Lettera di Rousseau a Voltaire sul disastro di Lisbona

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E’ il primo novembre, giorno di Tutti i Santi. Nelle proprie  case, gli abitanti di Lisbona vengono svegliati  da un sinistro brontolio, via via crescente fino a diventare  tuono. I muri tremano e ondeggiano, cadono calcinacci, crollano pareti,  si alzano le prime fiamme.

Qualcuno  sale ai piani alti, cerca di guadagnare il tetto. Chi ci riesce, assiste a  uno spettacolo terribile: Lisbona è semidistrutta e  in preda a uno spaventoso incendio. Una polvere sottile e un  denso fumo grigio  rendono  irrespirabile l’aria; molte abitazioni sono crollate, la volta  della chiesa del Carmo è venuta giù  seppellendo decine di persone.

Dappertutto si levano grida di terrore  e per le strade  regna una  confusione indicibile. Un violento terremoto ha devastato la città.  E’ il 1755 e in Portogallo regna  il figlio del Magnanimo, dom José( Giuseppe)  Io Legislador. Regna, ma non governa. O, meglio, governa per interposta persona. E a  molti cortigiani questo non piace. 

Non sopportano  il primo ministro, l’autoritario dom Sebastiao José de Carvalho e Melo  , un fidalgo dai natali non eccelsi , canzonato  alle sue prime apparizioni a corte nelle sue nuove vesti, ma ora conte di Oeiras e marchese di Pombal.

Chi prima gli si rivolgeva, per umiliarlo, con il semplice nome di battesimo, deve ora togliersi il cappello in sua presenza. Inconcepibile.  Sebastiao deve andarsene, il re pure e sul trono deve salire donna  Maria, sua figlia ed erede.

Ma il neo marchese di Pombal ci sa fare.  E sa di essere  forte. Come l’elefante del proprio blasone. Non sarà stato un diplomatico brillante agli inizi del proprio cursus honorum, ma ha viaggiato,  osservato, riflettuto, studiato e un’idea se l’è fatta. Eccome se se l’è fatta!  Primo: via dal Portogallo – e  dall’Oltremare-  i gesuiti e fine del  loro potere e della loro influenza; secondo: controllo dello Stato sull’Inquisizione; terzo: basta con i nobili riottosi sempre  pronti ad alzare la cresta e a combinare guai; quarto: più libertà economica   e più visibilità alla borghesia. E, last , but non least: tutti i poteri politici al re ( in altre parole, a lui).

E’ l’aria che si respira in Europa : l’avanzare e il consolidarsi dell’assolutismo che qualcuno chiama ” illuminato”. Il Portogallo non fa eccezione, il marchese di Pombal, svelto e abile  a cogliere al volo l’occasione del terremoto per farsi conoscere anche all’estero, neppure.

Stringe una solida alleanza con l’Inghilterra;  affronta con decisione e con competenza la ricostruzione di Lisbona; reprime un golpe di palazzo, sbarazzandosi di nobili scomodi e pericolosi; caccia i gesuiti – suoi nemici dichiarati e, in Brasile, addirittura  a capo di uno Stato nello Stato -  e  ne incamera i beni; avvia importanti riforme (giustizia, esercito, insegnamento, amministrazione);  fa pressioni sul papa; promuove ad alte  cariche uomini di bassa condizione, soprattutto borghesi; ridà fiato all’economia; fonda la Compagnia dele Indie Orientali; cerca di tenersi  alla larga dalle guerre europee- da quella dei Sette Anni in particolare - anche se non sempre può farlo; si adopera per convincere donna Maria -  debole di mente- a rinunciare al trono  a favore del figlio primogenito, il principe  José, sua creatura politica.

Quest’ultima mossa gli è fatale. Il piano viene scoperto e sventato e, quando alla morte del re, donna Maria, con il nome di Maria I, sale al trono, il vento cambia. Dom Sebastiao  viene allontanato, i suoi nemici escono dalle prigioni mentre molti funzionari da lui nominati vengono privati delle cariche e del potere.

