Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Montesquieu: le lettere persiane

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Le Lettere persiane, romanzo epistolare di Montesquieu, fu  pubblicato nel 1721 ad Amsterdam.  Materia del racconto  è  lo scambio epistolare fra due persiani, Usbeck e Rica, che viaggiano in Europa,  ed offre all’autore l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni, sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea.

Montesquieu,  con una satira sferzante,  traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese, della crisi finanziaria conseguente alla politica economica attuata da Luigi XIV, della crisi dei parlamenti e della società civile nel suo complesso.

Si tratta di  una critica ai costumi del tempo che  si estende anche alla polemica religiosa in cui si vede un segno di instabilità e decadenza che alimenta dispute e divisioni più che la fede. Veicolo potente dei temi relativisti e della critica alle istituzioni politiche e religiose durante tutta l’età illuminista, Lettere Persiane  rappresentano un romanzo in cui, secondo l’auspicio iniziale dell’autore, cerca di dare un carattere e un intenzione diversa tentando di non ingannare «se non chi vorrà ingannarsi da sé» .

Proponiamo due delle 161 tratte dall’edizione del 1758.

La prima (lettera XLVI), Ho mangiato un coniglio, testimonia la graduale conquista, da parte del viaggiatore persiano, di un distacco dai costumi della sua patria a contatto con la varietà delle credenze diffuse tra i vari popoli della Terra.

L’episodio del coniglio offre un’esperienza emblematica, che propone in tutta evidenza la stoltezza crudele dell’uomo che pretende di essere il possessore esclusivo della verità e che preferisce obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, e che perciò è sicuro di meritare il cielo sgozzandovi, se non la pensate come lui.

La seconda (e conclusiva dell’opera, lettera CLXI), Amore. Iibertà e violenza, dimostra la necessità che le conquiste intellettuali non restino tali e non si applichino soltanto alla sfera politica, ma trasformino al più presto i princìpi della convivenza quotidiana.  


Ho mangiato un coniglio

“Vedo qui gente che disputa all’infinito sulla religione; ma mi pare che nello stesso tempo gareggi a chi l’osserverà meno. Non soltanto non sono perciò migliori cristiani, ma neppure migliori cittadini, che è quel che più mi colpisce. In qualunque religione si viva, il rispetto delle leggi, l’amore del prossimo, la pietà verso i genitori, sono sempre i primi atti di religione. E invero, il primo scopo di un uomo religioso non deve forse essere quello di piacere alla divinità che ha stabilito la religione che professa?

Ma il miglior prezzo per riuscirci è senza dubbio l’osservanza delle regole della società e dei doveri dell’umanità; poiché qualunque religione si segua, dal momento che se ne ammette una, è necessario ammettere che Dio ami gli uomini, se stabilisce una religione per renderli felici, e che se egli li ama si è sicuri di piacergli amandoli a nostra volta, cioè praticando nei loro confronti tutti i doveri della carità e dell’umanità, e non violando le leggi sotto le quali vivono.

In questo modo si è molto più sicuri di piacere a Dio che non osservando questa o quella cerimonia: perché le cerimonie non sono buone in se stesse bensì solo in quanto si suppone che Dio le abbia comandate.

Ma ciò è materia di infinite discussioni; ci si può facilmente sbagliare, perché bisogna scegliere le cerimonie di una religione tra quelle di duemila. Un tale rivolgeva a Dio questa quotidiana preghiera: – Signore, io non capisco nulla nelle dispute incessanti che si fanno su di Voi. Vorrei servirvi secondo la vostra volontà; ma ogni uomo che consulto vuole che vi serva secondo la sua.

Quando voglio pregarvi, non so in quale lingua devo farlo. Né so in che posizione mi devo mettere: uno dice che vi devo pregare in piedi; l’altro vuole che resti seduto; un terzo esige che il mio corpo si regga sulle ginocchia.

E non è tutto: c’è chi pretende che mi devo lavare tutte le mattine con l’acqua fredda; altri sostengono che mi guarderete con orrore se non mi faccio tagliare un pezzettino di carne. L’altro giorno in un caravanserraglio mi capitò di mangiare un coniglio. Tre uomini che si trovavano là vicino mi fecero tremare: tutti e tre sostennero che vi avevo gravemente offeso: uno perché questo animale era immondo, l’altro perché era stato soffocato ; il terzo perché non era un pesce .

Un bramino che passava e che chiamai come giudice sentenziò:  Hanno torto, perché non pare che abbiate ucciso voi stesso l’animale. – Anzi, è proprio così, – risposi. – Ah! avete commesso un’azione abominevole, che Dio non vi perdonerà mai, – tuonò con voce severa. – Come potete sapere se l’anima di vostro padre non era passata in questa bestia?  Tutte queste cose, signore,mi gettano in un imbarazzo indicibile: non posso muovere la testa senza essere minacciato di offendervi; tuttavia vorrei piacervi e spendere a questo fine la vita che ho ricevuto da voi. Non so se sbaglio, ma credo che il miglior modo per riuscirvi sia vivere da buon cittadino nella società in cui mi avete fatto nascere, e da buon padre nella famiglia che mi avete concessa.

Parigi, il giorno 8 della luna di Sciabban, 1713.

 

 

Amore. Iibertà e violenza

Sì, ti ho ingannato: ho sedotto i tuoi eunuchi, mi sono presa gioco della tua gelosia, ho saputo fare un luogo di delizia e di piaceri del tuo orribile serraglio. Sono sul punto di morire: il veleno si diffonde nelle mie vene. Che farei sulla terra, poiché il solo uomo che mi legava alla vita non è più? Io muoio; ma la mia anima si invola bene accompagnata: ho mandato avanti a me quei guardiani sacrileghi che hanno versato il sangue più bello del mondo.

Come mi hai potuto stimare tanto credula da convincermi che io ero al mondo solo per assecondare i tuoi capricci e che tu mentre ti permettevi tutto, avevi il diritto di contristare tutti i miei desideri? No! Io ho potuto vivere nella schiavitù, ma sono rimasta sempre libera: ho riformato le tue leggi su quelle della natura, e la mia anima si è sempre mantenuta indipendente.

Dovresti ancora ringraziarmi del sacrificio che ti ho fatto: di essermi abbassata fino a sembrarti fedele; di avere vigliaccamente tenuto nel mio cuore ciò che avrei dovuto mostrare a tutta la terra; di aver profanato la virtù, lasciando chiamare con questo nome la mia sottomissione ai tuoi capricci.

Ti stupivi di non trovare in me i trasporti dell’amore: se mi avessi conosciuta bene avresti trovato tutta la violenza dell’odio. Ma tu hai avuto a lungo il vantaggio di credere che un cuore come il mio ti era sottomesso.

Eravamo entrambi felici: tu mi credevi ingannata, ed io ti ingannavo. Questo linguaggio ti sembrerà nuovo, senza dubbio. È possibile che dopo averti oppresso di dolore, io ti costringa ancora ad ammirare il mio coraggio? Ma è finita: il veleno mi consuma, la forza mi abbandona, la penna mi cade di mano; sento affievolirsi fino il mio odio: io muoio.

Dal serraglio di Ispahan, il giorno 8 della luna di Rebiab 1, 1720.

 

 

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