La teoria del pan-italianesimo

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1. Le origini della nazione italiana

Le teorie storiografiche sulle origini delle nazioni si possono ripartire in tre grandi gruppi: modernismo, perennialismo, primordialismo.

I primordialisti teorizzano le origini premoderne della nazione e la sostanziale identità fra (alcune) etnie moderne e quelle anteriori.

In base a questa tesi, sebbene le nazioni, così come oggi compaiono, costituiscano inevitabilmente un fenomeno moderno, pure la categoria di nazione si ritroverebbe di necessità universalmente ed in ogni epoca storica, poiché essa manifesta esigenze di natura psicologica ed assieme sociale che hanno un’origine evolutiva e sono radicate nella natura umana stessa. Esistono due correnti principali del primordialismo, rispettivamente sociobiologico e culturale.

Il sociobiologo Pierre van den Berghe ha ipotizzato che le comunità etniche variamente intese siano tutte espressioni ossia estensioni della famiglia naturale umana e rivestano una funzione evolutiva nella riproduzione della specie. Si tratterebbe  pertanto di un modello cosiddetto “adattivo” sul piano evoluzionistico per massimizzare le possibilità di trasmissione dell’impronta genetica individuale.

Le nazioni esprimerebbero in tal modo sul piano sociale e comportamentale esigenze biologiche, traducendole in una cultura condivisa sul piano della  lingua, dell’etica e dei costumi, ecc. [P. van den Berghe, Race and ethnicity: a socio-biological perspective, Ethnic and Racial Studies 1, 4 1978].

Una seconda versione del primordialismo, questa volta di tipo culturale, è quella avanzata da Glifford Geertz, che ha proposto una distinzione fra gli orientamenti all’azione cosiddetta primordiale e quelli all’azione cosiddetta civile.

Semplificando di molto per brevità, i primi riguardano la nazione vera e propria intesa quale comunanza culturale, i secondi invece lo stato nazionale. [C.  Geertz, The Interpretation of Cultures, New York 1973].

A prescindere dalle diverse interpretazioni, in una prospettiva antropologica oppure storica compariva appare indubbio come le comunità etniche siano assolutamente universali.

L'idea di nazione quale formatasi nel secolo XIX, erede assieme dello stato moderno e del romanticismo, è abbastanza recente e non si può ritrovare nelle stesse sue identiche forme in epoche anteriori. Tuttavia ciò non significa che in precedenza non esistessero modelli comuni di nazione.

Essi sono sempre esistiti, rispondendo all'esigenza d'espressione in forma culturale e politica del senso d’identità sociale innato nell'uomo quale “animale comunitario”, soltanto sono stati e rimangono storicamente differenziati.

Una società di cacciatori nomadi, una di allevatori, di agricoltori di villaggio, un regno, una repubblica, una città-stato, un impero multi-etnico, uno stato nazionale ecc. esprimono tutti un'identità, la quale però si manifesta in una molteplicità di varianti. [ad esempio, nell'amplissima letteratura esistente al riguardo, alcuni brevi ma densi studi in una prospettiva antropologica sono quelli di Robert Carneiro, A theory of the Origin of the State, in «Science», 1970, CLXIX, pp. 733-738; R. Cohen - E. Service, Origins of the State, Philadelphia 1978].

Un’impostazione teorica che non nega assolutamente, bensì integra quella dei primordialisti è quella cosiddetta perennialista, che ha la virtù d’evidenziare le differenze storiche fra le forme di costruzione dell’identità etnica nelle varie epoche, che pure poggiano tutte su di un medesimo basamento biologico.

Si può ricordare lo studio di Anthony D. Smith, Le origini culturali delle nazioni Gerarchia, alleanza, repubblica, pubblicato in Italia dalla casa editrice “Il Mulino”.

Smith è professore emerito e presidente dell'Asen, Association for the Study of Ethnicity and Nationalism, presso la London School of Economics and Political Science.

Questo insigne studioso sostiene che i caratteri nazionali attualmente esistenti poggiano su modelli di identità risalenti sino all’Antichità.

