Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 1799. Cap. III - Il re Ferdinando IV di Borbone (2)

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Al compimento del sedicesimo anno, nel 1767, Ferdinando è proclamato Re delle due Sicilie. E’subito soppresso il Consiglio di reggenza. I reggenti divengono consiglieri e Tanucci assume la carica di primo ministro. Nei primi anni di regno di Ferdinando si sopprimono molti conventi, si limitano i patrimoni dei preti e si impediscono le elemosine per le feste e le processioni. E, sulla scorta di quanto è avvenuto in molti paesi europei, si espellono anche i Gesuiti.

Su consiglio del Tanucci, poi, Ferdinando tratta il matrimonio con Maria Giuseppa d’Austria, figlia dell’imperatore Francesco I. Alla vigilia del viaggio a Napoli la giovane austriaca, però, muore; il suo posto è preso dalla sorella Maria Carolina, che, nel 1768, diventa – a sedici anni- regina e padrona del regno borbonico. Il matrimonio è sfarzoso; grandi sono le  feste che durano parecchi mesi. Il re stesso mesce continuamente vino ai commensali e nel suo dialetto ricorda che quella bevanda “vene da Somma, ed è annevato (ghiacciato)”.

Dopo il matrimonio il re continua la sua vita ricca di bagordi, cacce ed amori  passeggeri. Al governo ci pensa il Tanucci, che sviluppa una forte politica a favore dell’istruzione pubblica, prelevando gran parte delle rendite sottratte ai Gesuiti. Quando, però, la regina Maria Carolina, in ossequio al contratto matrimoniale, dopo la nascita dell’erede al trono Carlo Tito, nel 1775, entra nel Consiglio di Stato, lo scenario politico cambia.

Nel 1776, infatti, Tanucci, accusato di essere troppo vicino alla corona di Spagna, è esonerato dalla carica di primo ministro. Al suo posto, fortemente voluto dalla regina, è nominato Giuseppe Beccadelli  Bologna, marchese della Sambuca, per anni ambasciatore a Vienna.

Quindi, alimentando un disegno filoaustriaco ed antifrancese, la regina riesce a far nominare, nel 1778, l’ammiraglio inglese John Acton con l’incarico di riordinare l’esercito e creare una forte flotta del regno. In questo periodo, in ogni caso, il regno si segnala per un forte riformismo che si concretizza nella revisione degli studi universitari, nel rinnovamento degli uffici della pubblica amministrazione e di quelli della giustizia.

Grande impulso è dato al campo della cultura. Anche le opere pubbliche godono di un intenso fervore operativo. Si migliora l’assetto viario del paese e si ripristina la fabbrica di porcellane all’interno del parco di Capodimonte. Nel triennio 1776/1779 sono inaugurati il Real Teatro del Fondo (Teatro Mercadante), la villa di Chiaia, il grandioso deposito dei Granili. Nel 1790 è inaugurato, poi, il teatro san Ferdinando.

Il 1789 è l’anno dello sviluppo manifatturiero e dell’avanzata legislazione sociale di san Leucio. In questo centro nei pressi di Caserta, Ferdinando fonda una colonia a cui destina duecentoquattordici operai, di entrambi i sessi, impegnati nella lavorazione della seta. Nel contempo nel centro casertano si sperimenta un progetto di vita comunitaria derivante dalle dottrine umanitarie dell’epoca.[1]

Le regole sociali a cui gli abitanti di san Leucio si devono adeguare sono racchiuse nel codice ferdinandeo (redatto da Antonio Planelli con la consulenza di Gaetano Filangieri) “Origine della popolazione di san Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi. Colle leggi corrispondenti al buon governo di essa di Ferdinando re delle due Sicilie”. Ma san Leucio è anche un terreno di caccia per il re Borbone.”

"Questa colonia di san Leucio era qualche cosa di assai piacevole. Era un grazioso villaggio a tre o quattro leghe da Napoli, appartenente, corpi e beni, al re: solo le anime appartenevano a Dio, il che non impediva al diavolo di averne la sua parte. San Leucio, salvo il turbante e il laccio, era diventato il serraglio del sultano Nasone. Come lo scià di Persia, avrebbe talvolta potuto partecipare ad amici e conoscenti ottanta nascite nello stesso mese. Perciò la popolazione di san Leucio ha ancora oggi privilegi di cui non gode nessun altro villaggio delle due Sicilie: i suoi abitanti non pagano le tasse e sono esenti dalla leva. Inoltre ognuno,quale che sia la sua età e il suo sesso, ha la pretesa di essere più o meno parente dell’attuale re. I più anziani lo chiamano “nipote mio”, i più giovani “cugino mio".

