Andrea Vitaliani, ‘Repubblica o morte’.

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Francesco Lapegna: Una riunione dei giacobini napoletani nel 1794.Era conosciuta la forza interiore di Andrea Vitaliani, il suo coraggio anche perché aveva dovuto sopportare nel 1794 l'impiccagione di suo fratello Vincenzo e lui si sentiva un privilegiato per essere scampato in quel tempo al patibolo.

Quegli anni dopo la morte del fratello, passati prima in esilio e poi a battersi per la difesa della Repubblica Napoletana nel 1799, avevano fortificato il suo carattere a tal punto che non meravigliò affatto il suo comportamento in prigione dopo la sconfitta della Repubblica.

L'orologiaio Andrea Vitaliani non sperava e non si disperava in prigione; passava per lo più il suo tempo a suonare la chitarra.

Avrebbe compiuto 38 anni tre giorni dopo la sua impiccagione, ma la sua famiglia era stata mutilata e dispersa dalla lunga lotta al regime borbonico in nome della libertà e dell'uguaglianza repubblicane, per cui la sua fierezza, pur invidiabile, era nota.

Nato il 23 luglio 1761 a Porto Longone, in provincia di Livorno, piccolo centro situato sulla costa dell’isola d’Elba, si trasferì insieme al fratello a Napoli, dove furono tra i promotori del club “Repubblica o morte” e dopo la scoperta della congiura del 1794, che portò alla morte del fratello, con Emanuele de Deo e Vincenzo Galiani, fu esule nel piccolo territorio della Repubblica di Oneglia. Qui giungevano i profughi dal Piemonte e dal Regno di Napoli, accolti dallo stesso Filippo Buonarroti, il quale si mostrava particolarmente entusiasta per quei rivoluzionari “tutti giovani, ardenti ed istruiti”.

Il Vitaliani ebbe anche parte attiva nell’organizzazione della congiura siciliana di Francesco Paolo di Blasi nella primavera del 1795.

Ritornò a Napoli dopo la proclamazione della Repubblica Napoletana insieme al generale Championnet il 23 gennaio 1799. Durante il semestre repubblicano  dal Governo Provvisorio ebbe incarichi nella Municipalità.

Dopo la sconfitta della Repubblica, fu catturato il 15 giugno e condannato a morte.

Di lui, narrò  Vincenzo Cuoco,  in prigione era solito suonare la chitarra e continuò a suonarla e a cantare fino all’ora di avviarsi al suo destino. Uscendo dalle carceri disse al custode: “Ti raccomando i miei compagni”, essi sono uomini, e tu potresti essere infelice un giorno al pari di loro” Era il 20 luglio 1799  quando con animo intrepido si avviò al patibolo lasciando la sua orma indelebile nella storia di Napoli.

 

 

Bibliografia:
Valentino Siani, 1799. Napoli, la rivoluzione, Edizioni Osanna, 1999
Vincenzo Cuoco, Saggio Storico sulla rivoluzione Napoletana del 1799, Edizione Rizzoli, 1966

 

 

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