Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Giuditta Guastamacchia: un'antica cronaca nera napoletana

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Ancora oggi Giuditta Guastamacchia è  ricordata dalle antiche cronache napoletane come ‘il fantasma degli avvocati’, una tenebrosa presenza che si aggirerebbe nel palazzo della Vicaria. In termini razionali, la popolarità di questa fantomatica donna è da attribuire non solo al clamore che suscitò l’orrendo delitto di cui fu artefice all’alba del 1800, e la cui memoria è sopravvissuta nell’immaginario collettivo, ma anche all’uso scientifico che si fece  dei crani degli imputati che,  dopo essere rimasti per interi lustri esposti in gabbie di ferro sospese alle mura della Vicaria, divennero oggetto di analisi per gli studiosi di fisiognomica criminale. 

In seguito, grazie ai professori  Giambattista Miraglia e Gennaro Barbarisi, dal 1869  sono tutt’ora esposti nel Museo di Anatomia annesso alla Facoltà di Anatomia Umana dell’Università Federico II di Napoli.

Del ‘caso Guastamacchia’ esistono cronache contemporanee e postume non dissimili tra loro. Tra queste facciamo riferimento al Diario Napoletano di Carlo De Nicola, che seguì il processo e le fasi successive, annotando nel suo manoscritto un buon resoconto della vicenda.

Giuditta, napoletana trentacinquenne all’epoca del delitto, era rimasta vedova in giovane età. Il marito, a seguito di un furto, era stato giustiziato per forca. Da allora la donna era andata a vivere con un prete spacciandolo per suo zio. Nata tra loro una relazione,  il prete, onde evitare che la cosa divenisse di pubblico dominio, fece venire dalla Puglia un suo giovane nipote di appena 16 anni costringendolo a sposare Giuditta.

Il matrimonio avvenne solo sulla carta e non impedì il prosieguo del legame amoroso tra il prete e la donna. Indispettito il ragazzo se ne tornò in Puglia minacciando di denunciare i due per il raggiro che aveva subito. Preoccupati i due amanti, onde evitare lo scandalo, presero la comune decisione di richiamare il ragazzo a Napoli per poi ucciderlo.

Lo sventurato marito di Giuditta fece ritorno nella capitale accompagnato dal padre di lei e da un barbiere. In casa con i due amanti da un po’ di tempo era ospitato anche un chirurgo: sarebbero stati tutti complici di un omicidio premeditato.

“Dunque tutti di concerto – narra il De Nicola -  cioè il padre di lei, lei più ch'ogni altro, il prete, un chirurgo, ch'era della compagnia, e quel barbiere. Pensarono che ammazzandolo in casa, sfigurandolo, e facendolo in pezzi si sarebbe potuto occultare il delitto, ed attribuirsi ai soliti rei di Stato, per cui avevano anche pensato di attaccare su qualche pezzo del cadavere un cartello che ciò indicasse.

La sera destinata a tal sacrifizio, il prete si vuole che avesse mostrato averne rincrescimento, tanto che se ne uscí dalla casa, e questa circostanza si crede che gli abbia salvata la vita. Gli altri complici rimasero, e la donna mandò l'infelice vittima a comprare dei maccheroni per colorire il motivo, perché aveva posto a bollire una caldaia di acqua. Tornato l'infelice, la donna stessa gli disse che avesse fatto accomodarsi i capelli dal barbiere, facendolo sedere. Seduto che fu gli gittarono un capestro alla gola, e lo tirarono per terra, e come la donna vide che non moriva, se gli si gittò sopra lo stomaco colle ginocchia per finirlo d'ammazzare. Morto che fu, il chirurgo lo fece in pezzi, calando ciascun pezzo nell'acqua bollente, per impedire il sangue.

La testa colle proprie sue mani la donna fece bollirla, acciò si sfigurasse. Intanto fu avvisato il prete che stava in una casa vicina, il quale arrivato, si vuole che avesse detto vedendo quello spettacolo: «che avete fatto! >>. Ma la donna lo animò, dicendo che non occorreva funestarsi, ma pensare a mangiare, acciò si facesse piú notte per andare disperdendo i pezzi del cadavere.

Cosí fu fatto, ma la divina Giustizia che volle punito all'istante un cosí atroce delitto, anche per non farlo imputare ad altri, fece che si trovasse colui che portava le braccia; il quale prima disse niente sapere, ma poi la mattina palesò il fatto.

La donna intanto si aveva essa presa la testa che lasciò sulla strada di Montecalvario. Inteso poi che si era arrestato colui che portava le braccia, si determinò a fuggire col padre, prete, e chirurgo, ma furono raggiunti sulla strada di Capodichino dalla truppa dei Realisti […].

Ed ecco quanto si sa di questo atroce fatto, che fa andare giustamente alla forca, il padre, la figlia, il chirurgo ed il barbiere. Il prete l'ha scampata per la circostanza minorante, ma il publico lo avrebbe anche voluto morto perché a lui, e non senza ragione imputa tutto l'accaduto per la ragione che se non avesse debosciata la donna, e datole quell'infelice per marito, non sarebbero caduti in tanto eccesso.

Sabato 19. Il Tribunale si è sciolto questa mattina alle ore 15, vale a dire appena unito, perché il presidente, vedendo il concorso del popolo che là si affollava per vedere uscire la giustizia, ha creduto prudente condotta sciogliere il Tribunale. La giustizia è uscita poco dopo mezzogiorno, ha fatta la strada dell'Orticello, di d. Regina, e Porta di s. Gennaro, e per quanto mi si dice, perché simili spettacoli non ho avuto mai il coraggio di vederli,  precedeva il padre di lei, indi la Giuditta, poi il chirurgo, l'ultimo era il barbiere; tutti e quattro trascinati sulla tavola tirata da cavalli. Per le ore 20 tutto era terminato".

Dalla cronaca del De Nicola emergono, tra gli altri, due particolari interessanti: la spettacolarizzazione delle esecuzioni e la copiosità dei ‘rei di Stato’ finiti sul patibolo in quel terribile 1799. Furono talmente tanti, <<i soliti>>, scrive il De Nicola, rimarcando una sgradevole irrilevanza. In fondo per lui, da buon filo-borbonico, uno più uno meno non avrebbe  fatto differenza.

 

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