Egli ne individua tre fondamentali: il modello gerarchico, che individua nella comunità l'incarnazione di un ordine ultraterreno e che ha le sue prime espressioni in Egitto e in Mesopotamia; il modello dell'alleanza fra il dio ed il popolo, con un “patto” (berith in ebraico antico) fra la divinità e la comunità, che è fondamento dell’ordine giuridico (questo modello è ritenuto dall’autore tipico dell’Israele antico, ma in realtà era del tutto comune nell’area semitica del Vicino Oriente e non una prerogativa esclusiva degli ebrei);

Il modello repubblicano, espresso da Grecia e Roma (beninteso, il carattere repubblicano di Roma è sopravvissuto anche all’instaurazione dell’impero, poiché nonostante l’influsso del modello gerarchico orientale, la struttura della res publica ha conservato fondamentali caratteri repubblicani: il sovrano romano non ha mai avuto poteri assoluti e la sua autorità è sempre stata limitata dal ruolo del senatore, della classe senatoria e dalla consapevolezza che la tradizione giuridica romana era a lui preesistente e superiore).

Lo stesso autore ha scritto anche Le origini etniche delle nazioni nel quale teorizzava appunto che le nazioni moderne si sono formate sulla base di legami etnici preesistenti e risalenti spesso sino al mondo antico.

Lo Smith comunque fornisce nel suo saggio gli strumenti e gli argomenti culturali sufficienti per teorizzare che la nazione italiana esista ininterrottamente da circa due millenni, ossia sin dai tempi di Roma antica, come d’altronde vuole  un’illustre tradizione intellettuale.

 

2. La teoria del panitalianesimo

 Anche se si può parlare di vera e propria nazione italiana soltanto dal I secolo a.C. ossia approssimativamente dall’epoca di Ottaviano Augusto, essa aveva le sue premesse e radici in un periodo storico assai più lungo e remoto. È stata ampiamente provata l’esistenza d’una forte identità comune fra le varie popolazioni d’Italia, dalle Alpi al mare, ben prima dell’unificazione romana [sul concetto d’identità in sociologia: N. Tessarin, voce: Identità, in: F. Demarchi, A. Ellena, B. Cattarinussi (a cura di), Nuovo Dizionario di Sociologia, edizioni paoline, 1987].

Storici dell'Italia antica hanno elaborato la tesi cosiddetta del panitalianesimo, secondo cui i vari popoli pre-romani (Etruschi, Liguri, Sardi, Corsi, Reti, Italici, Veneti, Latini, persino in parte i Celti ed Greci, che comunque erano minoranze giunte in Italia soltanto nel I millennio a.C. avanzato, quindi millenni dopo l’insediamento degli altri gruppi etnici maggioritari) avrebbero raggiunto un considerevole grado di unità culturale ben prima dell'unificazione romana.

Tale teoria ha avuto il suo pioniere anzitutto in Michel Lejeune, sia storico in senso stretto, sia glottologo (in assoluto uno dei maggiori mai esistiti), il quale ha affermato la comunanza culturale e linguistica fra i diversi popoli d’Italia prima dell’unificazione romana, conseguente alla mescolanza etnica fra indo-europei e mediterranei ed alla diffusione culturale [Per un inquadramento della figura di questo studioso: Y. Duhoux-P. Swiggers, Michel Lejeune, Notice biographique et bibliographique Louvain, centre international de Dialectologie générale, 1993].

La tesi di questo studioso francese ha poi incontrato grande fortuna nell'ambito dell'antichistica [ Una breve presentazione della sua figura si trova in A. Prosdocimi, Michel Lejeune. L’Italie antique et autre chose encore, in Hommage rendu a Michel Lejeune, Academie des Inscriptions et Belles Lettres (Parigi, 19 gennaio 2001), Parigi 2001, pp.33-41.]

Concorda sostanzialmente su questa prospettiva, fra gli altri, anche il professor Sabatino Moscati, dell'Accademia dei Lincei, autore di una «Archeologia delle regioni italiane».

