questa città, dove sopraggiunse un suo proclama di adesione alla Francia Rivoluzionaria, è vero che uno dei primi che si mostrò favorevole fu il sacerdote don Giuseppe Lucci. Ma in fondo fu un caso isolato, perché, eccetto lui, in Agnone nessun altro sacerdote aderì alla Francia e alla Repubblica Napoletana. Per la verità bisogna dire che la partecipazione alla Repubblica ci fu soprattutto da parte dei liberali agnonesi, tra cui in particolare, Libero Serafini. Il clero di Agnone si mostrò fondamentalmente tradizionalista e realista.

Agnone, monumento a Libero SerafiniQuesta asserzione è dimostrata da più di un avvenimento. Fu un sacerdote, un certo don Giuseppe de Cristofaro, che verso il 10 di maggio 1799, quando le sorti della Repubblica Napoletana volgevano al peggio, spinto dai realisti agnonesi, si recò a Lanciano dal Pronio per pregarlo di mandare il suo esercito in Agnone per recidere gli alberi della libertà e restaurare il potere del Re.

Il Pronio, raccolto l’invito,  nominò  suoi delegati, secondo il racconto di Alfonso Perrella ("L’anno 1799 nella Provincia di Campobasso",  Caserta 1900),  i sacerdoti Giuseppe de Cristofaro  e don Giuseppe Daniele, parroco della Chiesa di S. Antonio di Agnone. Furono questi due sacerdoti, che invitarono Fedele Federico, commissario del Pronio, che si trovava a Castiglione Messer Marino a venire in Agnone. Infatti fu costui che il 27 maggio 1799 con 30 armati entrò in questa città, recise gli alberi della libertà e vi riaffermò il potere del Re. In trechiese agnonesi fu cantato il Te Deum.

Perrella ha anche scritto che le  campane delle chiese di S. Emidio e di S. Antonio suonarono a festa a favore dei realisti. Si è parlato - da parte di qualche altra fonte storica - di sacerdoti agnonesi che andarono incontro al Fedele, prima che questi entrasse in Agnone.

In verità il clero di questa città, quando si concluse l’esperienza repubblicana, che l’aveva intimorito, mostrò quello che era veramente il suo intento, cioè quello di rimanere: fedele alla tradizione, sia cattolica che realista.

Anche se tutto tornò a tacere con il rientro del Re a Napoli, si può certamente affermare che rimase fortemente impressa nella memoria degli agnonesi l’impiccagione ad Avellino di Libero Serafini, verificatasi l'11 giugno 1799. E ciò è dimostrato anche dal fatto che in Agnone c’è solo a lui un monumento intestato, e non – come sarebbe altrettanto giusto – anche a qualche altro uomo illustre o santo di questa città.

E’ bene sottolineare che don Giuseppe Lucci, il sacerdote che aderì alla Repubblica Napoletana,  fu l’iniziatore, anche se sfortunato, di un orientamento nuovo tra i sacerdoti di Agnone. Infatti parecchi di essi, come Ippolito Amicarelli, Giuseppe Nicola D’Agnillo, Ascenzo Marinelli, Baldassarre Labanca, cioè i più famosi dell’Ottocento, vennero influenzati dall’ideale illuministico e liberale.  Questi sacerdoti contribuirono mo0lto a rendere celebre Agnone, come “ l’Atene del Sannio”.

Durante i circa 10 anni di governo francese nel Regno di Napoli (1806-1815), prima con Giuseppe Buonaparte e poi con Gioacchino Murat, tramite i decreti del 1807 e 1809, alcuni  ordini religiosi furono soppressi, per cui in Agnone scomparvero i Celestini, il cui convento era stato attivo accanto alla chiesa di Maiella per oltre 5 secoli. In questi anni di governo francese molte furono le limitazioni apportate alla vita religiosa, per cui ci fu un ridimensionamento della proprietà ecclesiastica.

Anche il governo successivo dei Borboni,  pur chiaramente favorevole alla Restaurazione, cattolico e difensore della Chiesa, lasciò tuttavia in vita alcune riforme liberali svolgendo, come era nella tradizione della casa reale, una politica religiosa di relativo contenimento dell’influenza dell’istituzione ecclesiastica. Dopo la bufera rivoluzionaria tutto sembrò ritornare come prima, ma in effetti non fu così: molte cose erano cambiate soprattutto nella mentalità delle persone.

