Il "vietato pensare" negli anni dell'antico regime borbonico

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Un errore rilevante che fecero i Borbone nel corso degli anni fu quello di estromettere dalla vita pubblica tutte le menti migliori che il Regno delle Due Sicilie esprimeva, e per molto di loro non si trattò di semplice estromissione, ma anni duri di detenzione in varie carceri del Regno, da quelle più noti di Montefusco, Procida, Santo Stefano, Ponza, Avellino, Foggia, Bari a quelle meno note di Marigliano, Baiano, Bovino, Cerignola, Barletta, Molfetta e Andria.

Intendiamo far riferimento ai due brevi momenti costituzionali, a partire dagli anni del 1820-1821 in cui fu data e poi revocata la Costituzione, che aveva espresso, quali rappresentanti, uomini quali Giuseppe Poerio, Galdi, Nicolai, Dragonetti, Arcovito, Netti, Matteo Imbriani, Berni, De Conciliis e tanti altri.

Nel 1848, la momentanea costituzione aveva espresso, quali rappresentanti, le menti brillanti di Carlo Poerio, di Scialoja, Spaventa, Paolo Imbriani, Mancini, Pisanelli, Conforti, Lanza, Blanch, Capitelli, Bonchi, Tupputi, Tarantini, Salvagnoli, Avossa, De Blasiis, Massari, Savarese, Del Re, Baldacchini, Pica, Saliceti, Dragoni e tanti altri, tra cui quelli più rivoluzionari di Zuppetta, Petruccelli, Musolino, Ricciardi, Barbarisi.

Un patrimonio di idee espresse dai tanti eletti dopo la concessione della Costituzione prima in seguito ai moti rivoluzionari del 1820-21 e soprattutto in seguito alla rivoluzione del 1848. Tali uomini furono tenuti lontani dalla vita politica, costretti all'esilio e la maggior parte di loro in stato di detenzione per tanti anni.

Di questa verità da rilanciare in anni in cui si tenta di dimenticare o meglio far finta di non ricordare che il Mezzogiorno fece parte a pieno titolo della graduale e lunga storia del Risorgimento, che dal Sud partirono le radici e gli ideali del Risorgimento, facciamo riferimento a quanto ha scritto al riguardo proprio uno storico borbonico, Giacinto De Sivo.

Scrivendo di Ferdinando II e del suo errore di non far tesoro dei grandi uomini che il Regno esprimeva, invece di costringerli all'esilio o incarcerarli, il De Sivo afferma:

“Temuti gli uomini di testa, s'andò cercando la mediocrità, perché più mogia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi. Per non fidarsi in nessuno e per non aver bisogno di intelletto, fu ridotta a macchina di amministrazione il governo. Si credeva così non s'avrebbe mestieri di pensare.”

Insomma durante il passato regime borbonico, secondo lo stesso storico borbonico De Sivo, si temevano le teste pensanti, non si gradiva avere a che fare con gente che pensava con la propria mente, e i nomi citati erano esempi di grandi pensatori, di uomini con la schiena dritta.

Era possibile che patrioti come i tenenti Morelli e Silvati, come Cesare Rosaroll, come i fratelli Poerio non pensassero con la propria testa? Si poteva chiedere a un Luigi Settembrini, ad un Francesco De Sanctis, per citare altri esempi di rinomati patrioti di non pensare con la loro mente?

Il “vietato pensare” dei Borbone provocò l'esilio nel migliore dei casi, e tanti anni di detenzione di uomini abituati a pensare e a sacrificarsi per le proprie idee, perché gli ideali liberali, rivoluzionari avevano scosso l'Europa, e la Costituzione garantiva la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di stampa e quanto siamo, noi uomini contemporanei, talmente abituati, assuefatti e a volte ci sembrano parole inutili solo perché nel tempo le abbiamo svuotate della loro essenza. Questo fu l'errore rilevante dei Borbone.

Tale fu la "protesta" di Luigi Settembrini, che uscì provato dal carcere di Santo Stefano solo agli inizi del 1859 per essere inizialmente imbarcato su una nave per New York, dopo otto anni nella prigione di Santo Stefano.

 

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