Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Oronzio De Donno, medico e patriota. Cenni biografici

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Oronzio De DonnoNapoli, la capitale del Regno dei Borbone, nel XVIII secolo era anche il più grande e rinomato polo universitario del Sud Italia, sede di celebrate scuole di Diritto, di Filosofia e di Medicina, da cui venivano inesorabilmente attratte le menti più brillanti delle province napoletane.

La Scuola di Ostetricia era poi tra le più rinomate d’Europa e annoverava tra i suoi docenti clinici famosi quali Domenico Cirillo di Grumo Nevano e Domenico Ferrari di Procida.

Ad essa approdò, negli anni ‘70, Oronzio De Donno.

Oronzio De Donno era nato a Maglie in provincia di Lecce, nel 1754, da Niccolò, mastro fabbro, e da Maddalena Cezza. Compiuti gli studi supe­riori a Napoli, fu ammesso alla facoltà di medicina dell’Ateneo Partenopeo e, dopo la laurea, si specia­lizzò in ostetricia sotto l'abile guida di Domenico Ferrari, chirurgo ordinario del Regio Ospe­dale degli Incurabili e chirurgo di corte sotto il regno di Ferdinando IV.

Tra la fine del 1777 e l'inizio del 1778, Ferrari e De Donno furono tra i primi in Italia a introdurre la sinfisiotomia, sperimentata l’anno prima in Francia da Jean-René Sigault, che consisteva nel sezionare la regione cartilaginea che unisce le due ossa del pube allo scopo di rendere possibile il parto per le vie naturali.

Proprio al suo maestro Domenico Ferrari, nel 1788, De Donno dedicò la sua prima opera, ovvero la traduzione dal francese (di cui aveva una profonda conoscenza) degli Elementi dell'arte di raccogliere i parti scritti in forma di dialogo per le levatrici di campagna e pubblicate per ordine del governo di Francia del dr. Jean Louis Baudelocque con 30 Tavole esplicative e due d'istromentj", un testo che, arricchito da innumerevoli note “giudiziosissime” e da “dotte osservazioni e riflessioni” del traduttore, come affermò il Regio Revisore Nicola Andria, più che una mera traduzione fu considerato “un’altra opera rispetto all’originale” e che  stampata a Napoli da Donato Campo, divenne fondamentale nelle scuole italiane d’ostetricia.

Il manosDirettori della scuola di Ostetricia di Napolicritto di un suo secondo lavoro molto più impegnativo, in cui gli interventi chirurgici effettuati presso gli ospedali napoletani venivano messi a confronto con le esperienze di Giovanni Battista Morgagni dello svizzero Albrecht von Haller, del tedesco Friedrich Hoffmann ed altri celebri chirurghi e anatomisti, venne sequestrato e disperso durante i moti del ’99.

Della sua rapida e brillante carriera professionale di chi­rurgo ostetrico presso l’ospedale di S. Maria del Popolo, detto “degli Incurabili", dal 1788 in poi, si hanno le notizie che il nipote Oronzio De Donno Jr., anch’egli patriota nei futuri moti del ’48 e deputato al primo Parlamento dell’Italia unita, raccolse puntigliosamente nelle Carte vecchie di Maglie.

Il De Donno, grazie al Ferrari, entrò immediatamente in contatto con l’aristocrazia “progressista” e con il vivace ambiente culturale e massonico, spina dorsale dell’Illuminismo partenopeo. Fu proprio il Ferrari ad introdurlo ai “travagli” della Loggia del Principe di Sansevero insieme al concittadino Oronzo Ferramosca.

Insieme a molti altri “fratelli” Massoni, il nostro fu anche assiduo frequentatore dei salotti culturali delle principesse Marianna Ferajo di San Marzano, Giulia Carafa di Traetto di Minervino e Maria Gaetana Mirelli di Teora, moglie di Vincenzo di Sangro principe di Sansevero. Il De Donno stesso avrebbe fondato nel 1790, nella sua città natale di Maglie, una Loggia dipendente da quella del Sansevero.