Questi spiega che nella storia d’Italia esiste una costante tendenza all’unità politica ed alla convergenza culturale, indotta dalla stessa configurazione naturale e geografica d’Italia, poiché le Alpi ed il mare costituiscono delle frontiere permanenti e chiare.

L’Italia, serrata quasi da ogni parte dal mare e sull’unico lato di terraferma sbarrata dalle Alpi costituisce quindi una specie di “isola continentale”.

Sabatini spiega inoltre che su base archeologica è possibile provare sin dalle epoche più remote una notevole omogeneità culturale fra tutte le parti d’Italia, come l’esistenza nell’evo antico dello stesso tipo di steli funerarie dalla valle d’Aosta sino alla Sicilia o di bronzi votivi dal  Veneto  alla Sardegna.

È facile notare infatti che gli antichi Mediterranei, a cui appartenevano Etruschi, Reti, Liguri, Sardi, erano molto simili fra loro culturalmente e linguisticamente, così come poi gli Indoeuropei giunti in Italia, tutti membri di una medesima “famiglia” del ceppo indoeuropeo.

Nell'Italia del primo millennio a. C. convivevano lingue indoeuropee e lingue non indoeuropee; eppure tra tutte esiste, almeno a partire dal VI secolo avanti Cristo, come informa un glottologo quale Giuliano Bonfante, una certa concordanza ed assonanza, anche sul piano lessicale.

Riscontrare una convergenza linguistica ed una comune filogenesi sul piano dell’idioma, come fanno questi linguisti e storici, vuole dire moltissimo a sostegno dell’idea di una nazione in fieri, poiché il criterio abitualmente più importante per individuare un gruppo etnico è proprio la lingua, che è assieme causa promotrice d’una cultura comune ed effetto della stessa, poiché determina ovvero manifesta un bacino socioculturale unificato.

Ma le somiglianze linguistiche, che investono tutto il complesso delle lingue parlate in Italia tanto indoeuropee quanto non indoeuropee, non sono le sole a contribuire alla nascita della nazione italiana.

Si aveva infatti sin dall’Antichità una vera koinè culturale sul piano dei culti religiosi, dei riti, delle costumanze e delle consuetudini. Ad esempio, il culto di Ercole era pan-italiano e diffuso in tutta la Penisola, in modo capillare: questo non è certo l’unico caso di divinità condivisa da tutti i popoli italiani dell’epoca [R. Del Ponte, Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica, Genova 1988; A. Mastrocinque, Ercole e i culti di Abano, Milano 1998].

Esistono inoltre prove ulteriori di questa continuità fra il mondo antico preromano e quello posteriore anche sul piano artistico, tanto che l’archeologo Umberto Broccoli ha individuato un gran numero di forti somiglianze stilistiche fra l'arte italica antica e l'arte medievale di quasi ogni parte d'Italia.

Una notevole similitudine esisteva quindi anche nel campo dell’arte, come dimostra l’archeologia e come si è espresso autorevolmente fra gli altri il dottor Massimo Pallottino, nella sua qualità di presidente dell'Istituto di studi etruschi e italici. [Genti e culture dell'Italia preromana, 1981; Storia della prima Italia, 1984; Saggi di antichità, 3 voll., 1979].

Va ancora aggiunto che a questo comune substrato culturale s’aggiungevano in embrione forme di articolazione politica che trascendevano l’appartenenza alla singola città-stato o popolo. Alleanze e federazioni, per quanto instabili e fragili, su basi interetniche sono attestate in Italia sin da epoche remote.

 

3. Il gruppo etnico e linguistico italico

Il gruppo etnico e linguistico detto italico presentava già prima dell’unificazione romana tratti tendenzialmente unitari. Sempre il Lejeune ha praticamente rifondato in opere come Latin et chronologie italique e Notes de Linguistique Italiques il concetto di lingue italiche, dandogli una duplice accezione.

In senso stretto esso indica le lingue osco-umbre, ivi includendo anche quelle molte varianti locali imparentate con questo ceppo. In senso più ampio si possono dire lingue italiche tutte quelle attestate nell’Italia antica preromana ed appartenenti alla famiglia indoeuropea occidentale,  escludendo quelle greche e celtiche.

