Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

L'abietto sistema di spionaggio dei Borbone contro le menti libere del Regno

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Le fittissime reti di spionaggio, finalizzate alla intimidazione, persecuzione, denigrazione e totale annientamento degli uomini liberi, sono state storicamente prerogativa dei regimi assolutistici e totalitari e non solo.

Di tale ignobile atteggiamento si rese responsabile anche la Regina Maria Carolina d’Asburgo,(nella foto), moglie di Ferdinando IV, la quale si servì contro i democratici repubblicani di fine Settecento di un’abietta rete di spionaggio.
Carolina d’Austria, che conosceva bene la natura umana, frequentando anche i ricchi postriboli di Napoli, ove aveva mostrato in un’occasione la sua bravura di amante a pagamento, fece ricorso a ciò che storicamente ha sempre attirato l’essere umano: il dio denaro e l’avidità dell’oro.

D’altronde il principale braccio esecutivo di tale terribile rete spionistica era il suo amante ufficiale, il ministro Acton.
Inoltre era consapevole di come i rancori e gli odi privati possono condurre la natura umana ai più degradanti atteggiamenti di spionaggio e ignobile delazione senza fondamento.

Nel periodo precedente il 1799, ossia all’instaurazione della Repubblica a Napoli, come scrive Vincenzo Cuoco, “si vollero allontanati tutti que’ magistrati che conservavano ancora qualche sentimento di giustizia e di umanitá.

Si mostrò di volere i scellerati, ed i scellerati corsero in folla. Castelcicala, Vanni, Guidobaldi si misero alla loro testa”

La nazione fu assediata da un numero infinito di spie e di delatori, che contavano i passi, registravano le parole, notavano il colore del volto, osservavano finanche i sospiri. Non vi fu piú sicurezza. Gli odii privati trovarono una strada sicura per ottener la vendetta, e coloro che non avevano nemici furono oppressi dagli amici loro medesimi, che la sete dell’oro e l’ambizione aveva venduti ad Acton ed a Vanni. Che si può difatti conservare di buono in una nazione, dove chi regna non dá le ricchezze, le cariche, gli onori se non ai delatori? dove, se si presenta un uomo onesto a chiedere il premio delle sue fatiche o delle sue virtú, gli si risponde che “si faccia prima del merito”?

Per “farsi del merito” s’intendeva divenir delatore, cioè formar la ruina almeno di dieci persone oneste. Questo merito aveano tanti, i nomi de’ quali la giusta vendetta della posteritá non deve permettere che cadano nell’obblio. La regina, indispettita contro un sentimento di virtú che la massima parte della nazione ancora conservava, diceva pubblicamente che “ella sarebbe un giorno giunta a distruggere quell’antico pregiudizio per cui si reputava infame il mestiere di delatore”.

Tutte queste e molte altre simili cose si narravano: forse, siccome sempre suole avvenire, in picciola parte vere, pel maggior numero false e finte per odio. Ma queste cose, o vere o false che sieno, sono sempre dannose quando e si dicono da molti e da molti si credono, perché rendono piú audaci gli scellerati e piú timidi i buoni. Che se esse son false, meritano doppiamente la pubblica esecrazione que’ ministri i quali colla loro condotta dánno occasione a dirle e ragione a crederle. Per cagioni intanto di queste voci, una parte della nazione si armò contro l’altra; non vi furono piú che spie ed uomini onesti, e chi era onesto era in conseguenza un “giacobino”. Vanni avea detto mille volte alla regina che il Regno era pieno di giacobini: Vanni volle apparir veridico, e colla sua condotta li creò.

Tutt’i castelli, tutte le carceri furono ripiene d’infelici. Si gittarono in orribili prigioni, privi di luce e di tutto ciò ch’era necessario alla vita, e vi languirono per anni, senza poter ottenere né la loro assoluzione né la loro condanna, senza neanche poter sapere la cagione della loro disgrazia. Quasi tutti, dopo quattro anni, uscirono liberi, come innocenti; e sarebbero usciti tutti, se non si fossero loro tolti i legittimi mezzi di difesa. Vanni, che era allor il direttor supremo di tali affari, non si curava piú di chi era giá in carcere; non pensava che a carcerarne degli altri: ardí dire che “almeno dovevano arrestarsene ventimila”.