Non tutti, però. Tre ministri restano al proprio posto. La regina cade vittima dell’Alzheimer( nella tradizione è conosciuta come a Louca, la pazza)  o di qualcosa di simile. Dopo un breve interregno del marito, Pedro III, sale  allora sul trono,  in veste di reggente, il figlio minore, Joao ( il maggiore, José, creatura politica di Pombal,  era scomparso qualche anno prima).

E’ l’anno di  grazia 1792. In Francia il fuoco  della rivoluzione divampa e il futuro incalza,  ma neppure  in Portogallo, senza spingersi  a tanto, si torna al passato. L’assolutismo è un fatto e metterlo in discussione è rischioso; i gesuiti non ci sono più e, tutto sommato, non se ne sente la mancanza; la borghesia governa l’economia e la nuova aristocrazia, sua alleata, il Paese: il mix  funziona.

Il bilancio dello Stato è in attivo, la cultura fiorisce, la pace sociale è assicurata.  Perché cambiare?

Ma fuori dal Portogallo le cose non vanno altrettanto bene. Il principe reggente, Dom Joao  tiene un piede non in due, ma in tre scarpe: Inghilterra, Francia e Spagna. Così, scegliendo di non scegliere, deve rinunciare all’Uruguay sul quale aveva provato ad avanzare  qualche pretesa; deve cedere  le isole di Fernando Pò e di Ano Bom nel Golfo di Guinea alla Francia; perde la “guerra delle arance” con la  Spagna del primo ministro Godoy, onnipotente  a corte e amante della regina  e, con la guerra, perde  anche la città di Olivença .

L’indecisione, le scelte  spesso improvvisate, l’incapacità di comprendere i tempi e le astuzie altrui sembrano caratterizzare la corte di Queluz .

Dove la moglie del principe reggente, la spagnola Carlota Joaquina, sogna i bei tempi andati (quelli pre –Pombal, per intenderci). E con lei, parte dell’irrequieta  nobiltà. Don Joao (o Clemente) sventa un complotto ispirato dalla moglie, ma va giù leggero. Esilia qualche testa calda e rinuncia all’idea di divorziare da Carlota Joaquina.

L’assolutismo ha questo difetto: se a comandare sono personalità  deboli, l’impalcatura  scricchiola.

Jean Jacques Rousseau18 agosto 1756

Vi riferirò senza giri di parole non tanto delle bellezze che ho individuato nei vostri due poemi il compito spaventerebbe la mia indole pigra e nemmeno dei difetti dei quali si accorgeranno forse lettori ben più bravi di me, ma dei dispiaceri che in questo momento offuscano la gioia che pur provo dai vostri insegnamenti. 

Tutte le mie rimostranze sono dunque rivolte contro il Poema sul disastro di Lisbona, perché mi aspettavo da voi un risultato più degno dell’umanità che sembra avervelo ispirato.

Rimproverate a Pope e a Leibniz di insultare i nostri mali sostenendo che tutto è bene e ingigantite talmente il quadro delle nostre miserie che ne aggravate il peso: invece delle consolazioni in cui speravo, voi finite col rattristarmi; si direbbe che temiate che io non mi renda conto a sufficienza di quanto sono infelice e che crediate  così sembra di tranquillizzarmi provandomi che tutto è male. State in guardia, Signore, accade esattamente il contrario di ciò che sostenete.

Quell’ottimismo che trovate tanto crudele mi consola, tuttavia, di quegli stessi dolori che descrivete come insopportabili. Il poema di Pope allevia i miei mali e mi invita alla pazienza; il vostro inasprisce le mie pene, mi spinge a lamentarmi e, togliendomi tutto all’infuori di qualche briciola di speranza, mi porta alla disperazione.