Si tratta del gruppo di lingue talora dette “centrali”, comprendenti l’osco, l’umbro, il falisco, il latino,  ed il venetico, queste ultime due particolarmente simili fra loro.

Lejeune è stato un pioniere sia nell’asserire l’appartenenza del venetico ad un medesimo gruppo linguistico, ovvero la sua stretta parentela con le lingue degli Italici e dei Latini. Si parla infatti di un comune gruppo linguistico, detto “Italico”, che comprendeva gli Italici (con le loro lingue, nella famiglia osco-umbra) ed il veneto-latino o latino-falisco (diviso a sua volta in latino, falisco e venetico).

Difatti il venetico, il latino e le lingue italiche, appartenevano tutti ad un medesimo ceppo o famiglia linguistica.

Giacomo Devoto, uno dei maggiore linguisti italiani mai esistiti e ritenuto da molti il più autorevole studioso della storia linguistica preistorica italiana, non solo classifica il venetico quale una lingua italica, ma anche come la lingua maggiormente vicina a quella latina fra tutte quelle esistenti nell’Italia pre-romana, individuando oltretutto in ciò una conseguenza d’una comune migrazione di paleo-veneti e latini, nel loro spostamento all’incirca dall’odierna Ungheria in direzione dell’Italia, con movimento verso sud-ovest.

Nella sua opera Il linguaggio d’Italia. Storia e strutture linguistiche dalla Preistoria ai nostri giorni, [Rizzoli, Firenze 1969], Giacomo Devoto presenta tre fondamentali gruppi linguistici indo-europei in Italia, rispettivamente quello che comprende il venetico ed il proto-latino (cap. V), gli umbro-sanniti (cap. VI), ed infine i Leponzi, i Messapi, i Galli (cap. VII).

I primi due gruppi sono accomunati dalla medesima appartenenza ad uno stesso gruppo linguistico, fermo restando che la parentale più stretta del venetico è con il latino, mentre il terzo è dato semplicemente dai ceppi indo-europei in terra italiana i quali non rientrano nella tipologia suddetta. Secondo Devoto, la parentela fra proto-latino e venetico è dovuta naturalmente alla loro vicinanza etnica originaria, conseguente ad un percorso migratorio comune.

Ad esempio, in proposito è utile la cartina riportata da Devoto che mostra gli spostamenti delle popolazioni indoeuropee nel II millennio a.C., ed in cui Veneti e Latini sono mostrati all’interno del medesimo “insieme”; Ibidem, p. 51. Questi concetti sono ribaditi in un’altra importante opera del medesimo autore,

Gli antichi italici [Firenze 1969], in cui Devoto osserva come il venetico mostri caratteri simili alle lingue italiche e protolatine. (Ibidem, pp. 49 sgg.).

Pur con tutte le differenze e specificità delle varie popolazioni italiche, esse rientravano all’interno di un medesimo insieme o continuum.

 

4. La koiné etrusco-italica

In quanto alle popolazioni pre-indoeuropee, in pratica i discendenti degli antichi Mediterranei, costoro parlavano una lingua molto simile: gli idiomi degli Etruschi, dei Reti, dei Liguri, dei Sardi ecc. erano, per quanto è dato sapere, fortemente simili [cfr. sui Reti F. Bravi, La lingua dei Reti, Bolzano 1970].

È esistito inoltre un fenomeno culturale di tipo per così dire osmotico che è stato definito dall’importante storico M. Pallottino quale «koiné etrusco-italica», che ha avuto le sue origini sin nell’età detta del Bronzo Finale, nei secoli XII-XI avanti Cristo [C. De Simone, I rapporti linguistici tra gli Etruschi e gli Italici, in E. Campanile (a cura di), Rapporti linguistici e culturali tra i popoli dell’Italia antica, Pisa 6-7 ottobre 1989, Pisa 1990; G. Meiser, Le relazioni fra la lingua umbra e la lingua etrusca, in A. Ancillotti- A. Calderini (a cura di), L’umbro e le altre lingue dell’Italia mediana antica. Atti del I Convegno Internazionale sugli Antichi Umbri (Gubbio, 20-22 settembre 2001), Perugia 2009, pp. 137-164].

