Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

I tristi primati del Regno delle due Sicilie

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Nel Regno che un certo revisionismo di matrice agiografica vorrebbe innalzare a potenza economica europea (la terza) del XIX secolo, le condizioni del popolo minuto versavano in una situazione incommensurabilmente drammatica e indegna di qualsiasi comunità che cercasse e cerchi di definirsi civile e progredita, innanzitutto sul piano etico e morale.

Mentre, infatti, il clero, l’aristocrazia e la grande borghesia terriera vivevano nelle agiatezze, la mortalità infantile e il numero degli elemosinanti tra le classi meno abbienti erano in continuo ed inarrestabile aumento, nella capitale come nel resto dell’ex colonia spagnola.

Entrando più nel dettaglio, lo storico ed economista meridionale Domenico Demarco informava come a Napoli i nuovi nati sopravvivessero per 3/4 subito dopo il parto, diventando 2/3 dopo tre anni per poi scendere alla metà dopo 20 anni. Nelle campagne napoletane, invece, nel primo anno di vita sopravvivevano sempre i 3/4, dopo due anni i 2/3 e dopo 7 anni la metà.

Per quanto riguarda le statistiche sui mendicanti, lo storico Mario Luigi Rotondo nel suo “Saggio Politico Su La Popolazione e Le Pubbliche Contribuzioni Delle Due Sicilie – 1834” faceva notare come il loro numero avesse subito un’impennata ed una crescita continua, passando da 160.041 (1824), a 221.756 (1829), a 237.825 (1832). Ripartendo il numero dei clochard per le singole province, sempre il Rotondo evidenziava come fossero, al 1835, in rapporto crescente di 1 per ogni 13 abitanti (Otranto), 1 a 19 (Calabria ulteriore), 1 a 29 (Basilicata), 1 a 55 (Abruzzo ulteriore).

 

Scriveva della condizione dei mendicanti nelle Puglie, l’economista barese Luca de Samuele Cagnazzi nel suo “Saggio sulla popolazione del regno di Puglia: nei passati tempi e nel presente “ (1839):

“Sono essi sommamente molesti in tutte le ore ed in tutti i luoghi, e può dirsi con sincerità, che ottengono la limosina più per la loro importunità, che per sentimento di carità; poiché sono dessi per la maggior parte fingersi storpj, ed infermi. La maggior parte di essi mendici non hanno tetto, e pernottano nell’està all’aria aperta, e nell’inverno in alcune caverne, tagliate nel tufo vulcanico, ed in altri infelici luoghi, ove regna tra loro nella scurità della notte, un abominevole libertinaggio più che brutale. Ma cosa è mai da pretendersi da uomini che non hanno mai conosciuto onestà e pudore! La loro massa prolifica nella corruzione morale, e così cresce il numero dei mendicanti!”.

Altrettanto drammatica la situazione in Sicilia, dove l’economista catanese Mario Rizzarti, nella sua opera “Abbozzo sulla condizione dell’industria siciliana prima del 1848” (1848), scriveva che:

“Non regge l’animo nostro alla vista di una classe miserabile ridotta in quartieri malsani e in abituri stretti e umidi; e la quale ora riempie le pubbliche vie importunando i passeggeri, ora assedia il domicilio dei cittadini accattando, ora formicola affamata in quei luoghi ove distribuisconsi soccorsi in alimenti, ora stanca di durare una vita disperata, incontrando ovunque maltratti e rimproveri ingiusti, si dà in braccio al delitto per campare una esistenza che non poteva onoratamente alimentare”.

Forse, e se possibile, più sventurato il quotidiano dei poveri nelle Calabrie. La Società economica della Calabria ulteriore seconda , in una relazione sulle condizioni sociali della regione, così riportava:

“A causa della general miseria ed ignoranza, si moltiplicano i vagabondi ed i reati, e i proprietari ne son la vittima negli averi e talvolta nelle persone. La sorte dei poveri è triste anche a confronto di quella dei galeotti”. Ancora: “In molti comuni del reame è tanta la povertà che quasi diresti che costa di più il mantenimento di un asino che di un uomo; mancano le più intime suppellettili nelle  case e pare che al solo bisogno di una meschinissima sussistenza pensassero le genti, le quali sono contentissime quando han guadagnato piccola moneta”.

Un Paese quindi molti diverso da quello vagheggiato da un certo nostalgismo; non un regno felice capace di rivaleggiare con le più grandi potenze dell’epoca, ma un vero e proprio girone infernale per milioni di sudditi costretti dalle irrazionali scelte (o non scelte) della classe dirigente a darsi all’elemosina o, cosa ancor peggiore, a metter mano al moschetto del brigante.

 

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