De Donno, insieme al concittadino Antonio Adamuccio e ad altri medici e studenti della facoltà di Medicina, aderì ben presto alla Società Patriottica Napoletana di Carlo Lauberg che, accusata dai più accesi giacobini di nutrirsi solo di speranze e di promesse, si era divisa in due “clubs” tutti e due repubblicani, ma uno più tollerante e moderato, che faceva capo al patrizio Rocco Lentini  di Monopoli e che auspicava, per il momento, un regime di maggiore libertà (Libertà o morte) e l'altro radicale, estremista, raccolto intorno ad Andrea Vitaliani (Repubblica o morte).

Adamuccio, De Donno e Francesco Bagno (altro cattedratico degli "Incurabili"), che appartenevano a quest'ultimo club, vennero sospesi dall'impiego, perché "organizzati in officio giacobino" poi arrestati verso la fine del 1795. In quell’occasione il “reato” del De Donno, fu declassato grazie alle difese di Giuseppe Albarelli e Mario Pagano, e il nostro fu iscritto nell’elenco dei "rei di terza classe" o colpevoli minori, reso pubblico dalla Giunta di Stato il 5 marzo 1795, poi fu nuovamente sospeso dall’impiego nel ’97.  

De DonnLapide commemorativa a Maglieo aderì agli ideali della Repubblica Napoletana del 1799 e nei giorni dei combattimenti comandò un manipolo di studenti e di medici interni all’Ospedale degli Incurabili (i cosiddetti “Giovani degli Incurabili” che Vincenzo Cuoco nel suo Saggio storico sulla repubblica napoletana del 1799 avrebbe definito “Il battaglione sacro della nostra repubblica”).

Dopo la caduta di Castel Sant’Elmo, per quaranta giorni De Donno trovò asilo presso la vedova del principe di Sansevero, poi a seguito di una delazione fu arrestato insieme al fratello Simone e al nipote Nicola e fu recluso prima nella prigione della Vicaria (detta “o’ panàro”) e poi nelle fosse di Castel Capuano. La richiesta di pena di morte non fu accolta probabilmente per il tempestivo intervento di alcune altolocate amicizie, forse “Fratelli di Loggia”, ma condannato all’esilio.

Si trasferì a Parigi dove soggiornò fino alla firma della pace di Firenze che accordava l’amnistia agli esiliati politici, quindi rientrò a Napoli. La principessa di Sansevero inviò una carrozza fino a Roma per facilitargli il viaggio di ritorno e lo accolse ancora nel suo palazzo, ma l’ostilità del ministro Sir John Francis Acton lo costrinse ben presto ad una specie di soggiorno coatto a Maglie.

Proclamato il Regno d'Italia nel 1805, rientrate a Napoli le truppe francesi e fuggito nuovamente il Borbone in Sicilia sotto la protezione della flotta inglese, il De Donno rientrò a Napoli dove ebbe dal governo di Giuseppe Bonaparte l'incarico di riorganizzare la clinica ostetrica e la corrispondente cattedra universitaria.

Colpito da emorragia cerebrale il 24 settembre, Oronzio De Donno si spense il 6 ottobre 1806 in casa della duchessa di Minervino all’età di 52 anni.

Di lui così scrisse il Corriere di Napoli all’indomani della sua morte: “Oronzio De Donno, della provincia di Lecce, ha portato la chirurgia ostetrica alla più alta perfezione. Chirurgo maggiore dell’Ospedale degli Incurabili, vi ha eseguito le più difficili operazioni, la memoria delle quali rimarrà lungamente viva tra i nostri professori, così come rimarrà egualmente viva nel popolo la memoria della virtù. […] Egli si prestava ai bisogni di tutti, anche dei più poveri”.

 

 

 

Bibliografia

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Terribile B., Uomini e cose di Terra d’Otranto, Lecce 1910.

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Di Castiglione R., La Massoneria nelle due Sicilie e i “fratelli” meridionali del ‘700, Roma, 2008.

Francovich C., Storia della Massoneria in Italia. Dalle Origini alla Rivoluzione Francese, Firenze, 1975.

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Tallarico M.A., Oronzo De Donno, in 'Dizionario Biografico degli Italiani', Vol.33, Roma, 1987.

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Venturi F., Napoli capitale nel pensiero dei riformisti illuministi , in 'Storia di Napoli', VIII, Napoli, 1971.

 

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