Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Ipazia, la martire della libertà di pensiero

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A 1600 anni dalla sua uccisione per mano di fanatici religiosi, Ipazia d’Alessandria  è ancora oggi un simbolo della libertà di pensiero. Con lei incominciò la lunga e pietosissima serie dei martiri della Ragione.

Astronoma, filosofa,  matematica ed oratrice di immensa levatura spirituale, per essere stata della gloriosa schiera dei pensatori pagani riformatori del platonismo, e per aver difeso la libertà di coscienza e di scienza, nel marzo del 415 fu assassinata dalla plebaglia cristiana in un clima di accecato fanatismo.

È storicamente provato che la sua  città natale fu Alessandria. Vi nacque poco prima dell'anno 370.  Il padre Teone che le impose la gloria di tanto nome (Ipazia: «sublime», «eccelsa»), fu quasi dotato di spirito profetico, definendola lui stesso filosofa, come  ci tramanda nell'intestazione del suo commento al sistema matematico di Tolomeo: "Commento di Teone di Alessandria al terzo libro del Sistema matematico di Tolomeo. Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia".

Nel 400, a trent'anni, sotto l'impero di Arcadio, Ipazia aveva già acquistato fama mondiale. Oltre a tradurre e divulgare molti classici, insegnava e divulgava fra i suoi discepoli le conoscenze matematiche, astronomiche e filosofiche all’interno del Museo di Alessandria, che a quel tempo era la più importante istituzione culturale esistente. Arrivò a formulare anche ipotesi sul movimento della Terra, ed è molto probabile che cercò di superare la teoria tolemaica secondo la quale la Terra era al centro dell’universo.

Ipazia insegnava ad entrare dentro il proprio intelletto guardando fuori (la volta stellata), e mostrava come procedere in questo cammino con il rigore proprio della geometria e dell'aritmetica che, tenute insieme, rendevano possibile il raggiungimento della vera conoscenza. 

Ebbe un grande numero di scolari, e molti furono illustri e provarono per lei ammirazione e devoto amore.

Nonostante l’assenza di suoi scritti, altri filosofi del tempo ne hanno parlato come una delle menti più avanzate esistenti allora.

In Alessandria era divenuto di moda il filosofare frequentando la cattedra di una donna attraente per tante virtù e bellezze. Sebbene superiore agli amici ed i suoi discepoli, essa li trattava con modi gentili e famigliari e tutti la rispettavano ed onoravano.

Ipazia spiegava pubblicamente le scienze filosofiche, con generosità tramandava il suo sapere, non riservava la conoscenza per sé e per pochi eletti, ma con estrema liberalità la dispensava a tutti coloro che desideravano apprendere. Per questo era molto amata dal popolo e ciò le conferiva una grande autorità.

Allora, quand'ella visse, Alessandria aveva toccato l'apogeo dello splendore nelle scienze, nelle arti e nella letteratura. Allora, il mondo greco vi combatté l'ultima e infelice battaglia contro il dilagante prepotere del cristianesimo.

Seguace di un sistema eclettico di filosofia, Ipazia restò refrattaria all'esclusivismo cristiano.

Probabilmente, aveva accettato il punto di vista di Temistio e dei pagani contemporanei più illuminati; i quali dicevano «che i culti, essendo soltanto forme esterne ed espressioni particolari del sentimento del divino, non sono differenti l'uno dall'altro, che vi sono molte vie per giungere a Dio, e che ognuno è libero di scegliere quella che più gli aggrada».

Con l'imperatore Teodosio, detto dai cristiani "Il Grande", battezzato nel 380 il cristianesimo divenne religione di Stato e, nel 392, ed ogni forma di paganesimo fu proibita, pena la morte.

In ottant'anni i cristiani riuscirono ad impadronirsi del vertice dell'Impero Romano e si trasformarono in accaniti persecutori dei fedeli di quella religione pagana i cui valori avevano dato vita alla grandezza di Roma e dell'Impero. Ipazia aveva tutte le caratteristiche per essere odiata dai cristiani: donna, pagana, scienziata di grande fama e guida della scuola filosofica neoplatonica di Alessandria.

Nel marzo del 415 i cristiani di Alessandria, forse mossi dal proprio vescovo Cirillo, in un clima di fanatismo, di ripudio della cultura e della scienza in nome della crescente religione cristiana l'aggredirono, la tormentarono crudelmente, la trascinarono per le vie della città, la fecero a pezzi ed infine la bruciarono. Il narratore greco, Longo Sofista ha scritto  che le membra del bel corpo di Ipazia, vibrante di canti della ninfa Eco, furono raccolte dalle compagne, pietosi spiriti delle acque, e che la sua arte e potenza musicale ripete ancora altrui le voci e i suoni, per volontà delle Musa, quando il vento passa attraverso i fitti canneti.

La vita di Ipazia cominciò ad essere scritta circa vent'anni dopo la sua morte. I primi ad occuparsi di lei furono due storici della Chiesa: Socrate Scolastico e Filostorgio.

Il nome di Ipazia è tornato famoso durante l’Illuminismo, quando molti autori hanno iniziato a ricordarne la sua libertà di pensiero e l’alto livello a cui erano giunti i suoi studi. Da allora viene ricordata oltre che come martire del dogmatismo fondamentalista, come un simbolo della libertà di pensiero e dell’indipendenza della donna.

 

 

 

 

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