In questa strana opposizione che regna tra quello che dimostrate e quello che provo, calmate la perplessità che mi agita e ditemi se a sbagliarsi è il sentimento o la ragione. «Uomo, sii paziente», mi ricordano Pope e Leibniz, «i tuoi mali sono una conseguenza ineluttabile della natura umana e della costituzione di quest’universo.

L’Essere eterno e benevolo che lo dirige avrebbe voluto tenerli lontani da te: tra tutte le varianti possibili ha scelto quella che aveva meno male e più bene o, per dire la cosa più brutalmente, se non ha fatto meglio vuol dire che non era possibile farlo».

Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? «Soffri per sempre, infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che questi abbiano mai fine; perché non c’è altro motivo per la tua esistenza, oltre la sofferenza e la morte».

Non capisco come una simile dottrina possa risultare più consolatrice dell’ottimismo e della stessa fatalità. Confesso che per me è ancora più crudele del manicheismo. Se il problema dell’origine del male vi costringeva a intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà?

Se è necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il primo. Inoltre, credo di aver dimostrato che eccetto la morte, che è un male solo se la si considera alla luce del modo con cui la aspettiamo e ci prepariamo ad essa, la maggior parte dei mali naturali di cui siamo afflitti sono anch’essi opera nostra.

Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto.

Ma bisogna restare, ostinarsi intorno alle misere stamberghe, esporsi al rischio di nuove scosse, perché quello che si lascia vale più di quello che si può portar via con sé.

Quanti infelici sono morti in questo disastro per voler prendere chi i propri abiti, chi i documenti, chi i soldi?

Forse non sapete, allora, che l’identità personale di ciascun uomo non è diventata che la minima parte di se stesso e che non vale la pena di salvarla quando si sia perduto tutto il resto?

Avreste voluto  e chi non l’avrebbe voluto!  che il terremoto si fosse verificato in una zona desertica, piuttosto che a Lisbona. Si può dubitare che non accadano sismi anche nei deserti?

Soltanto che non se ne parla perché non provocano alcun danno ai Signori delle città, gli unici uomini di cui si tenga conto.

Del resto, ne provocano poco anche agli animali e agli indigeni che abitano, sparsi, questi luoghi remoti e che non temono né la caduta dei tetti, né l’incendio delle case.

Ma che significa un simile privilegio?

Vorrebbe forse dire che l’ordine del mondo deve assecondare i nostri capricci, che la natura deve essere sottomessa alle nostre leggi e che per impedirle di provocare un terremoto in un certo luogo basta costruirvi sopra una città?

Ci sono avvenimenti che ci colpiscono di più o di meno a seconda della prospettiva dai quali li si considera e che perdono buona parte dell’orrore che suscitano inizialmente quando si prende a esaminarli da vicino.

Ho imparato da Zadig, e la natura me lo conferma ogni giorno, che una morte prematura non è sempre un male assoluto, ma, anzi, che qualche volta essa può avere i risvolti di un bene relativo.

Tra tutti quegli uomini sepolti sotto le macerie di quella sventurata città, molti, senza dubbio, hanno evitato sciagure peggiori e malgrado la descrizione toccante e poetica dei vostri versi, non è neanche sicuro che uno solo di quei disgraziati abbia sofferto di più per la morte che l’ha sorpreso piuttosto che se l’avesse attesa con lunga angosciosa agonia e secondo il corso ordinario degli eventi.

Esiste, forse, una fine più triste di quella di un moribondo tormentato da inutili cure, al quale un notaio e gli eredi tolgono il fiato, che i medici assassinano senza scrupoli nel suo letto e al quale dei preti barbari fanno con arte assaporare la morte?

Personalmente vedo ovunque che i mali che ci assegna la natura sono molto meno crudeli di quelli che aggiungiamo per nostra scelta ad essi.

A proposito del bene universale preferibile a quello individuale voi fate dire all’uomo: «lo, essere pensante e senziente, devo stare tanto a cuore al mio Signore quanto i pianeti che, con tutta probabilità, non provano sentimento alcuno».