Anche se, a causa dei nuovi eventi,  il potere ecclesiastico in Agnone fu ridimensionato per quanto riguarda le proprietà, spesso acquistate dai galantuomini liberali, e gli stessi edifici religiosi incontrarono difficoltà nelle loro manutenzione, per cui qualcuno in seguito scomparve, si rimane tuttavia meravigliati dell’alto numero di sacerdoti, monaci e monache presenti in Agnone nel 1866,  quando furono soppressi nella città i conventi di S. Francesco, S. Bernardino e dei Cappuccini. Infatti il libro “Agnone francescana” del sacerdote don Nicola Marinelli, pubblicato nel 1927, riporta elenchi che attestano che nella città vi erano 64 sacerdoti secolari, 36  frati francescani, 11 frati di altri ordini, 30 clarisse agnonesi, 6 clarisse forestiere. Inoltre sono nominate anche altre 16 monache agnonesi di ordini diversi che vivevano fuori Agnone.

Grandi furono le difficoltà sorte a tutti queste persone nel momento in cui avvenne la soppressione dei conventi e, dopo la Breccia di Porta Pia, cominciò il lungo periodo di attrito tra lo Stato e la Chiesa. Se si pensa che in Agnone nel 1866 – come sopra detto - erano complessivamente presenti 147 persone, facenti direttamente parte della Chiesa, e oggi nel 2015, pur considerando il dimezzamento della popolazione dovuta all’emigrazione, vi sono solo 6 sacerdoti secolari, nessun rappresentante del monachesimo maschile e femminile, nonché due sacerdoti agnonesi fuori Agnone, si può immaginare quanto sia stato grande il declino della Chiesa in questa città.

Fu certamente il 1799, l’anno fatidico della svolta, in cui nel Meridione d’Italia cominciò  la riflessione soprattutto tra gli intellettuali di una rivoluzione che attuasse in concreto i principi di giustizia e libertà nella società, che coinvolse anche la Chiesa. Ovviamente tutto era conseguenza della sopraggiunto pensiero illuminista e liberale diffuso in Europa dalla Rivoluzione Francese.

A tanti anni di distanza da quegli avvenimenti ci si chiede: il pensiero illuminista e quello cristiano erano veramente così incompatibili e lontani spiritualmente  da doversi fare guerra tra loro?  I principi di amore e di salvezza di cui ha parlato il Cristo erano tanto diversi da quelli illuministici racchiusi nel motto “Liberté, égalité, fraternité”?

Io sono certo che essi erano compatibili e che era possibile un incontro tra loro. Ma ciò non accadde perché la Chiesa si mostrò  troppo favorevole al connubio tra il trono e l’altare, per cui fu vista troppo legata al potere dell’ “ancien régime”. Si era molto arricchita, anche se i suoi principi proponevano la fratellanza tra gli uomini. Ben si comprende che ciò era anche dipeso a causa di lasciti alla Chiesa da parte di fedeli, che così credevano di acquisire meriti agli occhi di Dio. Ma non poteva che apparire strano che un’istituzione si arricchisse per motivi spirituali.

I liberali e gli anticlericali pur giustamente criticando gli sbagli della Chiesa, assolutizzarono però a tal punto le loro critiche da non scorgere più il messaggio d’amore che essa da sempre diffonde e spesso sottovalutarono quanto sia profonda nell’uomo la  necessità di Dio.  E’ strano che ci sia stata tanta ostilità tra cattolicesimo e illuminismo che in fondo avevano principi simili.

A mio avviso, in questa storia, coloro che, pur essendo religiosi, aderirono alla rivoluzione illuministica e repubblicana, dando spesso anche la vita, furono  forse quelle persone che intravidero più degli altri che la via di uscita era in un ritorno alle origini fraterne e non mondane della Chiesa e in un atteggiamento illuminista della ricerca della giustizia e della libertà senza eccessivi risentimenti e violenze.

Il vero responsabile di questi contrasti è stata l’incapacità dell’uomo di riuscire a vivere i propri ideali, cioè lo smarrimento  e le  contraddizioni che spesso lo animano. E’ una storia che non è ancora finita. L’accordo sarà possibile con la crescita dell’uomo non solo verso la  direzione della libertà e della giustizia, ma anche dell’umiltà, della reciproca umana misericordia, della fratellanza e della libera fede in Dio.

La verità era sia nel pensiero della Chiesa che in quello illuminista,  tanto è vero che essi continuano ad essere i protagonisti della storia attuale. Se questi due pensieri non conoscono tramonti, ciò significa  che la verità è, a suo modo, in essi presente. Il loro incontro è certamente possibile dal punto di vista etico, mentre dal punto di vista religioso la coscienza di ogni persona deve decidere liberamente. 

E la vera strada da perseguire quindi non può essere che quella della crescita morale, e per chi crede anche religiosa,  e di vedere la fede e la ragione non in contrasto ma in accordo tra loro.

 

 

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