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Il busto di sua maestà

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Da ricerche condotte dallo scrivente nell’Archivio di Stato di Palermo – che risulta essere una vera e propria “miniera” di documenti per la storiografia della provincia – è stato possibile ricostruire un piccolo episodio di imposizione borbonica che aggiunge un inedito minuscolo tassello al grande mosaico della storia siciliana risorgimentale.

Nel 1852 il comune di Castelbuono (centro di circa 7.000 abitanti, situato a 90 km da Palermo) così come tutti gli altri comuni del regno, fu costretto per un decreto del sovrano ad esporre i busti dei regnanti, che allora erano il re Ferdinando II e la regina Maria Teresa d’Austria, sua seconda moglie.

Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Palermo, 1810 – Caserta, 1859) era salito al trono l’8 novembre 1830.  Aveva sposato nel 1832 Maria Cristina di Savoia, da cui aveva avuto l’erede al trono Francesco, che sarebbe stato chiamato in seguito “Francischiello”, famoso, a torto, per il suo blando esercito.

Rimasto vedovo, Ferdinando aveva sposato nel 1837 Maria Teresa d’Austria, con cui ebbe 12 figli.

Nonostante l’attuazione di alcune riforme in senso assolutistico, fu soprannominato dai siciliani il “re bomba” per il feroce bombardamento di Messina durante l’insurrezione del 1848.

La moglie Maria Teresa Isabella d’Asburgo-Teschen (Vienna, 1816 – Albano, 1867) ebbe i titoli di arciduchessa austriaca e regina delle Due Sicilie.

Ritornando ai busti delle maestà, chi ne fosse stato sprovvisto avrebbe dovuto forzosamente acquistarli direttamente dall’Intendenza - che rappresentava la massima autorità provinciale dell’epoca, come una sorta di Prefettura contemporanea - versando preventivamente il prezzo dell’acquisto e delle spese di imballo e di spedizione.

Considerate le modeste risorse, a Castelbuono, così come agli altri piccoli centri, veniva concesso l’acquisto delle versioni in gesso, molto più economiche di quelle in ghisa o in lega di bronzo, ma meno durature di queste, quasi a beffardo presagio dell’imminente fine.   

Il sindaco e il consiglio comunale di Castelbuono, seppure nell’apparenza ligi ad adempiere il dovuto omaggio ai sovrani, usando le “armi” legali e ossequianti della burocrazia, in verità dimostrarono una certa riluttanza all’imposizione dell’acquisto. A seguire ne riportiamo il breve carteggio con un gustoso piccolo colpo di scena finale.

Il sindaco Andrea Collotti scriveva all’Intendente - cioè all’equivalente odierno del Prefetto della provincia - comunicandogli che aveva proceduto al pagamento dei 3 ducati, quale prezzo imposto per il busto, e che dunque poteva ora provvedere al trasporto.

Ma il solo acquisto del busto del re non bastava: era obbligatorio acquistare anche quello della regina e non erano previsti sconti! Il sollecito dell’Intendente era inequivocabile: dunque occorreva versare altri 3 ducati per l’acquisto del busto della regina, oltre alle spese di imballaggio e di spedizione.

Il sindaco, allora, procedeva anche all’acquisto del busto della regina e provvedeva anche alle spese di imballaggio e trasporto, che ammontavano ad altri 2 ducati e 40 grani, per un costo totale di 8 d. e 40 gr.

Una volta acquistati i busti, ecco il piccolo coupe de theatre. Il sindaco Collotti scriveva alle autorità provinciali puntualizzando che il municipio castelbuonese (« la casa comunale ») possedeva già, e doppiamente, le « nobilissime effigie », seppur in litografie; perciò attendeva superiori disposizioni su dove collocare i due nuovi busti!

Il Sottointendente di Cefalù chiedeva lumi all’Intendente di Palermo, che autorizzava ad allocare le nobili effigie nella Casa del Giudicato - cioè nella sede della Pretura - di Castelbuono stesso.

Una considerazione va fatta. Il governo borbonico lasciava una discreta libertà fiscale e altrettanta libertà, o meglio noncuranza, negli affari inerenti alle richieste di aiuto per le ricostruzioni dopo le calamità (esempio ne sia il disinteresse delle autorità per la disastrosa alluvione del 1851).

E’ sorprendente per il lettore del XXI secolo di come diventasse un affare di stato la collocazione di due busti in gesso! E non in senso metaforico, considerata la gerarchia amministrativa investita.

Questi atteggiamenti, probabilmente, contribuirono ad inasprire il grado di risentimento verso i Borboni, che avrebbe portato pochi anni dopo anche ventuno volontari castelbuonesi, guidati dal trentenne chirurgo Giuseppe Collotti, ad arruolarsi nel contingente dei Mille.

 

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