Se il fratello, se il figlio, se il padre, se la moglie di qualche infelice ricorreva a costui per sollecitare la decisione della di lui sorte, un tal atto di umanitá si ascriveva a delitto. Se si ricorreva al re e che il re qualche volta ne chiedeva conto a Vanni, ciò anche era inutile, perché per Vanni rispondeva la regina, la quale credeva che Vanni operasse bene. Vanni diceva sempre che vi erano altre fila della congiura da scoprire, altri rei da arrestare; e la regina tutto approvava, perché temeva sempre altri rei ed altre congiure.”

Quindi vi furono un numero infinito di spie e di delatori, fu elevato a sistema il fare leva sugli odi privati, l’essere delatori senza fondamento fu considerato ” merito”, trasformare gli atteggiamenti virtuosi e far diventare il Regno una comunità ove fosse premiata l’empietà, l’iniquità, l’abiezione e la disonestà, ossia far diventare quelli che oggi siamo soliti chiamare valori in disvalori con promesse di ricchezze, oro a tale infiniti numero di spioni e delatori, a tal punto che vi erano più spie che uomini onesti che si battevano per i principi fondamentali e irrinunciabili di libertà, uguaglianza e democrazia repubblica, e, cosa non secondaria, a chiunque fosse onesto attribuire l’essere giacobino, anche quando da tempo i giacobini e il loro capo Robespierre non erano più presenti sulla scena politica francese.

In tale atteggiamento si distingueva un certo Vanni e lo storico Vincenzo Cuoco non può fare a meno di raccontare ai posteri l’incredibilità di ciò che era avvenuto negli anni precedenti la Repubblica e che sarebbe stato più abietto con l’avvento della controrivoluzione dei sanfedisti, delle armate inglesi, turche, svizzere, russe, portoghesi:

“Sembrerà a molti inverisimile tutto ciò che io narro di Vanni. E difatti il carattere morale di quell’uomo era singolare. Egli riuniva un’estrema ambizione ad una crudeltà estrema e, per colmo delle sciagure dell’umanità, era un entusiasta. Ogni affare che gli si addossava era grandissimo; ma egli voleva sempre apparir più grande di tutti gli affari. Uomini tali sono sempre funesti, perché, non potendo o non sapendo soddisfare l’ambizione loro con azioni veramente grandi, si sforzano di fare apparir tali tutte quelle che possono e che sanno fare, e le corrompono.”

Di tale sistema di potere nel 1794 furono tra le prime vittime tre giovani democratici repubblicani: Vincenzo Galiani, Vincenzo Galiani ed Emanuele De Deo. Prima della Repubblica gli arrestati raggiunsero un numero elevato, nobili, giuristi, medici, studenti, le menti libere del Regno di Napoli e citiamo i più noti delle centinaia che troveranno la morte dopo la caduta della Repubblica: Luigi Medici, Ettore Carafa, Mario Pagano ed Eleonora de Fonseca Pimentel.

 

Bibliografia

Vincenzo Cuoco, Saggio storico  sulla Rivoluzione Napoletana del 1799,  Prima Edizione, 1801.

 

 

Convegni

Eleonora Pimentel Fonseca a Napoli

La Salerno Editrice è lieta di invitarvi alla prima presentazione del volume Eleonora Pimentel Fonseca. L'eroina della Repubblica Napoletana del 1799, di Antonella Orefice, pubblicato nella collana "Profili".

L'evento si terrà a Napoli all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano sito in Via Monte di Dio, 14, il giorno

16 Ottobre 2019 alle ore 17:30

Interverranno con l'autrice il presidente dell'I.I.S.F. Massimiliano Marotta, il prof. Luigi Mascilli Migliorini dell'Università di Napoli "l'Orientale", la prof.ssa Renata De Lorenzo dell' Università "Federico II" e il prof. Davide Grossi, ricercatore dell'Istituto Italiano Studi Storici.

 

 

 

 

 

 

 

Eleonora Pimentel Fonseca, la nuova biografia di Antonella Orefice

A dieci anni dalla pubblicazione de “La Penna e la Spada” la cui monografia “Eleonora de Fonseca Pimentel. Il mistero della tomba scomparsa” ha avuto nel tempo ben cinque diverse edizioni, la Casa Editrice Salerno pubblica una nuova biografia sulla protagonista femminile della Repubblica Napoletana del 1799 nel 220 anniversario della sua morte.

L’opera “Eleonora Pimentel Fonseca” è stata curata da Antonella Orefice che da anni si occupa e pubblica lavori di ricerca relativi a quel periodo.

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