Gli anni di Carlo Poerio nelle carceri borboniche

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Carlo Poerio, appartenente ad una famiglia di patrioti, riuscì a sopravvivere, dopo la morte del fratello Alessandro nella difesa della Repubblica di Venezia, nonostante i tanti anni trascorsi nelle carceri borboniche.

Nato a Napoli il 13 ottobre 1803 da Giuseppe e da Carolina Sossiergio, seguì per due volte il padre e la famiglia in esilio: la prima volta a Firenze, nel 1815, dopo la caduta di Gioacchino Murat; la seconda volta a Trieste e di nuovo a Firenze dopo la reazione scatenatosi a Napoli nel 1821 dopo i moti costituzionali del 1820.

Solo nel 1833 alla famiglia Poerio fu concesso di ritornare a Napoli, e Carlo, oltre a dedicarsi all’avvocatura, studiò a fondo le varie Costituzioni politiche, la storia dei Parlamenti e la storia dei trattati. Egli era un monarchico liberale, e quindi a favore della monarchia rappresentativa. Luigi Settembrini di lui ha scritto:

“Tutti riconoscevano in lui un gran tipo di cospiratore; e in Abruzzi, in Calabria, in Sicilia, i liberali non facevano cosa, che egli non sapesse e non aiutasse con il suo consiglio”.

Nel periodo precedente ai moti rivoluzionari del 1848, Carlo Poerio fu arrestato tre volte: la prima nel novembre del 1837, per i moti di Siracusa, di Catania, di Cosenza e di Penne, in provincia di Pescara; la seconda volta nel marzo del 1844, per l’insurrezione scoppiata a Cosenza; la terza nel settembre del 1847, per le rivolte di Reggio e di Messina.

Nel gennaio 1848, dopo la rivoluzione di Palermo e la sommossa nel Cilento, Carlo Poerio fu tra i firmatari della richiesta di Costituzione a Ferdinando II.

Gli avvenimenti costrinsero il re a concedere la Costituzione firmata il 10 febbraio e solennemente giurata nella Chiesa di San Francesco di Paola il 24 febbraio 1848. Nel governo costituzionale Carlo fu dapprima Direttore generale della polizia e in seguito Ministro della Pubblica Istruzione.

Nelle elezioni politiche dell’aprile 1848 venne eletto deputato in due province: quella di Napoli e quella di Terra di Lavoro.  Nelle elezioni successive del 15 giugno 1848 fu eletto deputato non solo a Napoli, ma anche nel distretto di Gaeta. Fu assiduo nella partecipazione ai lavori della Camera fino a quando, dimentico del giuramento solenne, Ferdinando II revocò la Costituzione e sciolse il Parlamento il 13 marzo 1849, dopo aver sopraffatto con l’aiuto determinante degli Svizzeri la resistenza popolare guidata dai patrioti napoletani.

La reazione portò all’arresto di tanti patrioti napoletani, tra cui il Poerio. Nel corso del processo Carlo si difese con le seguenti parole: “ Io mi onoro di appartenere alla setta degli uomini onesti. I miei sentimenti altamente monarchico-costituzionali sono noti a tutti […] Che se poi questi nobili sentimenti sono la vera cagione dei miei infortuni, non per questo rinnegherò i miei principii, e sopporterò le mie presenti sventure con tranquilla rassegnazione e con intera fede nell’avvenire”

Poerio cercò di far comprendere il suo nobile pensiero al Presidente e ai giudici che dovevano decidere del suo futuro, rimarcando che ai suoi sentimenti liberali e costituzionali aveva consacrato la sua vita, e fieramente e dignitosamente li avrebbe difesi.

Il Procuratore Generale Angelillo chiese la condanna a 30 anni. La condanna fu emessa il 1° febbraio 1851 e la Gran Corte decretò la pena a ventiquattro anni di carcere.

L’anno dopo ricevette la notizia della morte della cara madre, ma dal carcere di Nisida, dove era tenuto prigioniero, non potè che raggiungerla solo col pensiero e poche righe: “Di dodici figli, ch’essa aveva dato al mondo, nessuno aveva potuto chiuderle i lumi e ricevere la sua materna benedizione”.

Carlo Poerio, come Luigi Settembrini, riacquistò la libertà nel gennaio del 1859, dopo otto anni di prigionia,  trascorsi con la catena al piede, tra i penitenziari di Nisida, Ischia, Montefusco e Montesarchio.

La famosa sentenza riguardo al governo borbonico, definito dallo statista inglese Gladstone “la negazione di Dio, eretta a sistema di governo”, era il coronamento di un argomentato discorso e non certo una frase isolata dal contesto.

Gladstone aveva potuto scorgere, nel carcere di Nisida, Carlo Poerio insieme a Nicola Nisco e Michele Pironti nelle ignobili vesti dei galeotti, carichi di catene ed al fianco di criminali comuni, rimanendo profondamente colpito dalle parole di Carlo Poerio.
“Fate che l’Europa lo sappia; che le nostre condizioni siano conosciute; occupatevi non delle nostre povere persone, ma della libertà del Paese” .

Fu così che in due lettere scritte rispettivamente il 7 aprile e il 14 luglio 1851 ed indirizzate a Lord Aberdeen, lo statista inglese argomentò  ampiamente il suo pensiero, scrivendo, tra l’altro:

Io non sono qui per descrivere né una semplice imperfezione, né corruzione dei bassi ordini della società, né severità temporanea; ma bensì la violazione delle leggi incessante, sistematica, deliberata, fatta da quel potere cui è affidato il carico di vegliare alla loro conservazione. E’ la violazione di ogni legge umana e scritta compiuta col proposito di violare ogni legge non scritta ed eterna, tanto umana quanto divina; è la persecuzione generica della virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini[…] è la perfetta prostituzione della magistratura fatta sotto veli troppo fragili e trasparenti; è la degradata officina delle più vili e più ignobili invenzioni con lo scopo di distruggere, anche senza il mezzo di capitali sentenze, la pace e la libertà, la vita degli uomini più retti, più virtuosi, più intelligenti, più ragguardevoli e più colti del paese…[…] il potere governante, che insegna essere l’immagine di Dio sulla terra, agli occhi della maggioranza della gente che pensa, io ho ascoltato pronunciare a suo riguardo la seguente energica, ma troppo vera espressione: E’ la negazione di Dio eretta a sistema di governo”.

Carlo Poerio, che ritrovò la dignità di uomo libero nel 1859, fu eletto il 27 gennaio 1861 deputato al primo parlamento del Regno d’Italia. Scomparve il 28 aprile 1867 a Firenze nella casa dell’amico Ferdinando Lopez, patriota lucano.

 

Bibliografia:
Stefano Cilibrizzi- Il pensiero, l’azione e il martirio della città di Napoli nel Risorgimento italiano- Conte Editore- vol. II

 

 

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