Furono molto rilevanti i rapporti fra l’Etruria e Roma [Aavv., Gli Etruschi e Roma. Atti dell’incontro di studio in onore di M. Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, 1981; G. M. Della Fina (a cura di), Gli Etruschi e Roma. Fasi monarchica e alto-repubblicana, Atti del XVI convegno internazionale di studi sulla storia e l’archeologia dell’Etruria, Annali della fondazione per il museo «Claudio Faina», volume XVI, Orvieto 2009; M. Torelli, Religioni e rituali dal mondo latino a quello etrusco: un capitolo della protostoria, in “Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina” XVI, 2009, pp. 119-154.]

Sono d’altronde provati stretti rapporti etnici e linguistici degli Etruschi anche con popoli non italici, quali i Reti [V. Pisani, La lingua degli antichi Reti, in “Archivio per l’Alto Adige”, XXX, (1935), pp. 91-108.] ed i Sardi [Etruria e Sardegna centro-settentrionale tra l’età del Bronzo Finale e l’Arcaismo, atti del XXI Convegno di Studi Etruschi e Italici (Sassari-Alghero-Oristano-Torralba, 13-17 ottobre 2002), Pisa-Roma.]

La presenza etrusca d’altronde, anche se aveva il proprio epicentro nell’Italia centrale, s’estendeva dalla valle del Po [M. Harari, Gli Etruschi del Po, Pavia 2000] sino alla Campania [La presenza etrusca nella Campania meridionale, atti del convegno di studi (Pontecagnano-Salerno, 16-18 novembre 1990), Firenze.]

Anche  in questo caso pertanto si ritrovano una serie di legami sia dei popoli indoeuropei fra di loro, sia fra questi con gli indoeuropei stanziati in Italia.

 

5. Le premesse della romanizzazione ovvero la continuità delle culture nell’inglobamento in quella romana

l posteriore processo di romanizzazione s’innesta su una base di realtà etniche e linguistiche precedenti, le quali, pur nella loro varietà, erano attratte da due poli e modelli, rappresentanti rispettivamente dalla civiltà etrusca, che estendeva le sue propaggini dalla pianura padana sino alla Campania, e da quella greca, presente sulle coste di gran parte del Mezzogiorno ed in Sicilia. In questo contesto le popolazioni dell’Italia centro-meridionale dette “italiche” e quelle dell’Italia settentrionale imparentate con esse (i Veneti) o con gli Etruschi (i Liguri ed i Reti) si trovarono variamente influenzate dal mondo etrusco e da quello greco, non mancando però di condizionarli entrambi a propria volta in un processo progressivo di simbiosi.

A loro volta, questi due complessi culturali entrarono in un processo per così dire osmotico con la civiltà romana, che essa stessa d’altronde attingeva ad una eredità molteplice. Si ritrova senz’altro una certa continuità delle forme culturali dal periodo preromano a quello romano.

Per limitarsi all’esame dell’Italia settentrionale, il processo di romanizzazione ed acculturazione fu abitualmente piuttosto lento e graduale, con una dialettica fra continuità e mutamento. Roma rispettò nei limiti del possibile le strutture sociali e culturali preesistenti, assorbendole ed integrandole lentamente all’interno della propria civiltà. [W. Broadhead, Migration and Transformation in Northitaly in the 3rd-1st centuries BC, in «BICS» 44 (2000), pp. 145-166; A. Valvo, Origini e modelli della società romana in Cisalpina fra I secolo avanti e I secolo dopo Cristo, in C. Castillo Garcia-J. F. Rodriguez Neila-J. Navarro (a cura di), Sociedad y economía en el Occidente romano, Pamplona 2003, pp. 27-44.]

