Ferdinando Galiani, uno dei più grandi economisti di ogni tempo

Categoria principale: Storia
Categoria: Storia XVIII sec.
Creato Domenica, 21 Giugno 2015 18:39
Ultima modifica il Domenica, 28 Giugno 2015 21:16
Pubblicato Domenica, 21 Giugno 2015 18:39
Scritto da Giovanni Cardone
Visite: 2066

Appartenente ad gruppo ristretto di economisti italiani, Ferdinando Galiani è considerato tra i massimi economisti di ogni tempo ed è annoverato tra i maggiori  studiosi  e ricercatori di economia.

Generalmente va ricordato per aver anticipato di oltre un secolo rispetto alla nascita dell’Economia neoclassica marginalista, la via d’uscita dal cosiddetto paradosso del valore, ossia il paradosso dell’acqua e del diamante, combinando utilità e rarità in maniera più incisiva ed efficace di quanto altri autori che lo avevano preceduto oppure contemporanei abbiano saputo fare.

Egli è stato forse il primo economista ha proclamare esplicitamente una teoria secondo cui in una economia di mercato decentrata la moneta costituisce lo strumento della contabilità sociale.  Certamente la  sua originalità emerge in modo abbastanza evidente dal confronto con gli autori precedenti e contemporanei. Al pari di questi, anche Galiani collega l’introduzione della moneta alla necessità di superare le difficoltà del baratto.

Pur tuttavia mentre gli altri economisti adottano un approccio microeconomico e spiegano il ricorso alla moneta come il risultato di una scelta individuale basata sulla convenienza a disporre di una merce che gli altri soggetti non rifiuterebbero in cambio delle proprie,Galiani affronta il problema da un punto di vista macroeconomico.

Egli si chiede quale sistema economico richieda l’impiego della moneta e stabilisce che la moneta non è necessaria nei sistemi in cui gli individui o i gruppi familiari o parentali provvedono autonomamente alle proprie necessità, ma lo diventa non appena i membri della collettività, allo scopo di aumentare il proprio benessere, decidono di dividersi i compiti e di usufruire dei prodotti del lavoro altrui.

Posta questa premessa, egli studia i vari tipi di organizzazione economica che consentono di ottenere questo risultato. A questo scopo, escludendo la considerazione dei sistemi basati sulla sottrazione violenta delle risorse prodotte da altri soggetti, che egli confina allo stato primitivo e selvaggio della storia umana, Galiani introduce la distinzione tra l’economia della comunanza, in cui la distribuzione del prodotto sociale tra gli individui segue la regola della solidarietà, e l’economia dello scambio, in cui vige invece la regola del do ut des, fondata sul perseguimento da parte di ciascun membro della società dell’interesse proprio.

Egli procede poi ad analizzare i sistemi monetari possibili, iniziando da quello basato sui “bullettini” ossia sulla cartamoneta per approdare, infine, a quello che ritiene il solo capace di assicurare il regolare funzionamento di una economia di scambio: il sistema che impiega come moneta una merce dotata di valore intrinseco, quale ad esempio l’oro e l’argento. Smith il quale, dopo aver ricordato le difficoltà del baratto, osserva che:

“Per evitare gli inconvenienti di queste situazioni, ogni uomo prudente in ogni epoca della società successiva alla prima introduzione della divisione del lavoro, deve naturalmente essersi sforzato di organizzare i suoi affari in modo da avere sempre presso di sé, oltre al prodotto specifico della sua attività, una certa quantità di merce o di un’altra, tale da fargli ritenere che pochi la rifiuterebbero in cambio del prodotto della propria attività”.

Galiani presenta la sua ricerca come il tentativo di individuare la “natura” della moneta. Il significato di questo termine e la legittimità del suo uso richiedono, a nostro avviso, alcuni chiarimenti di carattere metodologico a cui è dedicata la sezione seguente.  

Il termine “natura”, nel significato che ora cercheremo di chiarire, vanta nella cultura occidentale un pedigree illustre che risale a Platone e ai suoi seguaci (Aristotele in primo luogo), secondo i quali compito della conoscenza certa o scienza (epistème) è quello di scoprire e descrivere la vera natura delle cose, cioè la loro intima realtà o essenza.