Senza dubbio questo universo materiale non dev’essere più caro al suo creatore di un solo essere pensante e senziente, tuttavia, il sistema di quest’universo che produce, conserva e perpetua tutti gli esseri pensanti e senzienti deve stargli più a cuore di uno soltanto di questi esseri.

Egli può dunque, malgrado la sua bontà o piuttosto a causa di questa sua stessa bontà, sacrificare parte della felicità degli individui per la conservazione del tutto. Credo e spero di valere agli occhi di Dio più del materiale che forma un pianeta, ma se i pianeti sono abitati, com’è probabile, perché ai suoi occhi dovrei valere più io di tutti gli abitanti di Saturno?

Anche se spesso ci si beffa di tali idee, è certo che molte analogie fanno propendere per l’esistenza di queste popolazioni siderali e solo l’orgoglio umano vi si oppone.

Ora, ammessa l’esistenza di queste popolazioni, la conservazione dell’universo sembra avere per Dio stesso una morale che si moltiplica per il numero dei mondi abitati.

Sapere che il cadavere di un uomo nutra vermi, lupi o piante non è, ne convengo, un modo per risarcirlo della sua morte: ma se nel sistema dell’universo è necessario, per la conservazione del genere umano, che vi sia un passaggio di sostanza tra uomini, animali e vegetali, allora il singolo male di un individuo contribuisce al bene generale: muoio, vengo mangiato dai vermi, ma i miei fratelli, i miei figli vivranno come ho vissuto io e faccio, per ordine della natura, ciò che fecero Codro, Curzio, Leonida, i Deci, i Fileni e mille altri per una piccola parte degli uomini.

Per tornare, Signore, al sistema che voi criticate, credo che non si possa esaminano in modo corretto senza distinguere con cura il male individuale, la cui esistenza non è mai stata negata da alcun filosofo, dal male generale che nega l’ottimismo.

Non si tratta di sapere se ognuno di noi soffre o no, ma se sia un bene che esista l’universo e se i nostri mali erano inevitabili all’atto della sua costituzione.

Così, mi sembra che l’aggiunta di un articolo renderebbe la proposizione più corretta e, invece di dire tutto è bene, si dovrebbe forse dire il tutto è bene o tutto è bene per il tutto.

Allora, è evidente che nessun uomo potrebbe portare delle prove dirette né pro né contro quest’assioma, perché tali prove dipenderebbero da una conoscenza perfetta della costituzione del mondo e dei fini del suo creatore, e una conoscenza di questo tipo è incontestabilmente al di là di ogni intelligenza umana.

I veri principi dell’ottimismo non possono essere dedotti né dalle proprietà della materia né dalla meccanica dell’universo, ma solo per induzione dalla perfezione di Dio che sovraintende a ogni cosa, in modo tale che non si può provare l’esistenza di Dio con il sistema di Pope, ma il sistema di Pope con l’esistenza di Dio ed è, senza dubbio, dalla questione della provvidenza che è derivata quella dell’origine del male.

Se queste due questioni non sono state ben analizzate, né l’una né l’altra, lo si deve al fatto che si è sempre ragionato male sulla provvidenza, e tutte le assurdità che sono state dette in proposito hanno ingarbugliato le conseguenze che si sarebbero potute trarre da questo grande e consolante dogma.

I primi ad aver guastato la causa di Dio sono i preti e i devoti, che non possono soffrire che qualcosa non si faccia seguendo l’ordine stabilito, ma che fanno sempre intervenire la giustizia divina negli avvenimenti prettamente naturali e, per essere sicuri di quanto affermano, puniscono e castigano i malvagi, mettono alla prova e ricompensano i buoni, indifferentemente con benefici o danni, a seconda delle circostanze.