Ad esempio, all’interno del Canton Ticino si è riscontrata una grande continuità culturale, dall’età del ferro sino all’epoca di Augusto ovvero alla romanizzazione completa. [A. Crivelli, Atlante preistorico e storico della Svizzera italiana, Bellinzona 1943; N. Lamboglia, Rivista storica Liguri, IX, pp. 163 sgg.; C. Simonet, Tessiner Graeberfelder, 1941].

Scrive F. Mainardis: «molti degli interventi romani nell’Italia settentrionale, e soprattutto in ambito alpino e prealpino, furono improntati spesso alla conservazione e al rispetto dei precedenti assetti territoriali anche da un punto di vista etnico. Le forme di contatto tra Romani e indigeni si realizzarono nell’equilibrio tra assunzione e tutela delle forma preesistenti da un lato e progressivo adeguamento al modello romano dall’altro» [F. Mainardis, L’onomastica idionimica nella Transpadana romana. Tra resistenza e integrazione, in «Scienze dell’Antichità», 10 (2000), pp. 531-574, citazione a p. 543].

Giovan Battista Pellegrini parlando della romanizzazione nell’Italia settentrionale spiega che essa fu lenta e graduale, per cui si può parlare d’un influsso sulle singole varietà regionali del latino da parte delle popolazioni preesistenti, dei Paleoveneti, dei Celti e dei Liguri. Questa variante locale del latino è alla base delle singole parlate neolatine settentrionali. [G. B. Pellegrini, Il “Cisalpino” e l’italo-romanzo, Archivio Glottologico Italiano, LXXVII, 1992, pp. 272-296].

Nell’area dell’attuale Emilia-Romagna si ebbe una profonda mescolanza fra le popolazioni da più tempo presenti sul territorio, ossia Etruschi, Liguri ed Umbri, ed i Celti e successivamente i Romani, prima ancora della romanizzazione massiccia.

Nel caso del gruppo celtico dei Boi si riscontra un «profondo processo  di acculturazione e assimilazione nei confronti della più evoluta componente etrusco-italica, processo che culminò sullo scorcio del secolo giungendo a connotare una particolare koinè definita celto-italica» (J. Ortalli, Nuovi dati sul popolamento di età celtica nel territorio bolognese, Études Celtiques, XXVII, 1990, pp. 7-41, citazione a p. 10; cfr. anche E. Campanile (a cura di), I Celti in Italia, Pisa 1981, pp. 11-28).

La notevole somiglianza e talora coincidenza dei tratti linguistici (fonetici, morfologici e lessicali) tra il latino ed il venetico, dovuta alla loro similitudine strutturale più che ai contatti, è stata supposta fra le cause dell’agevole latinizzazione delle popolazioni venetiche da uno dei maggiori studiosi dell’Italia antica, Aldo Prosdocimi. [G. Fogolari - A.L. Prosdocimi, I Veneti antichi. Lingua e cultura, Padova 1988; Sulla relativa continuità linguistica nel Veneto, che si è innestata comunque su di una romanizzazione e latinizzazione piuttosto precoci, già dal III secolo avanti Cristo: Varietà e continuità nella storia linguistica del Veneto. Atti del Convegno della Società Italiana di Glottologia, Padova-Venezia 3-5 ottobre 1996, Roma 1998].

L’unificazione dell’Italia sotto la comune cultura romana non significò quindi una frattura radicale con il passato, poiché la romanizzazione s’innestò sulle culture anteriori, assorbendole al proprio interno in virtù degli elementi di somiglianza anteriori.

L’Italia, come nazione in fieri, esisteva già prima della stessa costruzione statale romana, che per così dire costruì il proprio edificio su fondamenta preesistenti.

Roma quindi non negò e non soppresse le culture sue anteriori, bensì le condusse al loro naturale compimento nella piena realizzazione di un'unità anche politica, giuridica, linguistica e della coscienza nazionale.

È possibile sostenere che l'Italia quale "nazione" esista da ben più di due millenni, con una sua unità sostanziale costituita da diversi "strati" sovrapposti l'uno all'altro.

 

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