Il 1789, infine, è l’anno in cui, dopo la prematura morte di Domenico Caracciolo, John Acton è nominato primo ministro.

Acton è sicuramente uno degli amanti della regina. Il popolino, che cerca sempre di giustificare il proprio re, convinto com’è che il sovrano è vittima  dei consigli della moglie e del suo amante, canta:

 

                                              Scétate, Maistà, ch’è fatto iuorno!

                                              Nun penzà chiù ‘a caccia e a li ffigliole!

                                              Vide che fa Munzù [Monsieur Acton] cu la Maesta!

                                              Penza ch’ire ciuccio e mo’si ciervo!

                                              Mena a mazza; si no, si re de cuorno.

 

Dopo la Rivoluzione Francese nel regno di Napoli nasce la paura per il pericolo giacobino. Ferdinando fa infittire il controllo poliziesco.

Poi l’esecuzione dei sovrani di Francia acuisce l’odio di Maria Carolina (Maria Antonietta è sua sorella) nei confronti della Francia. E la regina diventa l’ispiratrice di tutta la politica estera del regno borbonico,fino ai giorni fatidici  che portano Ferdinando ad occupare la città di Roma ed a dichiarare guerra alla Francia. Dal 1798, quindi, si contano i giorni più difficili per Ferdinando IV, che, dopo l’occupazione della Repubblica Romana, combatte ed è sconfitto, scappa a Palermo, abbandona Napoli in piena rivolta, procede,poi,ad una sanguinosa repressione e ad una faticosa riorganizzazione del suo regno. Il tutto in pochissimi mesi!

E la plebe napoletana, che conosce tutte le infamie della corte, dei generali e dei soldati, cantando schernisce:      

    

                                       Meza patacca, meza patacca, [2]

                                       ma si spara ‘o tric tracche

                                       nuje fuimmo chieni ‘e cacca.

 

Dopo la sconfitta subita a Roma ad opera dell’esercito francese, Ferdinando, dunque, scappa subito a Napoli. E lo fa da pavido e traditore. Finge, infatti, di voler visitare le trincee, invece monta su una carrozza che lo porta verso Napoli. Anzi, addirittura pretende ed ottiene di scambiarsi le vesti,per maggiore sicurezza, col duca d’Ascoli, che si traveste da re. Così il codardo Ferdinando abbandona il suo esercito dimenticando che solo qualche giorno prima, l’8 dicembre 1798, ha firmato un decreto che dice: “Nell’atto che io sto nella capitale del mondo cristiano a ristabilire la santa chiesa, i Francesi presso i quali tutto ho fatto per vivere in pace minacciano di penetrare negli Abbruzzi. Correrò con poderoso esercito ad esterminarli; ma frattanto si armino i popoli, soccorrano la religione, difendano il re e il padre, che cimenta la vita pronto a sacrificarla per conservare ai suoi sudditi gli altari, la roba, l’onore delle donne, il viver libero. Rammentino l’antico valore. Chiunque fuggisse dalle bandiere o dagli attruppamenti a masse andrebbe punito come ribelle a noi, nemico alla chiesa ed allo stato”. E’parola di re che non vale per il re!

La città di Napoli è incredula ed i napoletani si sentono sbandati.

“Questa mattina si diceva che il vascello ov’è imbarcato S.M. fosse a Baia,che il Re stesse poco bene,come pure il principe ereditario, che la neonata infanta fosse pericolata… Più tardi si è sparsa la voce che il Re volesse calare a terra e gli Inglesi glielo avessero negato, dicendo volerlo tenere per ostaggio fino a che l’impero e la Spagna non si dichiarassero contro la Repubblica francese… Finalmente si dice che tutte sieno ciarle, e che il vascello sia in alto mare, né si abbia altra notizia”.

I sovrani, a bordo del vascello inglese “Vanguard”, si portano via  anche i fondi del tesoro ed immense ricchezze d’arte.Un editto reale comunica agli increduli napoletani che il re  va in Sicilia a raccogliere rinforzi, lasciando al governo di Napoli il Vicario generale Francesco Pignatelli ed al comando dell’esercito il generale Mack.