Non so, da parte mia, se questa sia buona teologia, ma trovo che sia una pessima maniera di ragionare il fondare sui “pro” e sui “contro” le prove della provvidenza e di attribuirle senza discernimento tutto ciò che accadrebbe ugualmente anche senza di essa. I filosofi a loro volta, non mi sembrano molto più ragionevoli quando li vedo prendersela col cielo perché non riescono ad essere impassibili o quando gridano che tutto e perduto perché hanno il mal di denti, o perché sono poveri, o perché vengono derubati e vorrebbero, come dice Seneca, incaricare Dio di far la guardia alloro bagaglio.

Se qualche tragico incidente avesse provocato la morte di Cartouche o di Cesare durante la loro infanzia ci si sarebbe chiesti che crimine quei bambini avessero mai commesso?

Invece, questi due furfanti sono sopravvissuti e ora noi ci chiediamo perché li si sia lasciati vivere?

Al contrario, un devoto vi dirà, nel primo caso, che Dio intendeva punire il padre togliendogli suo figlio e nel secondo, invece, che Dio ha voluto mantenere in vita il figlio per castigare il popolo.

Così, qualunque sia la decisione della natura, la provvidenza per i devoti ha sempre ragione e per i filosofi sempre torto.

Ma, forse, nel corso degli eventi umani, essa, in fondo, non ha né torto né ragione, perché tutto deriva da una legge comune e non ci sono eccezioni per nessuno.

Bisognerà credere che i singoli eventi individuali non contano nulla agli occhi del Signore dell’Universo e che la sua provvidenza sia solo universale. Il Signore dell’Universo si accontenta di conservare i generi e le specie e di presiedere al tutto senza preoccuparsi del modo in cui ogni individuo trascorre questa breve vita.

Un re saggio, che vuole che ognuno viva felice nel suo regno, ha forse bisogno di sapere se le locande che vi si trovano sono pulite?

Il passante brontola per una notte quando le trova sporche e per tutto il resto della sua vita ride al ricordo di un’insofferenza così sproporzionata.

«Commorandi enim natura diversorium nobis, non habitandi dedit».

[La natura ci ha dato la vita come un luogo nel quale dimorare, non come qualcosa da possedere. Cicerone, De Senectute].

VoltaireSe riporto tali diverse questioni al loro comune principio mi sembra che si riferiscano tutte all’esistenza di Dio. Se Dio esiste, è perfetto; se è perfetto, è saggio, onnipotente e giusto; se è saggio e onnipotente tutto è bene; se è giusto e onnipotente la mia anima è immortale; se la mia anima è immortale trent’anni di vita non son nulla per me, mentre sono forse necessari alla conservazione dell’universo.

Se mi si concede la prima affermazione, le altre saranno di conseguenza inattaccabili; se la si nega, a che serve discutere sulle sue conseguenze? Né voi né io rientriamo in quest’ultimo caso.

Sono ben lontano dal presumere che voi condividiate quest’opinione leggendo la raccolta delle vostre opere. Infatti, la maggior parte dei vostri scritti mi offre le idee più grandi, più dolci e più consolanti della divinità, e preferisco un cristiano come voi a quelli della Sorbona.

Quanto a me, vi confesserò francamente che non mi sempra che i lumi della ragione abbiano dimostrato né il “pro” né il “contro” in merito a questa importante questione e che se il teista basa il suo sentimento solo sulle probabilità, mi pare che l’ateo, con ancor minor precisione, poggi invece il suo semplicemente sulle possibilità opposte. Inoltre, le obiezioni di entrambe le parti sono sempre insolubili perché poggiano su cose delle quali gli uomini non hanno alcuna idea precisa.

Ne convengo in tutto e per tutto, e tuttavia credo in Dio con la stessa forza con cui credo in qualunque altra verità, perché credere o non credere sono le cose al mondo che meno dipendono dalla mia volontà.

Lo stato del dubbio è una condizione troppo violenta per la mia anima.

Quando la mia ragione è indecisa, la mia fede non può restare a lungo in sospeso e decide senza di essa.

Allora, mille motivi mi spingono di preferenza sul versante dove vi è maggior consolazione e aggiungono il peso della speranza all’equilibrio della ragione.

 

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