Popper chiama questo approccio alla scienza “essenzialismo metodologico”e nlo contrappone al “nominalismo metodologico” che, a suo avviso, pur essendosi ormai imposto definitivamente nelle scienze naturali, stenta ad affermarsi in quelle sociali.

Mentre l’essenzialista metodologico cerca di rispondere a domande del tipo: “che cos’è lo stato”o “che cos’è il diritto?” o ancora “che cos’è la moneta?” e l’obiettivo che si propone è quello di dare una definizione della sua vera natura o essenza, il nominalista metodologico si limita a descrivere “come una cosa si comporta in varie circostanze” e, soprattutto, cerca di capire “se ci sono regolarità nel suo comportamento”.

Egli ritiene che il compito della scienza sia quello di fornire una spiegazione degli “eventi della nostra esperienza”con l’aiuto di teorie ovvero di proposizioni che presentano la caratteristica di essere ad un tempo universali, sintetiche e causali. Queste osservazioni, avanzate originariamente negli anni ’40 del secolo scorso e poi ribadite dallo stesso Popper in numerose occasioni,risultano ancora attuali per chi studia l’economia politica, come dimostra la tenace persistenza di una terminologia essenzialista in questa disciplina.

Un esempio significativo è rappresentato da Schumpeter il quale nella sua Storia dell’analisi economica attacca “la confusione tra l’origine storica della moneta (…) e la sua natura logica” e osserva che “questo tipo di errore è commesso assai di frequente in tutti i campi dell’analisi sociale, specialmente agli inizi”.

L’errore consiste, a suo giudizio, nell’incapacità di comprendere che “le forme primitive delle istituzioni sociali possono essere più complesse di quelle moderne” e pertanto che “esse possono nascondere e non rivelare gli aspetti logici essenziali”. 

Il termine “essenza” ricorre frequentemente negli scritti di Schumpeter: compare, ad esempio, nel titolo della sua prima opera , L’essenza e i principi dell’economia teorica, e in quello del nono capitolo del libro postumo sulla moneta che i curatori hanno scelto come titolo generale dell’opera , L’essenza della moneta.

Così, secondo Schumpeter, esiste una vera natura o essenza della moneta e il compito dell’economista è quello di scoprirla e descriverla senza lasciarsi fuorviare dagli aspetti transeunti e accidentali che essa assume storicamente, in particolare nelle sue fasi iniziali.  

Un esempio recente di utilizzazione della terminologia essenzialista è fornito da Patalano-Realfonzo in un articolo sulla teoria della moneta di Galiani.Riprendendo la distinzione di Schumpeter, gli autori intitolano la Sezione due del loro lavoro: Natura logica e fenomenologia storica della moneta, accettando implicitamente la validità di concetti appartenenti all’approccio metodologico essenzialista.

Tali concetti, naturalmente, non implicano una adesione automatica all’essenzialismo metodologico. Tuttavia, la loro presenza non va sottovalutata poiché rischia di indirizzare la ricerca scientifica lungo un sentiero senza sbocco. Chi ne fa uso, infatti, deve fronteggiare il seguente dilemma: o l’essenza dei fenomeni esiste oppure non esiste. Se non esiste, ogni ricerca finalizzata a scoprirla costituisce una perdita di tempo; se, invece, esiste, non possiamo mai essere sicuri di averla trovata.

Ma se qualcuno, nonostante tutto, coltivasse l’illusione di esserne venuto in possesso, allora il danno sarebbe davvero grave, perché la convinzione di avere raggiunto la verità rappresenta l’impedimento più forte per il progresso della conoscenza. Possiamo dire, perciò, che l’aspetto più pericoloso dell’essenzialismo metodologico è l’oscurantismo. Questa conclusione non può stupire perché ogni forma di dogmatismo è oscurantista e l’essenzialismo non è che una forma particolare di dogmatismo.  Ma, è naturale chiedersi, esistono veramente le essenze?

Esiste una vera natura dei fenomeni la cui scoperta è in grado di fornirci una conoscenza della realtà che possiamo considerare definitiva e quindi immutabile? La scienza moderna, a partire da Galilei, ha seguito un orientamento diverso. Ha abbandonato ogni tentativo di scoprire l’essenza o la realtà ultima dei fenomeni, concentrando l’attenzione sulle relazioni causali che intercorrono tra di essi, cioè sulle ragioni che stanno alla base della regolarità del loro comportamento.

