Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Discorso sulle scienze e le arti e sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza di Rousseau

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Il Discorso sull’ineguaglianza, è un’opera di Rousseau pubblicata nel 1755,  in cui si descrive, in opposizione al giusnaturalismo precedente, il costituirsi della società civile a partire da un ipotetico stato di natura («uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai»).

Mediante quel che si può «ricavare dalla natura dell’uomo coi soli lumi della ragione», Rousseau ricostruisce il passaggio dal primitivo stato di felicità, libertà e indistinzione della proprietà, alla moderna situazione di disuguaglianza e ingiustizia, sancita e giustificata da istituzioni politiche che, di fatto, stabiliscono la legge del più forte e il dispotismo.

L’invenzione dell’agricoltura e della metallurgia hanno provocato, con l’appropriazione della terra e dei prodotti del lavoro, il sorgere della proprietà privata; il progresso delle conoscenze e delle tecniche, allontanando l’uomo dall’originario stato di felicità che, secondo Rousseau, ancora vigeva fra i selvaggi, ha accentuato e fissato le disuguaglianze culturali ed economiche.

Nella prima parte del Discorso sulle scienze e le arti Rousseau afferma che le scienze e le arti, lungi dal purificare i costumi, hanno contribuito a corromperli. Esse rappresentano ornamenti superflui che spingono gli uomini ad apparire più che a essere, cioè a seguire schemi di comportamenti uniformi.

Nella seconda parte, l'Autore mostra come le scienze non siano scaturite da virtù, ma da vizi (ad esempio la fisica dalla curiosità).

Nel Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra uomini, egli afferma che per cono-scerne la causa occorre conoscere l’uomo.

Attraverso il metodo ipotetico, egli articola il Discorso in due parti: nella prima descrive com’è l’uomo in natura, nella seconda com’è diventato nella storia.

Secondo Rousseau, ciò che qualifica l’uomo primitivo è il perfetto equilibrio tra i bisogni e le risorse di cui dispone: i soli beni che conosce sono il cibo, la femmina, il sonno.

Essendo in rapporto im-mediato con i bisogni, è privo di progettualità e la sua vita sembra svolgersi in un eterno presente. 

Gli unici principi che gli si possono attribuire sono l’amore di sé e la pietà. Tuttavia, il fatto che l’uomo naturale provi pietà per i simili non implica legami durevoli: l’uomo primitivo è asociale e indipendente. A causa della libertà e della perfettibilità, l’uomo può però uscire da questo stato.

Nella Seconda parte del Discorso, Rousseau espone le cause e le modalità del trapasso dallo stato di natura a quello civile, trapasso che coincide con il passaggio dall’uguaglianza primitiva alla disuguaglianza propria della società progredita.  

Ciò avviene attraverso un esperimento mentale, con cui Rousseau immagina quali condizioni siano state necessarie perché ciò avvenisse. Poiché il solo ambiente che influenzi l’uomo è quello fisico, è in esso che deve essere trovata la causa. L’uomo dovette cominciare a vincere delle difficoltà: la ferocia degli animali, gli inverni rigidi, ecc.

L’uomo scoprì il fuoco e comincio a unirsi. Questi primi progressi condussero l’uomo alla prima rivoluzione, che portò alla costruzione delle famiglie. Questa società nascente, che non è più natura e non è ancora cultura, è per Rousseau l’epoca più felice della storia del mondo.

Quando l’uomo ebbe bisogno di un altro, l’uguaglianza scomparve ed ebbe inizio la seconda rivoluzione e la divisione sociale del lavoro.

All’agricoltura e alla coltivazione delle terre seguì la loro spartizione e l’avvento della proprietà: il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare questo è mio, e trovò persone ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Con la proprietà privata, si affermò la prima grande divisione fra gli uomini ricchi e poveri.

Rousseau immagina che siano proprio i ricchi a proporre un patto iniquo: “Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi povero; stipuliamo un accordo fra noi. Il patto doveva essere sancito anche sul piano giuridico-politico.

Nacque così lo Stato, subdola legalizzazione del sopruso: tutti gli animi grossolani corsero incontro alle catene convinti di assicurarsi la libertà. 

La nascita dello Stato accelerava un processo di decadimento in tre tappe: la fondazione della legge e del diritto di proprietà (che sanciva la distinzione fra ricchi e poveri), l’istituzione della magistratura (che sanciva la distinzione tra potenti e deboli), la trasformazione del potere legittimo in arbitrario (che sanciva la distinzione fra padrone e schiavo).

Tutto si riporta alla legge del più forte.

 

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