La traversata, per le condizioni del mare, è faticosa e piena di pericoli. Prima di giungere a Palermo un lutto colpisce la famiglia reale: muore Alberto, il più piccolo dei figli dei Borbone.

Quando le navi che trasportano la corte in fuga approdano finalmente a Palermo, c’è una vera festa popolare. I siciliani inneggiano felici al re Ferdinando IV.

Le notizie che arrivano, invece, da Napoli non sono esaltanti. La città partenopea è in piena rivoluzione; palazzi che bruciano, lazzari e giacobini che si combattono, cortei di penitenti che affollano le processioni, l’esercito francese che fa sentire i suoi passi sempre più vicini. “Il popolo non amava più il re, non voleva neanche udirlo nominare; ma, ripiena la mente delle impressioni di tanti anni, amava ancora la sua religione, amava la patria e odiava i francesi”.

 



 

 

[1] Nella magnifica abitazione di Caserta, cominciata dal mio augusto padre, proseguita da me, io non trovava il silenzio e la solitudine,atta alla meditazione ed al riposo dello spirito, ma un’altra città in mezzo alle campagne con le stesse idee di lusso e di magnificenza della capitale; cosicchè cercando luogo più appartato, che fosse quasi un romitorio, trovai adatto il colle di san Leucio.

In san Leucio sono da considerare gli ordinamenti che seguono:

1) Il solo merito distingue tra loro gli abitanti di san Leucio; perfetta uguaglianza nel vestire; assoluto divieto di lusso.

2) I matrimoni saranno celebrati in una festa religiosa e civile. La scelta sarà libera dei giovani né potranno contradirla i genitori degli sposi. Ed essendo spirito ed anima della società di san Leucio l’uguaglianza tra i coloni sono abolite le doti. Io, re, darò la casa con gli arredi dell’arte e gli aiuti necessari alla nuova famiglia.

3) Voglio e comando che tra voi non siano testamenti; né veruna di quelle conseguenze legali che da essi provengono. La sola giustizia naturale guidi le vostre correlazioni; i figli maschi e femmine succedano per parti uguali ai genitori, i genitori ai figli; poscia i collaterali nel solo primo grado; ed in mancanza la moglie nell’usufrutto; se mancheranno gli eredi (e sono eredi solamente i sopra detti), andranno i beni del defunto al Monte ed alla cassa degli orfani.

Le esequie semplici, devote, senz’alcuna distinzione saran fatte dal parroco a spese della casa. E’vietato il bruno: per i soli genitori o sposi e non più lungamente di due mesi,potrà portarsi al braccio segno di lutto. E’prescritta la inoculazione del vaiuolo che i magistrati del popolo faranno eseguire senza che vi s’interponga autorità o tenerezza dei genitori.

4) Tutti i fanciulli, tutte le fanciulle impareranno alle scuole normali il leggere, lo scrivere,l’abbaco; i doveri, e in altre scuole le arti. I magistrati del popolo risponderanno a noi dell’adempimento.

5) I quali magistrati detti Seniori verranno eletti in solenne adunanza civile dei capi di famiglia, per bozzolo segreto e maggioranza di voti. Concorderanno le contese civili o le giudicheranno; le sentenze in quanto alle materie delle arti della colonia saranno inappellabili; puniranno correzionalmente le colpe leggiere,veglieranno all’adempimento delle leggi e degli statuti. L’uffizio di Seniore dura un anno.

6) I cittadini di san Leucio, per cause d’interesse superiore alla competenza dei Seniori o per misfatti,saranno soggetti ai magistrati ed alle leggi comuni del regno. Un cittadino dato come reo ai tribunali ordinari, sarà prima spogliato segretamente degli abiti della colonia ed allora sino a che giudizio d’innocenxza nol purghi, avrà perdute le ragioni e i benefizj di colono.

7) Nei giorni festivi, dopo santificata la festa e presentato il lavoro della settimana, gli adatti all’armi andranno agli esercizi militari; perciocchè il vostro primo dovere è verso la patria: voi col sangue e con le opere dovrete difenderla ed onorarla.

 Queste leggi io vi do, cittadini e coloni di san Leucio.

 Voi osservatele e sarete felici. Ferdinando IV di Borbone, 1789.

 

 

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