Questo orientamento trova un preciso riconoscimento nella distinzione kantiana tra noumeno e fenomeno. Solo quest’ultimo risulterebbe accessibile alla nostra conoscenza, mentre la realtà che sta dietro ci sarebbe irrimediabilmente preclusa. Ma, è stato obiettato, questo discorso vale al più per le scienze naturali. Accanto a queste, tuttavia, esistono le scienze sociali che studiano fatti o azioni o comportamenti umani e cioè fenomeni diversi da Schumpeter .

L’uso dell’aggettivo “logico” con riferimento agli aspetti essenziali di una istituzione sociale da parte di Schumpeter ha forse lo scopo di rendere più pregnante il concetto di “essenza” attribuendogli un carattere di necessità, ma si tratta di un uso improprio del termine che confonde i problemi logici con quelli epistemologici.  Quelli naturali perché, a differenza di questi, presentano il carattere dell’intenzionalità.

Questo è un punto delicato su cui occorre riflettere. La diversità di oggetto, possiamo chiederci, comporta necessariamente una diversità di metodo? In particolare, implica che le scienze sociali debbano ricercare, con l’aiuto dell’intuizione intellettuale, la natura o l’essenza dei fenomeni sociali?

Ma quale può essere l’essenza di una istituzione come il matrimonio, i riti funebri, il governo, la moneta, ecc.? E anche se riuscissimo davvero a scoprirla, a che cosa ci potrebbe servire, se non ad una pura e semplice constatazione, priva di conseguenze pratiche? Non sarebbe più utile cercare di capire da che cosa sono motivati un determinato comportamento o azione o istituzione ovvero a quale obiettivo sono finalizzati?

In altre parole, non sarebbe più vantaggioso chiedersi a che cosa servono quel comportamento o quell’azione o quella istituzione e cercare poi di scoprire la funzione che sono chiamati a svolgere in vista di un determinato obiettivo?

I fenomeni che costituiscono l’oggetto di studio delle scienze sociali si possono suddividere in obiettivi (o valori), vincoli e strumenti. Una volta accertati gli obiettivi che guidano le azioni umane e i vincoli che esse sono chiamate a superare, non è difficile fornire una spiegazione degli strumenti e cioè risalire alla funzione che sono chiamati a svolgere comportamenti, azioni e istituzioni. A ben vedere, però, in questo modo non si è fatto altro che adottare la metodologia nominalistica delle scienze naturali.

Individuare il ruolo o la funzione di comportamenti, azioni e istituzioni umane significa, infatti, ricercarne le cause e cioè ipotizzare relazioni causali tra fini e mezzi in un contesto caratterizzato da determinati vincoli (ambientali, politici, ecc.). I valori che individui o gruppi sociali o l’intera collettività fanno propri costituiscono la vera causa delle invenzioni umane come le tecniche e le istituzioni.

Queste, d’altra parte, sono gli strumenti con cui gli attori sociali cercano di realizzare i propri obiettivi in un contesto caratterizzato da determinati vincoli, siano essi reali o supposti o, più semplicemente, autoimposti.  

Questa conclusione è condivisa oggi da una piccola minoranza di studiosi. La maggior parte resta saldamente ancorata all’idea che le scienze sociali presentino caratteristiche specifiche che valgono a differenziarle nettamente da quelle naturali. Di conseguenza, come osserva Popper, ai loro occhi la diversità di metodo tra scienze sociali e naturali è necessaria in quanto riflette “una differenza ‘essenziale’ tra le ‘nature’ di questi campi di ricerca”. Tra coloro che sostengono questo punto di vista egli annovera autori insigni, come John Stuart Mill, Karl Marx, Max Weber, Georg Simmel e molti altri.

Questi studiosi sono concordi nel sottolineare l’importanza del mutamento nella vita sociale. Essi osservano che, al contrario, i fenomeni oggetto di studio delle scienze naturali sono caratterizzati da un elevato grado di costanza, sia nel tempo che nello spazio.

Il fisico o il chimico, per esempio, non si trovano di fronte al problema (che il sociologo o l’economista incontrano invariabilmente) di scoprire entità immutabili o essenze o forme al fine di individuare qualcosa di permanente su cui formulare ipotesi precise.

Essi, in altre parole, non hanno la necessità di arrestare il mutamento continuo che si verifica nel campo dei fenomeni sociali dove “ogni cosa è soggetta alla spinta del divenire storico”. Pertanto, osservano i sostenitori della specificità delle scienze sociali, come possiamo studiare  Se accettiamo questa premessa, il compito dello scienziato sociale è quello di cogliere l’essenza di tali istituzioni e di condensarla in appropriate definizioni che la descrivono.

La diversità delle forme che hanno assunto nel corso del tempo e in differenti contesti istituzioni sociali come la proprietà, la religione, la moneta “senza partire dal presupposto che esse hanno qualcosa di essenziale in comune?” 

E’ questo, secondo Popper, l’esito naturale dell’essenzialismo metodologico di Platone, Aristotele e dei loro seguaci. Esso deriva dall’argomentazione eraclitea secondo cui il mutamento sfida ogni tentativo di descrizione razionale o scientifica perché la conoscenza vera presuppone un oggetto che rimanga sempre identico a se stesso, cioè fedele alla propria natura o essenza. La storia, in quanto descrizione del mutamento, sembra contrapporsi all’essenza e costituirne la negazione.

Tuttavia, già Eraclito aveva compreso che la relazione tra essenza e mutamento, tra natura e storia, non si esaurisce in questa contrapposizione. In un certo senso, infatti, l’essenza presuppone il mutamento e questo presuppone quella.

Come osserva Popper, “se quel principio di una cosa che rimane identico, quando la cosa muta, ne è l’essenza (…) allora i mutamenti che la cosa subisce e che si rivelano nella storia mettono in luce differenti lati o aspetti o possibilità della cosa”.

Essi, in altri termini, possono essere interpretati, seguendo il suggerimento di Aristotele, come “realizzazione delle potenzialità nascoste della sua essenza”.Ne consegue che l’essenza di una istituzione (della moneta, per esempio) può essere identificata solo mediante la sua storia e dunque può essere determinata solo come concetto storico.

L’essenzialismo metodologico, pertanto, deve il suo richiamo intellettuale al fatto che ci permette di cogliere l’identità delle cose che mutano. Va tenuto presente, tuttavia, che in questo modo esso apre la strada allo storicismo e cioè alla dottrina secondo la quale le scienze sociali devono adottare un metodo storico. 

Concentriamo l’attenzione sull’essenzialismo metodologico e chiediamoci che cosa contraddistingua questo punto di vista sulla scienza. Si tratta, secondo Popper, di una combinazione di due dottrine non accettabili le quali, prese insieme, mostrano una apparente somiglianza con una terza dottrina, che invece risulta accettabile.

Quest’ultima afferma che lo scienziato è impegnato a trovare teorie o ipotesi che consentano, in congiunzione con certe asserzioni singolari dette condizioni iniziali, la spiegazione (o previsione o retrodizione) dei fatti osservabili.

La prima dottrina, invece, afferma che lo scienziato è in grado di stabilire in modo definitivo la verità delle teorie. Essa rifiuta l’idea che le teorie siano e rimangano mere congetture e non possano perciò acquisire lo status di conoscenza certa e definitiva e apre così la strada al dogmatismo. Infine, la seconda dottrina afferma che le teorie scientifiche descrivono l’essenza o natura delle cose: la realtà che sta dietro l’apparenza.

Esse sono spiegazioni ultime dei fatti che osserviamo e non possono essere migliorate in quanto colgono la loro essenza immutabile. Come si è detto, l’insieme delle due ultime dottrine costituisce il nocciolo dell’essenzialismo metodologico. Ciò che va criticato in questo approccio è la convinzione che la scienza sia in grado di fornire spiegazioni ultime o definitive dei fatti osservabili. Si tratta di un’assunzione chiaramente oscurantista perché impedisce che vengano sollevate nuove questioni e che, attraverso di esse, le nostre conoscenze progrediscano.  

Quindi la domanda: “che cosa è la moneta?” o altre equivalenti come: “qual’è la natura (o l’essenza) della moneta?” vanno accuratamente evitate e sostituite con una domanda diversa, e cioè: “in quel particolare tipo di sistema economico quale funzione svolge la moneta?” Poiché si tratta di una invenzione umana, la sua funzione è strettamente legata allo scopo per il quale è stata creata.

Questo scopo, insieme ai vincoli ambientali e istituzionali, rientra nell’oggetto della ricerca dei teorici della moneta.

Questi, d’altra parte, dovrebbero essere consapevoli che le spiegazioni che essi avanzano altro non sono che congetture o supposizioni che i controlli empirici o nuove proposte teoriche possono indurci ad abbandonare in ogni momento.  

In altre parole, a chi si riconosce nell’approccio metodologico nominalista appare chiaro come l’obiettivo della ricerca scientifica non sia costituito dalla individuazione della natura o essenza del suo oggetto di studio (che dovremmo poter cogliere mediante una definizione) ma, invece, da una ipotesi o congettura sempre rivedibile, che sia capace di istituire una relazione causale tra questo oggetto e il fattore o il complesso di fattori che lo determina.

Quando la teoria ha per oggetto di studio una istituzione umana (come nel caso della moneta), il suo obiettivo è quello di individuare la funzione sociale che essa svolge e tale funzione non può essere definita se non con riferimento a determinati contesti organizzativi. I sistemi economici che gli uomini hanno creato nel corso della storia presentano caratteristiche diverse. Non tutti hanno fatto uso della moneta e, d’altra parte, in quelli che ne hanno fatto uso la moneta non ha svolto sempre le stesse funzioni. Se vogliamo servirci di un esempio tratto dalla biologia si potrebbe paragonare la moneta ad un organo vitale (le branchie o le ali) di cui sono dotate certe specie di animali ma non altre e delle quali le prime si servono per la propria sopravvivenza.  

Cercare l’essenza di un fenomeno attraverso l’intuizione intellettuale e poi esprimerla mediante una definizione è una operazione non solo inutile ma priva di senso. I fenomeni non hanno alcuna essenza, hanno soltanto relazioni con altri fenomeni che noi dobbiamo individuare e descrivere per evidenziare la regolarità del loro comportamento e individuarne la causa. E questo possiamo farlo solo mediante una teoria.  In definitiva, il concetto di essenza, se considerato con attenzione, si rivela puramente illusorio.

Ogni fatto, evento, situazione che costituisce oggetto della nostra esperienza presenta una molteplicità di aspetti o caratteri che sono la conseguenza della molteplicità dei punti di vista da cui possiamo considerarlo. Privilegiare uno di questi aspetti ed elevarlo al di sopra degli altri conferendogli l’attributo di “essenziale” significa privilegiare ed elevare al di sopra degli altri il punto di vista che abbiamo prescelto.

Ma questa operazione ha un valore puramente soggettivo, perché il punto di vista da cui decidiamo di considerare gli oggetti è determinato dai nostri interessi pratici. In altre parole, quando attribuiamo ad uno degli innumerevoli aspetti di una cosa lo status di essenza o realtà ultima non stiamo facendo nient’altro  che sottolineare l’urgenza di un particolare interesse, che ci spinge a sottolineare quell’aspetto ad esclusione di altri. Alle radici del concetto di essenza troviamo così un atteggiamento dogmatico che induce a considerare il nostro punto di vista come l’unico capace di cogliere la verità.

Di fatto, ciascuno di noi quando si forma un’idea o formula un’ipotesi è convinto di aver scoperto l’aspetto o la causa determinante di un fenomeno. Ma questa convinzione ha una rilevanza puramente psicologica. L’intuizione che ha generato le nostre idee o ipotesi dovrà superare il controllo empirico e vincere il confronto con le intuizioni rivali per poter essere accettata. Come osserva Popper, l’“intuizione ha indubbiamente un ruolo importante nella vita di uno scienziato Ma essa  rimane sempre un suo affare privato per così dire. La scienza non si interessa del modo in cui egli ha maturato le sue idee: si interessa solo degli argomenti che possono essere esaminati da chiunque”.